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«Sì, certo» disse Alvin Junior.

«Come hai detto?»

«Sissignore».

«Siamo proprio sicuri? Da queste parti girano strani animali a cui sembra una gran pensata lasciare qualche ricordo fuori dalla porta del gabinetto. Ti assicuro che se ci fosse un animale del genere, una di queste sere metto una trappola e lo acchiappo per il fondoschiena. E al mattino, quando lo trovo, prima gli cucio il buco del culo, e poi lo lascio libero nel bosco perché si gonfi fino a schiattare».

«Scusami, papà».

Papà scosse la testa e si incamminò verso casa. «Devi averci qualcosa che non va coll’intestino, ragazzo mio» disse. «Prima non hai bisogno di andare di corpo, e un istante dopo sei lì lì per morire».

«Be’, basterebbe che tu costruissi un altro gabinetto e tutto si risolverebbe» bofonchiò Al Junior. Papà però non lo udì, perché Alvin in realtà non aprì bocca che dopo aver richiuso la porta del gabinetto, quando papà era ormai rientrato in casa; e nemmeno allora lo disse a voce molto alta.

Alvin si lavò a lungo le mani sotto la pompa, perché temeva ciò che lo attendeva una volta rientrato in casa. Ma poi, fuori da solo al buio, cominciò ad avere paura per un altro motivo. Tutti dicevano che nessun bianco potesse udire un Rosso che camminava nella foresta, e i suoi fratelli maggiori si divertivano a raccontare ad Alvin che quando lui era fuori da solo, specialmente di notte, nella foresta c’erano i Rossi che lo guardavano, giocherellando con i loro tomahawk dalla lama di pietra, e non vedevano l’ora di scalparlo. Alla luce del giorno, Al non ci credeva; ma quella notte, con le mani raggelate dall’acqua, un brivido gli corse lungo la schiena, e credette anche di sapere dove quel Rosso potesse trovarsi. Proprio alle sue spalle, laggiù, vicino allo stabbiolo dei maiali, e si muoveva così silenziosamente che i maiali non grugnivano e i cani non abbaiavano né niente. E poi avrebbero trovato il cadavere di Al, tutto insanguinato e senza capelli, e allora sarebbe stato troppo tardi. Per cattive che fossero le sue sorelle — e cattive lo erano di sicuro — Al pensò che fossero sempre preferibili alla morte con la scure di un Rosso conficcata nel cranio. Quasi volò dalla pompa alla porta di casa, e non si guardò indietro per vedere se quel Rosso ci fosse davvero.

Non appena la porta si chiuse alle sue spalle, dimenticò tutte le sue paure dei Rossi invisibili e silenziosi. In casa tutto era tranquillo, e già questo risvegliò i suoi sospetti. Di solito la sera le ragazze non si decidevano a mettersi zitte prima che papà urlasse loro almeno tre volte di far silenzio. Così Alvin salì le scale con la massima cautela, stando bene attento a dove posava il piede e guardandosi alle spalle così di frequente da farsi quasi venire il torcicollo. Quando finalmente fu in camera sua, con la porta ben chiusa, era così agitato che quasi sperò che facessero quello che avevano in mente, di qualunque cosa si trattasse, e la facessero finita.

Ma per quanto aspettasse, non successe assolutamente niente. Con la candela in mano fece il giro della stanza, rivoltò il materasso, guardò in ogni angolino, ma non trovò nulla. Calvin dormiva col pollice in bocca, il che significava che se davvero erano venute a ficcare il naso in camera sua, doveva essere accaduto qualche tempo prima. Cominciò a chiedersi se per caso, una volta tanto, le ragazze non avessero deciso di lasciarlo in pace, o addirittura di combinare i loro sporchi tiri ai gemelli… Se le ragazze avessero cominciato a essere gentili con lui, per Alvin sarebbe iniziata una vita nuova e meravigliosa. Come se fosse arrivato un angelo per innalzarlo dal profondo dell’inferno.

Si spogliò più in fretta che poté, poi piegò i suoi vestiti e li posò sullo sgabello accanto al letto, in modo che la mattina non fossero pieni di scarafaggi. Con gli scarafaggi aveva stipulato una specie d’accordo. Era loro concesso d’infilarsi in tutto quello che trovavano sul pavimento, ma non dovevano salire sul letto di Calvin o su quello di Alvin, e nemmeno dovevano salire sugli sgabelli. In cambio, Alvin non li pestava mai. La camera di Alvin era diventata di conseguenza il rifugio degli scarafaggi di casa, ma poiché rispettavano i patti, lui e Calvin erano gli unici a non svegliarsi urlando perché qualche scarafaggio gli si era infilato nel letto.

