All’improvviso sorridente, Rand gli diede una pacca su una spalla. «Hai fatto un buon lavoro. Sapere dei carri sarebbe stato sufficiente, ma hai fatto un buon lavoro. I carri sono importanti» aggiunse, girandosi verso Torval.
«Se un esercito trae le sue risorse dal paese che attraversa, mangia ciò che trova. O non mangia, quando non trova niente.» Torval non aveva battuto ciglio sentendo parlare dei Seanchan a Ebou Dar. Se la notizia era già arrivata alla Torre Nera, perché Taim non gliene aveva accennato? Rand si augurò che il suo sorriso non sembrasse un ringhio. «Organizzare delle carovane di provviste è più difficile, ma ci si assicura che ci sia foraggio per gli animali e cibo per gli uomini. I Seanchan organizzano sempre tutto.»
Rovistando tra le mappe, trovò quella che gli serviva e la spianò, fermandola da una parte con la sua spada e dall’altra con lo Scettro del Drago.
La costa tra l’Illian ed Ebou Dar lo salutò dalla mappa, bordata per quasi tutta la sua lunghezza da colline e montagne, punteggiata da villaggi di pescatori e piccoli paesi. I Seanchan erano davvero organizzati. Avevano preso Ebou Dar da poco più di una settimana, ma gli occhi e le orecchie dei mercanti scrivevano che già erano cominciati i lavori per riparare i danni causati alla città durante la cattura, scrivevano di linde case di cura organizzate per i malati, di cibo e lavoro distribuiti ai poveri e a chi aveva lasciato casa per i problemi nell’entroterra. Le strade e la campagna intorno alla città erano pattugliate, così nessuno doveva preoccuparsi per banditi e tagliaborse, di notte o di giorno, e mentre i mercanti erano i benvenuti il contrabbando era stato ridotto al minimo quando non del tutto debellato.
Cosa che aveva sorprendentemente rattristato gli onesti mercanti illianesi.
Cosa stavano organizzando adesso i Seanchan?
Gli altri si raccolsero intorno al tavolo mentre Rand scrutava la mappa.
C’erano poche vie lungo la costa, misere stradine segnate più o meno come i percorsi per i carri. Le grandi vie del commercio erano tutte nell’entroterra, per evitare i terreni peggiori e le peggiori sorprese che il Mare delle Tempeste poteva offrire. «Da quelle montagne gli uomini possono rendere la vita difficile a chiunque provi a usare le strade dell’entroterra» disse infine Rand. «Controllando le montagne, rendono le vie sicure come quelle della città. Hai ragione, Morr. Stanno per arrivare in Illian.»
Poggiandosi sui pugni, Torval guardò in cagnesco Morr, che aveva avuto ragione dove lui aveva avuto torto. Un peccato grave, forse, secondo il suo giudizio. «Ciò nonostante, passeranno settimane prima che possano venire a infastidirti fin qui» disse con astio. «Un centinaio, cinquanta Asha’man piazzati a Illian potrebbero distruggere qualsiasi esercito di questo mondo prima che anche un sol uomo attraversi i cancelli della città.»
«Dubito che un esercito di damane sia facile da sconfiggere come degli Aiel lanciati all’attacco e colti di sorpresa» disse piano Rand, e Torval si irrigidì. «Inoltre, io devo difendere tutto l’Illian, non solo la capitale.»
Ignorando Torval, Rand tracciò con un dito delle linee lungo la mappa.
Tra Capo Arran e la città di Illian c’erano un centinaio di leghe d’acqua, attraverso la bocca della Fossa di Kabal, dove i capitani delle navi Illianesi dicevano che le sonde non raggiungevano il fondo ad appena un paio di chilometri dalla spiaggia. Le onde in quel tratto potevano capovolgere navi intere prima di spingersi verso nord e abbattersi sulla costa con frangenti alti fino a cinque metri. E con quel clima le condizioni sarebbero state anche peggiori. Aggirando la Fossa, bisognava marciare per duecento leghe prima di arrivare in città, anche scegliendo la via più corta, ma se i Seanchan si spingevano da Capo Arran potevano raggiungere il confine in due settimane nonostante le tempeste. Forse anche in meno tempo. Era meglio che fosse lui, e non loro, a scegliere dove combattere. Il dito scivolò lungo la costa meridionale dell’Altara, lungo la catena del Venir, fin dove le montagne non si riducevano a colline, prima di Ebou Dar. Cinquecento, anche mille soldati per volta. Un allettante filo di perle lasciato tra le montagne. Un bel colpo secco li avrebbe rispediti tutti a Ebou Dar, o poteva persino incastrarli tra quei monti mentre ancora cercavano di capire cosa lui avesse in mente. Oppure...
