Fuori, il freddo schiaffeggiò Egwene sul viso e si infilò sotto il mantello; la camicia da notte avrebbe anche potuto essere quella di Halima, vista la protezione che le forniva. Nonostante il cuoio spesso e la buona lana, era come se fosse scalza. Tentacoli di aria gelida le si avvolgevano intorno alle orecchie, come a deridere la folta pelliccia che foderava il cappuccio. Desiderosa com’era di tornare a letto, per ignorare il freddo glaciale Egwene dovette chiamare a raccolta tutta la sua concentrazione. Le nuvole si inseguivano nel cielo, e le ombre proiettate dalla luna fluttuavano sul bianco lucente che copriva il terreno, una lastra liscia interrotta dalle sagome scure delle tende e da quelle più alte dei carri coperti dai teli che ora montavano lunghi pattini di legno al posto delle ruote. Molti di quei carri non erano più parcheggiati lontano dalle tende, venivano lasciati dove erano stati scaricati; nessuno se la sentiva di chiedere nemmeno quell’ultimo sforzo ai conducenti alla fine della giornata. Niente si muoveva tranne quelle sbiadite ombre sul bianco della neve. Gli ampi canali formati dai tanti piedi che avevano percorso quei sentieri improvvisati ora erano vuoti. Il silenzio era così netto e profondo che a Egwene quasi dispiacque spezzarlo.
«Che c’è?» chiese piano, lanciando una cauta occhiata alla piccola tenda lì vicino condivisa dalle sue domestiche, Chesa, Meri e Selame. Era buia, silenziosa e immobile come tutte le altre. La stanchezza era un manto spesso che copriva l’accampamento al pari della neve. «Non un’altra rivelazione come la Famiglia, mi auguro.» Egwene fece schioccare la lingua per l’irritazione. Anche lei era esausta, per le lunghe e gelide giornate in sella seguite da poco sonno, altrimenti non avrebbe detto una cosa del genere.
«Mi dispiace, Siuan.»
«Non hai bisogno di scusarti, Madre.» Anche Siuan tenne la voce bassa, e si guardò intorno per assicurarsi che nessuno li stesse osservando nascosto tra le ombre. Né lei né Egwene volevano ritrovarsi a discutere della Famiglia con il Consiglio. «So che avrei dovuto parlartene prima, ma mi sembrava una piccolezza. Non mi sarei mai aspettata che quelle ragazze parlassero anche solo con una di loro. C’è così tanto da dirti. Devo cercare di scegliere sempre le cose importanti.»
Con uno sforzo, Egwene riuscì a non sospirare. Quella era quasi parola per parola la stessa scusa che Siuan le aveva fornito in precedenza. Diverse volte. E significava che stava cercando di imbottire Egwene con i suoi vent’anni di esperienza da Aes Sedai, più di dieci dei quali passati sul seggio dell’Amyrlin, e doveva farlo in pochi mesi. A volte Egwene si sentiva come un’anatra messa all’ingrasso per il mercato. «Bene, stanotte qual è la cosa importante?»
«Gareth Bryne ti aspetta nel tuo studio.» Siuan non alzò la voce ma il suo tono si indurì, come sempre quando parlava di lord Bryne. Mosse con rabbia la testa sotto il profondo cappuccio del mantello, e fece un suono simile al soffiare di un gatto. «Quell’uomo è entrato gocciolando neve, mi ha tirata fuori dal letto e mi ha a malapena dato il tempo di vestirmi prima di issarmi sulla sua sella. Non mi ha detto niente; mi ha semplicemente buttato giù al confine dell’accampamento e mi ha mandata a chiamarti come se fossi una servitrice!»
Egwene soppresse con fermezza un anelito di speranza. Aveva già avuto troppe delusioni, e se Bryne voleva incontrarla a notte fonda era più probabilmente per qualcosa di disastroso che non per ciò che lei avrebbe voluto. Quanto ancora distava il confine con l’Andor? «Andiamo a vedere che vuole.»
