Выбрать главу

Era questione di vita o di morte. Era peggio della trave. Dopo tutto questa non l’aveva neanche sfiorato, cosa che non si sarebbe potuta dire della mamma. Perciò trattenne la risata prima che accadesse l’irreparabile, trasformandola nella prima cosa che gli venne in mente.

«Mamma» disse, «Measure non potrebbe firmare nessuna petizione col suo sangue, perché sarebbe già morto, e i morti non firmano».

La mamma lo guardò diritto negli occhi, poi, scandendo lentamente le sillabe, disse: «Quando glielo dico io, sì».

Be’, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Alvin scoppiò a ridere. E questo fece sì che anche metà delle bambine si mettessero a ridere. Il che fece ridere Measure. E finalmente si mise a ridere anche la mamma. Tutti quanti risero, risero fino a non poterne più, fino ad avere le lacrime agli occhi, e la mamma cominciò ad avviare tutti quanti verso il letto, Alvin Junior compreso.

Con tutte quelle emozioni, Alvin Junior adesso si sentiva parecchio su di giri, e ancora non aveva capito che qualche volta tutta quell’eccitazione avrebbe fatto meglio a tenerla sottochiave. Il caso volle che Matilda, la quale a sedici anni si considerava una gran dama, salisse le scale proprio davanti a lui. Tutti detestavano trovarsi in coda dietro Matilda, in qualsiasi circostanza, con quei passetti delicati da damigella. Measure diceva sempre che in una fila avrebbe preferito trovarsi dietro la luna, perché sicuramente sarebbe andata più in fretta. Adesso il viso di Al Junior si trovava proprio all’altezza del fondoschiena di Matilda che ondeggiava a destra e a sinistra, e pensò a quel che Measure aveva detto della luna, e pensò che il fondoschiena di Matilda era rotondo quasi come la luna, e poi gli capitò di chiedersi come sarebbe stato a toccarla, la luna, se sarebbe stata dura come il dorso di uno scarabeo o viscida come una lumaca. E quando a un ragazzino di sei anni che già si sente su di giri salta in testa un’idea del genere, non passano neanche due secondi prima che il suo dito indice affondi in quelle tenere carni.

Matilda era una grande urlatrice.

Al avrebbe potuto prendersi un ceffone e sarebbe finita lì, solo che Wastenot e Wantnot, che salivano le scale subito dopo di lui, videro tutta la scena e presero talmente in giro Matilda che lei scoppiò in lacrime e corse su per le scale due gradini alla volta, rinunciando di colpo al suo contegno da gran dama. Wastenot e Wantnot portarono Alvin di peso su per le scale, tenendolo così in alto che gli vennero anche un po’ di vertigini, e intonando la vecchia canzone di san Giorgio che uccide il drago, solo che per l’occasione invece di san Giorgio si parlava di sant’Alvin, e quando la canzone parlava d’infilzare il vecchio drago mille volte e di quella spada che non si scioglieva nemmeno tra le fiamme, loro cambiarono spada con dito, e questo fece ridere persino Measure.

«Che canzone schifosa, proprio schifosa!» strillò Mary, che aveva dieci anni e stava di guardia fuori della porta delle ragazze più grandi.

«Meglio smettere di cantare quella roba» disse Measure, «prima che vi senta la mamma».

Alvin Junior non era mai riuscito a capire perché alla mamma quella canzone non piacesse, ma era pur vero che i ragazzi non la cantavano mai se lei si trovava a portata d’orecchio. I gemelli smisero di cantare e si arrampicarono su per la scala a pioli che portava al sottotetto. In quell’istante la porta delle ragazze più grandi si spalancò di colpo e Matilda, con gli occhi rossi di pianto, cacciò fuori la testa urlando: «Ve ne pentirete!».

«Ooh, quanto mi dispiace, quanto mi dispiace» fece Wantnot in falsetto.

