Illeso. Il bambino era illeso.
Thrower non capiva né il tedesco né lo svedese, ma capì che cosa significasse il borbottio vicino a lui, lo capì alla perfezione. Che bestemmino pure; io debbo capire che cos’è successo, pensò Thrower. Si avvicinò al bambino e gli posò la mano sulla testa, in cerca di lesioni. Non un capello fuori posto, ma la testa del bambino era calda, caldissima, come se fosse stata vicino al fuoco. Poi Thrower s’inginocchiò per osservare meglio la trave. Era tranciata di netto, come se il legno fosse cresciuto in quel modo, dividendosi giusto di quel tanto che bastava a mancare il ragazzo.
Un istante dopo arrivò anche la madre del piccolo Al, che lo sollevò tra le braccia singhiozzando e pronunciando incomprensibili parole di sollievo. Anche il piccolo Alvin scoppiò in lacrime. Ma Thrower doveva pensare ad altro. Era pur sempre un uomo di scienza, e niente di ciò che aveva visto accadere era scientificamente possibile. Chiese agli uomini di misurare nuovamente con i passi la lunghezza della trave. Lo spazio che occupava sul pavimento era esattamente lo stesso di prima; le estremità distavano una dall’altra né più né meno quanto prima. Quel pezzo centrale a misura di ragazzo era semplicemente scomparso. Scomparso in una fiammata istantanea che aveva lasciato la testa di Alvin e i due tronconi caldi come tizzoni, ma senza bruciarli o segnarli in nessun modo.
Poi Measure cominciò a urlare, appeso con le braccia alla trave orizzontale alla quale era riuscito ad aggrapparsi dopo il crollo dell’impalcatura. Wantnot e Calm si arrampicarono sulla struttura e lo riportarono giù sano e salvo. Il reverendo Thrower quasi non se ne accorse. Era troppo occupato a pensare a un ragazzino di sei anni che poteva starsene sotto una trave di quaranta piedi che precipitava a terra, e alla trave che si spezzava in modo da lasciargli spazio. Come il Mar Rosso quando si era aperto davanti a Mosè, a destra e a sinistra.
«Settimo figlio» mormorò Wastenot. Il ragazzo era seduto a cavalcioni della trave caduta, proprio accanto alla frattura.
«Che cosa?» chiese il reverendo Thrower.
«Niente» disse il giovane.
«Hai detto ‘settimo figlio’» disse Thrower. «Ma il settimo di voi è il piccolo Calvin».
Wastenot scosse la testa. «Avevamo un altro fratello. È morto un paio di minuti dopo la nascita di Al». Wastenot scosse di nuovo la testa. «Settimo figlio d’un settimo figlio».
«Ma questo lo rende progenie del diavolo» disse Thrower, sbalordito.
Wastenot lo guardò con aria sprezzante. «Può darsi che in Inghilterra la pensiate così, ma da queste parti un individuo del genere ci si aspetta che diventi un guaritore, o magari un rabdomante, e parecchio in gamba per giunta, qualunque cosa decida di fare». Poi a Wastenot tornò in mente qualcosa, e sorrise. «’Progenie del diavolo’» ripeté, assaporando maliziosamente le parole. «La direi proprio una forma di isteria».
Furioso, Thrower uscì a lunghi passi dalla chiesa.
Trovò Faith seduta su uno sgabello col piccolo Alvin in grembo, intenta a cullarlo mentre lui continuava a singhiozzare. Intanto, lo rimproverava gentilmente. «Te l’avevo detto di non correre senza guardare dove vai, sempre tra i piedi, non riesci a startene fermo un attimo, c’è da diventare pazzi a starti dietro…».
Poi scorse Thrower in piedi davanti a lei, e tacque.
«Non preoccupatevi» disse. «D’ora in avanti lo terrò lontano da qui».
«Sono felice che non gli sia accaduto nulla» disse Thrower. «Piuttosto che pensare che la mia chiesa fosse stata edificata al prezzo della vita d’un fanciullo, avrei preferito predicare all’aria aperta per il resto dei miei giorni».
Faith lo guardò attentamente e vide che lo diceva con tutto il cuore. «Non è colpa vostra» disse. «È sempre stato così sbadato. A quanto pare, riesce a sopravvivere a disastri che annienterebbero qualsiasi altro bambino».
