«Sarebbe meraviglioso,» disse Torval quasi in un sussurro «ma chi potrebbe riuscirci se non il Creatore o...» Si zittì, a disagio.
Rand non si era reso conto di aver espresso a voce i propri pensieri. Gli occhi di Narishma, quelli di Morr e quelli di Hopwil erano identici, tutti accesi di un’improvvisa speranza. Dashiva sembrava stecchito. Rand si augurò di non aver detto troppo. Alcuni segreti dovevano restare tali. Inclusa la sua prossima mossa.
Poco tempo dopo, Hopwil correva verso il suo cavallo per andare sul crinale con ordini per i nobili, Morr e Dashiva cercavano Flinn e gli altri Asha’man e Torval se ne era andato per Viaggiare verso la Torre Nera con le disposizioni di Rand per Taim. Narishma fu l’ultimo, e pensando ad Aes Sedai, Seanchan e armi, Rand mandò via anche lui, con istruzioni accurate che fecero tendere la bocca del ragazzo.
«Non parlare con nessuno» concluse Rand a bassa voce, stringendo forte il braccio di Narishma. «E non fallire. Non ti permettere di fallire.»
«Non fallirò» rispose Narishma, senza batter ciglio. Fece un rapido saluto, poi andò via anche lui.
Pericoloso, sussurrò una voce nella testa di Rand. Oh, sì, molto pericoloso, forse troppo pericoloso. Ma potrebbe funzionare; potrebbe. In ogni caso, ora devi uccidere Torval. Devi.
Weiramon entrò nella tenda del consiglio, spingendo a spallate Gregorin e Tolmeran e cercando di spingere a spallate anche Rosana e Semaradrid, tutti ansiosi di dire a Rand che gli uomini nel bosco avevano preso la decisione giusta, dopo tutto. Lo trovarono a ridere finché le lacrime non gli scivolarono lungo il viso. Lews Therin era tornato. Oppure davvero lui era già pazzo. In entrambi i casi, c’era da ridere.
15
Più forte della legge scritta
Nella fredda oscurità della notte fonda, Egwene si svegliò stordita da un sonno senza riposo pieno di sogni inquietanti, resi ancora peggiori dal fatto che non riusciva a ricordarli. Di solito i sogni le restavano nitidamente impressi nella memoria, come parole scritte su una pagina, questi invece erano foschi e spaventosi. E, da qualche tempo, le succedeva troppo spesso.
Le lasciavano una voglia di correre, di fuggire, senza mai sapere da cosa, ma sempre irrequieta e insicura, persino tremante. Almeno non le faceva male la testa. E ricordava i sogni che sapeva riconoscere come importanti, anche se non riusciva a interpretare il significato. Rand, che indossava diverse maschere, finché all’improvviso una di queste facce finte non era più una maschera ma il suo vero volto. Perrin e un Calderaio, che si facevano freneticamente strada tra i rovi a colpi di ascia e spada, inconsapevoli del dirupo che c’era al di là. E i rovi urlavano con voci umane che loro due non sentivano. Mat, che soppesava due Aes Sedai sui piatti di un’immensa bilancia, e dalla sua decisione dipendeva... Questo Egwene non lo sapeva; qualcosa di enorme; il mondo, forse. C’erano stati anche altri sogni, quasi sempre tinti di sofferenza. Di recente, tutti i sogni che faceva su Mat erano sbiaditi e pieni di dolore, come ombre proiettate da un incubo, quasi Mat non fosse del tutto reale. Questo la faceva preoccupare per lui, lasciato a Ebou Dar, la faceva patire per aver mandato lì quel ragazzo, nonché il povero, vecchio Thom Merrilin. Ma i sogni che non riusciva a ricordare erano anche peggio, di questo era sicura.
A svegliarla era stato il suono di voci basse che discutevano, e la luna piena ancora alta nel cielo fuori dalla tenda emanava abbastanza luce perché lei potesse distinguere le due donne che si stavano confrontando sulla soglia.
«Quella povera donna ha male alla testa tutto il giorno, e di notte riesce a riposare poco» sussurrò con fervore Halima, che se ne stava coi pugni sui fianchi. «Il tuo problema può aspettare fino al mattino.»
«Non ho intenzione di discutere con te.» La voce di Siuan era la personificazione dell’inverno, e la donna spinse indietro il mantello con una mano infilata in una muffola, come per prepararsi a combattere. Era vestita in modo adatto al clima, un abito di lana robusta senza dubbio indossato sopra tutta la biancheria che era riuscita a farci stare. «Fatti da parte, e in fretta, o userò le tue interiora come esca per i pesci! E mettiti addosso qualcosa di decente!»
