Questo non avvenne una volta sola, ma molte decine: la speranza del cibo, la sicurezza che niente di male avrebbe potuto accadergli; poi la delusione — niente da mangiare, assolutamente niente — e infine il terrore e la sofferenza e la morte. Ciascuna di. quelle piccole vite fiduciose, tradita sopraffatta, schiacciata.
E poi nella visione divenne uno scarafaggio che era riuscito a sopravvivere, uno che era riuscito a sfuggire ai colpi di quelle enormi scarpe incombenti, sotto il letto, nelle fessure delle pareti. Fuggiva dalla stanza della morte, ma non nel vecchio posto, non nella stanza sicura, perché adesso non era più sicura. Era da lì ch’erano venute le bugie. Quello era il covo del traditore, del mentitore, dell’assassino che li aveva mandati in quel luogo a morire. Nella visione non c’erano parole, naturalmente. Nel cervello di uno scarafaggio non potevano esservi parole, né chiarezza di pensiero. Ma Al aveva parole e pensieri, e sapeva meglio di qualsiasi scarafaggio che cosa essi avessero imparato. Gli era stato promesso qualcosa riguardo al mondo circostante, ne erano stati convinti, e invece era tutta una menzogna. La morte era una cosa tremenda, sì, e bisognava fuggire da quella stanza; ma nella stanza accanto c’era qualcosa di peggiore della morte… lì il mondo era impazzito, era un luogo dove poteva accadere qualsiasi cosa, dove non si poteva credere più a nulla, dove nulla era sicuro. Un luogo terribile. Il peggiore.
Poi la visione svanì. Alvin restò seduto con le mani sugli occhi, singhiozzando disperatamente. Hanno sofferto, gridò in silenzio, hanno sofferto e sono stato io a farli soffrire, sono stato io a tradirli. Ecco cos’ha voluto mostrarmi l’Uomo Luminoso. Ho fatto in modo che gli scarafaggi si fidassero di me, e poi li ho ingannati e li ho mandati a morire. Ho commesso un assassinio.
No, un assassinio no! Chi ha mai sentito dire che ammazzare degli scarafaggi sia un assassinio? Nessuno al mondo potrebbe chiamarlo così.
Ma quello che ne pensavano gli altri non aveva nessuna importanza, Al lo sapeva bene. L’Uomo Luminoso era venuto a mostrargli che l’assassinio era assassinio.
E adesso l’Uomo Luminoso non c’era più. La luce che aveva illuminato la stanza era scomparsa, e quando Al aprì gli occhi nella stanza non c’era nessuno tranne Cally, che dormiva come un sasso. Era troppo tardi anche solo per implorare perdono. Al colmo della disperazione, Al Junior chiuse gli occhi e pianse.
Quanto tempo era passato? Qualche secondo? O Alvin si era assopito e non si era accorto del trascorrere del tempo? Comunque fosse… la luce era ricomparsa. Di nuovo gli penetrò dentro, non solo attraverso gli occhi, ma trapassandolo fino al cuore, sussurrandogli, calmandolo. Di nuovo Alvin aprì gli occhi e guardò in viso l’Uomo Luminoso, attendendo che parlasse. Poiché ciò non avvenne, Alvin pensò che adesso toccasse a lui e così balbettò faticosamente alcune parole, così inadeguate in confronto a ciò che provava. «Mi dispiace, non lo farò più, io…».
Stava farfugliando, se ne rendeva conto. Da quanto era sconvolto non riusciva neanche a sentirsi parlare. Ma per un istante la luce si fece più intensa, e nella sua mente udì una domanda. Non una parola venne pronunciata, nemmeno una, ma Alvin capì che l’Uomo Luminoso voleva che dicesse di che cosa si stava scusando.
E quando ci pensò, Alvin non riuscì più a capire in che cosa esattamente avesse sbagliato. Sicuramente non era per l’atto di uccidere in sé; si poteva anche morire di fame se ogni tanto non si ammazzava un maiale, e quando la donnola ammazzava un topo non lo si poteva certo definire un assassinio, no?
Poi la luce si fece di nuovo più intensa, e Alvin ebbe un’altra visione. Stavolta non c’erano scarafaggi. Stavolta vide l’immagine di un Rosso che, in ginocchio davanti a un cervo, Io invitava ad avvicinarglisi e a morire; e il cervo si avvicinava, tutto tremante, con gli occhi spalancati, come fanno i cervi quando hanno paura. Sapeva che stava per morire. Il Rosso scoccava una freccia, che si conficcava vibrante nel fianco del cervo. L’animale vacillava e cadeva. E Alvin capì che in quella visione non c’era peccato, perché morire e uccidere erano semplicemente parte della vita. Il Rosso faceva una cosa giusta, e così il cervo; ambedue agivano in base alle proprie leggi naturali.