«Vorrei… vorrei capire come può essere accaduto».
«Il montante è andato in pezzi, si capisce» disse Faith. «Succede, alle volte».
«Volevo dire… com’è stato possibile che lo abbia mancato. La trave si è spaccata… prima di toccare la sua testa. Vorrei palpargli la testa, se mi consentite di…».
«Nemmeno un graffio» disse Faith.
«Lo so. Volevo palpargliela per vedere se…».
Faith alzò gli occhi al cielo borbottando: «Rabdomanzia del cervello», ma allo stesso tempo scostò le mani in modo che Thrower potesse palpare la testa del bambino. Lentamente, stavolta, e con la massima attenzione, cercando di determinare la mappa del cranio, di leggere le creste e i bernoccoli, i canali e le depressioni. Non aveva bisogno di consultare un libro. I libri erano comunque pieni di sciocchezze. Aveva fatto in fretta ad accorgersene… non ce n’era uno che non sputasse farneticanti generalizzazioni quali: ‘Il Rosso avrà sempre un bernoccolo proprio sopra l’orecchio, segno di barbarie e cannibalismo’, mentre ovviamente i crani dei Rossi mostravano altrettanta varietà di quelli dei bianchi. No, Thrower non riponeva la minima fiducia in quei libri… ma a proposito delle persone dotate di particolari talenti e dei bernoccoli che esse avevano in comune, qualcosa l’aveva imparato ugualmente. Col tempo aveva acquisito una certa capacità di comprensione, una mappa delle forme dei crani umani; così, mentre le sue mani passavano sulla testa di Al, sapeva che cosa cercare.
Niente di particolare, ecco che cosa trovò. Nessun tratto che prendesse il sopravvento sugli altri. Sulla media. Quanto di più medio ci potesse essere. Così totalmente medio che avrebbe potuto essere un esempio da manuale di normalità, se fossero esistiti manuali che valeva la pena di leggere. Staccò le dita dalla testa del bambino, e quest’ultimo — che sotto le sue mani aveva smesso di piangere — si torse in grembo alla madre per guardarlo. «Reverendo Thrower» disse, «le vostre mani sono così fredde che mi sono quasi congelato». Poi si divincolò dall’abbraccio della madre e corse via, gridando il nome di uno dei bambini tedeschi, quello con cui poco prima stava lottando con tanto accanimento.
Faith rise mestamente. «Vedete come fanno presto a dimenticare?»
«Anche voi» disse Thrower.
Lei scosse il capo. «No» disse. «Io non dimentico niente».
«State già sorridendo».
«Tiro avanti, reverendo Thrower. Mi limito a tirare avanti. Non è la stessa cosa che dimenticare».
Thrower annuì.
«Allora… ditemi che cos’avete scoperto» disse la donna.
«Scoperto?»
«Tastandogli i bernoccoli. Esercitando la vostra rabdomanzia del cervello. Allora, che cosa c’è là dentro?»
«Normale. Perfettamente normale. Nella sua testa non c’è assolutamente nulla d’insolito».
Faith grugnì. «Nulla d’insolito?»
«Precisamente».
«Be’, se volete il mio parere, è un fatto abbastanza insolito, ammesso che uno sia abbastanza. sveglio da rendersene conto». Così dicendo, raccolse lo sgabello e se ne andò, chiamando Al e Cally.
Un istante dopo il reverendo Thrower si rese conto che Faith aveva ragione. Nessuno era così perfettamente nella media. Tutti avevano qualche tratto più forte degli altri. Non era normale che Al fosse così equilibrato. Che possedesse ogni possibile talento e che li possedesse tutti in proporzioni esattamente uguali. Lungi dall’essere nella media, si trattava di un caso straordinario, anche se Thrower non aveva la minima idea di ciò che avrebbe potuto significare nella vita del ragazzo. Sarebbe stato uno che conosceva tutti i mestieri senza essere maestro in nessuno? O sarebbe stato maestro in tutti?
Superstizione o no, Thrower si scoprì a fantasticare. Il settimo figlio d’un settimo figlio, una testa sconcertante, e il miracolo — non riusciva a trovare un’altra parola — della trave di colmo. Un bambino normale quel giorno sarebbe morto. Lo esigevano le leggi di natura. Ma qualcuno o qualcosa lo stava proteggendo, e le leggi di natura erano state sospese a suo beneficio.