Avviandosi verso la tenda che tutti chiamavano lo Studio dell’Amyrlin, si strinse addosso il mantello. Non stava rabbrividendo, ma non lasciarsi influenzare dal caldo o dal freddo non era come mandarli via. Li potevi ignorare fino al momento in cui un’insolazione ti cuoceva il cervello o il gelo ti faceva marcire mani e piedi. Egwene rifletté su ciò che Siuan le aveva detto.
«Non stavi dormendo nella tua tenda?» disse con cautela. La relazione di Siuan con lord Bryne era a tutti gli effetti quella di una servitrice col suo signore, anche se in un modo molto particolare, ma Egwene sperava che la donna non si stesse lasciando sopraffare dal suo ostinato orgoglio, dando così a Bryne l’occasione per approfittarsi di lei. Egwene non riusciva a immaginare nessuno dei due in una situazione del genere, eppure fino a non molto tempo prima non riusciva a immaginare che Siuan potesse accettare quel tipo di condizione. E ancora non capiva perché l’avesse fatto.
Sbuffando sonoramente, Siuan scalciò le gonne, e quasi cadde quando le scarpe scivolarono. La neve calpestata da un’infinità di piedi era subito diventata una dura lastra di ghiaccio. Egwene stava procedendo con grande cautela. Ogni giorno c’erano ossa rotte che le sorelle dovevano Guarire.
Lasciando andare il mantello con una mano, porse il braccio a Siuan, sia per dare che per ricevere un appoggio. Siuan lo prese, brontolando.
«Quando ho finito di pulire gli stivali di riserva di quell’uomo e la sua seconda sella, era troppo tardi per tornare fin qui con questo tempo. Non che lui mi abbia offerto più di qualche coperta in un angolo, non Gareth Bryne! E me le ha fatte tirare fuori dalla cesta da sola, mentre lui se ne andava la Luce sa dove! Gli uomini sono un tormento, e lui è il peggiore!»
Senza fermarsi nemmeno per prendere fiato, Siuan cambiò argomento.
«Non dovresti lasciar dormire quell’Halima nella tua tenda. È un altro paio di orecchie al quale devi stare attenta, ed è anche una ficcanaso. Inoltre, sei fortunata se non entri e la trovi a intrattenere qualche soldato.»
«Sono molto lieta che Delana possa fare a meno di Halima per la notte» disse con fermezza Egwene. «Ho bisogno di lei. A meno che tu non creda che Nisao possa avere risultati migliori se prova di nuovo a Guarire i miei mal di testa.» Le dita di Halima parevano tirar via il dolore attraverso il cuoio capelluto; senza di lei, Egwene non sarebbe nemmeno riuscita a dormire. Gli sforzi di Nisao non avevano prodotto alcun effetto, ed era la sola Gialla alla quale Egwene se la sentiva di esporre il suo problema.
Quanto al resto... Con voce ancor più dura, disse: «Mi sorprende che tu dia ancora retta a quei pettegolezzi, figlia. Se agli uomini piace guardare una donna non vuol dire che sia lei a provocarli, come dovresti ben sapere. Ne ho visti un bel po’ che ti davano un’occhiata e sorridevano.» Assumere quel tono le era più facile che in passato.
Siuan la guardò di sottecchi e con stupore poi, dopo un istante, mormorò parole di scusa. Forse erano anche sincere. In ogni caso, Egwene le accettò. Lord Bryne aveva davvero un brutto effetto sul carattere di Siuan, e aggiungendo al tutto anche Halima, Egwene sapeva di dover essere contenta se non aveva dovuto assumere una posizione ancora più rigida. Siuan stessa aveva detto che non avrebbe accettato sciocchezze, e di sicuro Egwene non poteva permettersi di accettarle proprio da lei.
Trascinandosi a braccetto, continuarono a camminare in silenzio, col freddo che trasformava in nebbia i loro respiri e si infilava nelle carni. La neve era una maledizione e insieme una lezione. A Egwene pareva di sentire ancora Siuan che le enunciava quella che lei chiamava la Legge delle Conseguenze Involontarie, più forte di qualsiasi legge scritta. Che le tue azioni ottengano o meno l’effetto desiderato, ne avranno almeno tre che non ti aspetti, e di solito uno di questi sarà sgradevole.