Con una bassa risata, Halima si raddrizzò e, tutt’altro che impaurita, si mise ancor più fermamente davanti a Siuan. La sua camicia da notte bianca era stretta, ma abbastanza decente. Anche se veniva da chiedersi come facesse a non congelare con quella seta sottile. I carboni nel braciere a tre piedi si erano spenti da tempo, e né i teli della tenda più volte rattoppati né gli strati di tappeti sul terreno avevano potuto trattenere a lungo il calore. Il respiro delle due donne era una pallida nebbiolina.
Spingendo via le coperte, Egwene si tirò a sedere esausta sul suo stretto giaciglio. Halima era una donna di campagna con una patina di educazione, e spesso non pareva rendersi conto della deferenza dovuta a un’Aes Sedai, o addirittura sembrava credere di non doverne mostrare a nessuno.
Parlava alle Adunanti come fossero le massaie del suo villaggio, con risate, sguardi fissi e una schietta rozzezza che potevano essere sconcertanti.
Siuan passava le sue giornate a lasciare il passo a donne che fino a un anno prima obbedivano alle sue parole, sorrideva e faceva la riverenza a quasi tutte le sorelle dell’accampamento. Molte davano ancora a lei la colpa dei problemi della Torre e credevano che non avesse ancora sofferto abbastanza per espiarla. Questo sarebbe stato sufficiente a far diventare irritabile qualsiasi persona. Prese insieme, quelle due erano come una lanterna lanciata sul retro del carro di un Illuminatore, ma Egwene sperava di poter evitare l’esplosione. Inoltre, Siuan non sarebbe andata da lei nel bel mezzo delle notte se non fosse stato necessario.
«Torna a letto, Halima.» Sopprimendo uno sbadiglio, Egwene si piegò per prendere alla cieca le scarpe e le calze da sotto il letto da campo. Non incanalò per accendere una lampada. Era meglio se nessuno si accorgeva che l’Amyrlin era sveglia. «Vai, hai bisogno di riposare.»
Halima protestò, forse più forte di quanto avrebbe dovuto con l’Amyrlin Seat, ma tornò abbastanza in fretta all’angusto giaciglio che era stato ficcato nella tenda per lei. Restava davvero poco spazio per muoversi, con il lavabo, lo specchio e una vera poltrona, più quattro grandi casse impilate una sull’altra. Queste custodivano il costante flusso di abiti provenienti dalle Adunanti che non avevano ancora capito che, per quanto giovane, Egwene non era una ragazzina da impressionare e distrarre con sete e merletti. Halima si rannicchiò nel letto e al buio osservò Egwene che si passava rapidamente un pettine d’avorio tra i capelli, si infilava un bel paio di muffole e indossava un mantello foderato con pelliccia di volpe sopra la camicia da notte. Una camicia da notte di lana robusta, e con quel clima non le sarebbe dispiaciuto se lo fosse anche di più. Gli occhi di Halima coglievano i riflessi della luce lunare e risplendevano nel buio, sgranati.
Egwene non credeva che quella donna fosse particolarmente gelosa della sua posizione presso l’Amyrlin Seat, posizione molto informale, e la Luce sapeva che non era tipo da pettegolezzi, ma nutriva un’innocente curiosità per qualsiasi cosa, che rientrasse o meno nei suoi affari. Motivo sufficiente per ascoltare Siuan da un’altra parte. Tutti ormai sapevano che Siuan aveva affidato il suo destino a Egwene, in un certo senso, ma credevano che l’avesse fatto mal volentieri e con rammarico. Siuan Sanche era per le altre sorelle motivo di un certo divertimento e di una sporadica compassione, ridotta ad attaccarsi alla donna che deteneva il titolo un tempo suo, una donna che sarebbe diventata poco più di un pupazzo quando il Consiglio avesse smesso di lottare per decidere chi doveva tirare i suoi fili. Siuan era abbastanza umana da covare qualche scintilla di risentimento, ma finora lei ed Egwene erano riuscite a tenere segreto che i suoi consigli erano tutt’altro che riluttanti. E così Siuan sopportava meglio che poteva la compassione e la derisione, e tutti credevano che l’esperienza che aveva vissuto l’avesse cambiata non solo nell’aspetto. Questa convinzione andava preservata, altrimenti Romanda, Lelaine e probabilmente anche tutte le altre del Consiglio avrebbero trovato un modo per separare lei — e i suoi consigli — da Egwene.