Solo allora Alvin si ricordò che quando le ragazze si mettevano in mente di prendersi una rivincita, la vittima designata era proprio lui. Calvin era ancora considerato un bambinetto, per cui era relativamente al sicuro, mentre i gemelli erano più grandi e più forti, ed erano pur sempre in due. Perciò quando le ragazze si arrabbiavano, Alvin era quello su cui si abbatteva regolarmente la loro ira funesta. Matilda aveva sedici anni, Beatrice quindici, Elizabeth quattordici, Anne dodici, Mary dieci, e per tutte loro dar fastidio ad Alvin era un divertimento di gran lunga superiore a qualsiasi altro fra quelli consentiti dalla Bibbia. Una volta che Alvin era stato tormentato oltre ogni capacità di sopportazione, e solo le forti braccia di Measure gli avevano impedito di macchiarsi di omicidio a sangue caldo con un forcone da fieno, Measure aveva affermato che le pene dell’inferno probabilmente consistevano nell’abitare nella stessa casa con cinque donne le cui dimensioni erano praticamente il doppio delle tue. Da allora Alvin si era chiesto quale peccato avesse commesso prima della nascita per renderlo meritevole di crescere già dannato a metà.

Alvin si rifugiò nella cameretta che divideva con Calvin, e lì rimase in attesa che Matilda venisse a ucciderlo. Ma, per quanto aspettasse, Matilda non arrivò, e lui si rese conto che probabilmente stava aspettando che tutte le candele fossero spente, in modo che nessuno venisse a sapere quale delle sue sorelle era entrata in camera sua per farlo fuori. Dio solo sapeva se anche solo negli ultimi due mesi non aveva dato loro motivi sufficienti per volerlo morto. Si stava appunto chiedendo se l’avrebbero soffocato col cuscino di piume d’oca di Matilda — e sarebbe stata la prima volta che gli avrebbero permesso di toccarlo — o se sarebbe morto con le preziose forbici da cucito di Beatrice conficcate nel cuore, quando a un tratto si rese conto che, se non fosse uscito di casa per andare al gabinetto entro venticinque secondi, se la sarebbe fatta direttamente nei calzoni.

Il gabinetto naturalmente era occupato, e Alvin rimase lì fuori a strillare e saltare su e giù per tre minuti buoni senza che nessuno si decidesse a uscire. Gli venne da pensare che probabilmente era una delle ragazze, nel qual caso quello sarebbe stato il piano più diabolico che avessero mai escogitato: tenerlo fuori dal gabinetto sapendo quanto fosse terrorizzato dall’idea di andare a farla nel bosco di notte. Una vendetta terribile. Se si fosse sporcato, la vergogna sarebbe stata tale che probabilmente avrebbe dovuto cambiar nome e scappare di casa, e questo sarebbe sicuramente stato molto peggio di un dito nel fondoschiena. L’iniquità della cosa lo faceva infuriare più di un bisonte costipato.

Alla fine la sua rabbia montò al punto da fargli lanciare la minaccia definitiva: «Se non esci subito, la farò proprio qui davanti, così quando esci ci metterai un piede dentro!».

Aspettò, ma chiunque fosse lì dentro non ribatté: «Se lo fai, poi mi pulisci la scarpa con la lingua», e siccome la risposta abituale era quella, Al si rese conto per la prima volta che la persona che occupava il gabinetto poteva anche non essere una delle sue sorelle. Sicuramente non era uno dei ragazzi. E questo lasciava solo due possibilità, una più minacciosa dell’altra. Al era così arrabbiato con se stesso che si tirò un pugno in testa. Ma non per questo si sentì meglio. Papà probabilmente gliele avrebbe suonate, ma la mamma sarebbe stata ancora peggio. Avrebbe potuto dargli una bella lavata di capo, e questa sarebbe già stata una brutta cosa; ma se fosse stata veramente di cattivo umore, avrebbe potuto assumere quell’espressione gelida e dirgli con un soffio di voce: «Alvin Junior, avevo sperato che almeno uno dei miei figli potesse diventare un gentiluomo, ma adesso mi accorgo che la mia vita è stata sprecata», il che lo precipitava sempre in un tale avvilimento che di lì a morire c’era solo un passo.

Perciò fu quasi sollevato quando la porta si aprì e sulla soglia comparve papà che, abbottonandosi i calzoni, lo guardò con un’aria per niente soddisfatta. «Siamo sicuri che posso uscire senza pericolo?» chiese freddamente.