Alvin prese la camicia da notte appesa al piolo e se la infilò dalla testa.

Qualcosa lo morse sotto il braccio. Alvin strillò per il dolore. Qualcos’altro lo morse sulla spalla. Qualunque cosa fosse, la camicia da notte ne era piena, e mentre lui cercava disperatamente di strapparsela di dosso, quel qualcosa continuava a pungerlo da tutte le parti. Finalmente riuscì a togliersela, e nudo come un verme cominciò a percuotersi e a stropicciarsi con le mani per cercare di togliersi di dosso quegli insetti o qualsiasi cosa fossero.

Poi si chinò cautamente a raccogliere la camicia da notte. Non riuscì a vedere niente che ne scappasse zampettando, e perfino quando la scosse con forza non ne uscì neanche un insetto. Ne uscì qualcos’altro. Scintillò per un istante alla luce della candela e cadde sul pavimento con un lievissimo tintinnio metallico.

Solo allora Alvin si accorse delle risatine soffocate provenienti dalla camera accanto. Sì, l’avevano fregato, l’avevano proprio fregato. Seduto sul bordo del letto, cominciò a sfilare gli spilli dalla camicia da notte, infilandoli nell’orlo della coperta. Chi avrebbe mai creduto che quelle là avrebbero corso il rischio di perdere qualcuno dei preziosi spilli d’acciaio della mamma, solo per fargliela pagare? Ma avrebbe dovuto aspettarselo. Le femmine non erano come i maschi, non rispettavano le regole. Se facendo la lotta un ragazzo ti buttava a terra, i casi erano due: o ti saltava addosso o aspettava che ti fossi rialzato; in ogni caso eravate pari: tutt’e due in piedi o tutt’e due a terra. Al aveva dovuto imparare a proprie spese che le femmine invece approfittavano del fatto che tu fossi a terra per prenderti a calci, e facevano lega contro di te ogni volta che ne avevano l’occasione. Quando si battevano, si battevano in modo da concludere l’incontro prima possibile. Così non c’era più divertimento.

Proprio come quella sera. Non era leale, lui le aveva dato solo una ditata, e loro lo avevano riempito di spilli. In qualche punto sanguinava ancora, da quanto s’erano conficcati a fondo. E Alvin avrebbe scommesso che Matilda non aveva neanche un livido, anche se gliel’avrebbe augurato di tutto cuore.

Alvin Junior non era cattivo, nossignore. Ma, mentre se ne stava seduto sul bordo del letto a sfilare spilli dalla camicia da notte, non poté fare a meno di notare gli scarafaggi che andavano per i fatti loro nelle fessure del pavimento, e non poté fare a meno d’immaginare come sarebbe stato se tutti quegli scarafaggi fossero per caso andati a fare una visitina in una certa stanza dove in quel momento si stava ridacchiando a più non posso.

Così s’inginocchiò sul pavimento, posando la candela accanto a sé, e si rivolse bisbigliando agli scarafaggi proprio come aveva fatto la sera che aveva stipulato con loro il trattato di pace. Cominciò a raccontar loro di quelle belle lenzuola lisce e di quelle belle carni umidicce sulle quali avrebbero potuto zampettare, e soprattutto della federa di satin che ricopriva il cuscino di piuma d’oca di Matilda. Ma loro non parvero darsene per inteso. La fame, ecco l’unica cosa che a loro interessa, pensò Alvin. A loro interessa soltanto il cibo, il cibo e la paura. Così cominciò a parlare loro di cibo, del cibo più squisito che avrebbero mai potuto gustare in vita loro. Gli scarafaggi rizzarono subito le antenne e si avvicinarono ad ascoltare, anche se nemmeno uno di loro gli salì addosso, in scrupolosa osservanza dei patti. Tutto il cibo che uno potrebbe desiderare, tutto su quella morbida pelle rosea. Ed è perfettamente sicuro, neanche un briciolo di pericolo, niente di cui preoccuparsi, basta andare là dentro e troverete il cibo su quella pelle morbida, rosea, liscia e umidiccia.