«C’è dell’altro» disse a un tratto Morr, di nuovo tutto d’un fiato. «Ho sentito parlare di una qualche arma delle Aes Sedai. Ho trovato il posto in cui era stata usata, pochi chilometri dalla città. Il terreno era tutto bruciato, completamente spoglio al centro per un diametro di almeno trecento passi, e i frutteti tutto intorno erano distrutti. La sabbia si era fusa in lastre di vetro. Saidin era peggio, laggiù.»
Torval congedò le sue parole con il cenno di una mano. «Forse c’erano delle Aes Sedai nei paraggi quando la città è caduta, no? O forse sono stati gli stessi Seanchan. Una sorella con un angreal potrebbe...»
Rand lo interruppe. «Che significa che saidin era peggio laggiù?» Dashiva si mosse, guardando Morr in modo strano, si sporse come a volerlo afferrare. Rand lo respinse bruscamente. «Che significa, Morr?»
Morr sgranò gli occhi, serrò forte le labbra, continuando a passare il pollice lungo l’elsa della sua spada. Il caldo che ribolliva dentro di lui sembrava pronto a esplodere. E adesso il suo volto era davvero imperlato di sudore. «Saidin era... strano» disse con voce roca. Le parole vennero fuori in rapidi scoppi. «Laggiù era peggio — riuscivo a... sentirlo... nell’aria tutto intorno — ma era strano ovunque nei pressi di Ebou Dar. E anche a un centinaio di chilometri di distanza. Ho dovuto combatterlo; non come sempre; era diverso. Come se fosse vivo. A volte... A volte non faceva quello che volevo io. A volte... faceva altre cose. È vero. Non sono pazzo! È vero!» Il vento soffiò forte, ululando per un istante, facendo tremare e schioccare le pareti della tenda, e Morr si zittì. Le campanelline di Narishma trillarono quando lui mosse di scatto la testa, poi si fermarono.
«Questo è impossibile» mormorò Dashiva nel silenzio, ma quasi parlando tra sé. «Non è possibile.»
«Chi può dire cosa è possibile?» ribatté Rand. «Io no! E tu?» Dashiva alzò la testa, sorpreso, ma Rand si rivolse a Morr, moderando il tono.
«Non ti preoccupare, amico.» Non un tono pacato — questo non gli sarebbe riuscito — ma almeno rassicurante, o così si augurò lui. Una sua creatura, una sua responsabilità. «Sarai con me nell’Ultima Battaglia. Te lo prometto.»
Il ragazzo annuì e si grattò il volto con una mano quasi meravigliato di trovarlo umido, ma guardò Torval, che se ne stava zitto e immobile come una statua. Morr sapeva del vino? Era davvero una grazia, considerando le alternative. Una grazia piccola e amara.
Rand riprese la lettera di Taim, piegò il foglio e se lo infilò in una tasca della giubba. Uno su cinque già impazziti, e altri ancora da venire. Morr era il prossimo? Dashiva ci andava sicuramente vicino. Gli sguardi fissi di Hopwil avevano assunto un nuovo significato, e anche il consueto silenzio di Narishma. Essere pazzo non significava sempre urlare e vedere i ragni.
Un tempo Rand aveva chiesto, con cautela e sapendo che la risposta sarebbe stata veritiera, come ripulire saidin dalla contaminazione. E per risposta aveva ricevuto un indovinello. Herid Fel aveva dichiarato che l’indovinello recitava «sani principi, sia dell’alta filosofia che della filosofia naturale», ma non aveva trovato alcun modo per applicarlo al problema concreto.
Possibile che Fel fosse stato ucciso perché avrebbe potuto risolvere l’indovinello? Rand aveva un’indicazione per la risposta, o pensava di averla, un azzardo che poteva essere disastrosamente sbagliato. Indicazioni e indovinelli non erano risposte, ma lui doveva fare qualcosa. Se non trovava il modo di eliminare la contaminazione, Tarmon Gai’don rischiava di svolgersi in un mondo già devastato dai pazzi. Bisognava fare ciò che era necessario.