Se dunque la colpa di cui si era macchiato non era la morte degli scarafaggi, che cos’era? Forse i suoi poteri? Il dono di far andare le cose proprio dove voleva lui, di farle rompere proprio nel posto giusto, di capire come le cose sarebbero dovute essere e aiutarle a diventare tali? Vivendo in campagna, quel dono gli era riuscito utile nel costruire e aggiustare tante piccole cose. Se il manico di una zappa si rompeva, lui sapeva giuntare i due pezzi così perfettamente da tenerli insieme per sempre senza colla né chiodi… Per unire i due pezzi di una cinghia di cuoio strappata non aveva neanche bisogno di cucirli; e quando annodava due pezzi di spago o di corda, si poteva star sicuri che il nodo non si sarebbe sciolto mai più. Era lo stesso dono che aveva usato con gli scarafaggi. Aveva spiegato agli scarafaggi come le cose sarebbero dovute essere, e quelli avevano fatto ciò che lui voleva. Era forse quello il suo peccato? Il suo dono?
L’Uomo Luminoso udì la sua domanda ancor prima che Alvin trovasse le parole per formularla. Di nuovo la luce, ed ecco un’altra visione. Stavolta si vide premere con le mani su un macigno, e il macigno si scioglieva sotto le sue mani come burro, assumendo esattamente la forma da lui desiderata. Liscio e intero si staccava dal fianco della montagna e rotolava giù, una palla perfetta, una sfera perfetta, che cresceva in continuazione fino a diventare un mondo intero, formato esattamente come le sue mani l’avevano creato, con alberi ed erba che scaturivano dalla superficie, e animali che correvano e saltavano e volavano e nuotavano e strisciavano e si scavavano tane, sopra e in alto e all’interno della palla di pietra che aveva creato. No, non era un potere malefico, era un potere meraviglioso, se solo avesse saputo come impiegarlo.
Be’, se non è la morte e se non è il dono, che cosa ho fatto di male?
Stavolta l’Uomo Luminoso non gli mostrò assolutamente nulla. Stavolta Alvin non scorse lampi di luce, né ebbe visioni. La risposta stavolta non provenne dall’Uomo Luminoso, ma dall’interno della sua persona. Un momento prima si era sentito troppo stupido per capire la sua stessa cattiveria, e un momento dopo la vide con straordinaria chiarezza.
Non era la morte degli scarafaggi, e non era perché lui stesso ve li avesse spinti. Era perché l’aveva fatto solo per soddisfare un suo ghiribizzo. Alvin aveva detto agli scarafaggi che era per il loro bene, ma non era così, era esclusivamente a suo vantaggio. Più che agli scarafaggi, aveva voluto far del male alle sue sorelle, solo per starsene poi disteso a letto a ridere sotto i baffi perché adesso lui e le sorelle erano pari…
L’Uomo Luminoso udì i pensieri di Alvin, sissignore, e Al Junior scorse una fiammata scaturire da quegli occhi balenanti e colpirlo diritto al cuore. Aveva indovinato. Aveva visto giusto.
Così Alvin, in quel preciso momento, pronunciò la promessa più solenne della sua vita. Aveva un dono, e l’avrebbe usato, ma quel genere di cose doveva sottostare a delle regole, regole alle quali d’ora in avanti si sarebbe attenuto anche a costo della sua stessa vita. «Non lo userò mai più a mio vantaggio» disse Alvin Junior. E nel pronunciare queste parole, ebbe l’impressione che il suo cuore andasse a fuoco, da come gli bruciava dentro.
L’Uomo Luminoso sparì di nuovo.
Alvin si abbandonò, lasciandosi scivolare nuovamente sotto il lenzuolo, esausto dopo tanto piangere, sfinito dal sollievo. Aveva fatto una brutta cosa, questo era sicuro. Ma purché avesse mantenuto il giuramento, purché avesse usato il suo dono solo per aiutare gli altri e non a proprio vantaggio, ebbene allora sarebbe stato un bravo ragazzo e non avrebbe avuto nulla di cui vergognarsi. Si sentiva stordito come dopo un accesso di febbre, e in qualche modo era proprio così, era stato guarito dalla malvagità che per qualche tempo gli era cresciuta dentro come una malattia. Ripensò a quando si era messo a ridere dopo aver causato la morte degli scarafaggi per il proprio piacere, e se ne vergognò, ma quella vergogna era come temperata, ammorbidita, perché sapeva che non sarebbe accaduto mai più.