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Mentre se ne stava lì disteso, Alvin avvertì ancora una volta la luce farsi più intensa nella stanza. Ma stavolta non proveniva da un’unica sorgente. No, non proveniva affatto dall’Uomo Luminoso. Stavolta, quando aprì gli occhi, si rese conto che la luce proveniva dal suo stesso corpo. Le sue mani risplendevano, anche il suo viso doveva risplendere come in precedenza quello dell’Uomo Luminoso. Si strappò le coperte di dosso e vide che tutto il suo corpo splendeva di un chiarore così accecante che quasi non riusciva a guardarsi, a parte il fatto che non riusciva a guardare neanche altrove. Sono proprio io, questo? pensò.

No, non sono io. Risplendo così perché anch’io debbo fare qualcosa. Come l’Uomo Luminoso ha fatto qualcosa per me, anch’io debbo fare qualcosa. Ma per chi dovrei farlo?

Ed ecco l’Uomo Luminoso, nuovamente visibile ai piedi del letto. Adesso però non risplendeva più. E in quel momento Al Junior si rese conto di conoscerlo. Era Lolla-Wossiky, il Rosso ubriacone e orbo da un occhio che si era fatto battezzare qualche giorno prima, e che ancora indossava i vestiti da uomo bianco che gli avevano dato quando era diventato cristiano. Grazie alla luce che adesso gli risplendeva dentro, Alvin scorgeva tutto con chiarezza molto maggiore. Vide così che non era stato il liquore ad avvelenare quel povero pellerossa, e che non era stata la perdita di un occhio a renderlo invalido. Era qualcosa di molto più oscuro, qualcosa che gli cresceva come una muffa dentro la testa.

Il Rosso fece tre passi avanti e s’inginocchiò accanto al letto, col viso vicinissimo agli occhi di Alvin. Che cosa vuoi da me? Che cosa debbo fare?

Per la prima volta, l’uomo aprì gli occhi e parlò. «Rendi intera ogni cosa» disse. Un istante dopo, Al Junior si rese conto che l’uomo aveva pronunciato quelle parole nella propria lingua… lo Shawnee, ricordò, da ciò che gli adulti avevano detto quando era stato battezzato. Ma Al l’aveva capito con altrettanta chiarezza che se fosse stato detto nel più puro inglese del Lord Protettore. Rendi intera ogni cosa.

Be’, era proprio il dono di Al, no? Aggiustare le cose, fare in modo che le cose fossero come dovevano essere. Il problema era che lui stesso non sapeva bene come faceva, e sicuramente non aveva la minima idea di come aggiustare qualcosa di vivo.

Forse, pensò, non c’era nulla da capire. Forse doveva soltanto agire. Così alzò il braccio e lo allungò con la massima cautela fino a toccare la guancia di Lolla-Wossiky, proprio sotto l’occhio martoriato. No, così non andava bene. Sollevò il dito fino a sfiorare la palpebra floscia dove avrebbe dovuto esserci l’altro occhio. Sì, pensò. Sii intero.

L’aria sfrigolò. Si sprigionarono scintille. Col fiato mozzo, Al ritirò la mano.

Ogni luce era scomparsa dalla stanza. C’era solo il chiarore lunare che adesso entrava dalla finestra. Di tutto quello splendore non restava nemmeno un pallido riflesso. Come se si fosse svegliato da un sogno, il sogno più realistico che avesse mai fatto in vita sua.

Trascorse un minuto buono prima che gli occhi di Alvin si abituassero al buio e lui tornasse a vedere. Non era un sogno, questo era certo. Perché il pellerossa che in precedenza gli era comparso nell’aspetto dell’Uomo Luminoso si trovava ancora nella stanza. Era impossibile che fosse un sogno, quando ti ritrovavi un Rosso inginocchiato accanto al letto, con le lacrime che gli sgorgavano dall’occhio buono, mentre l’altro occhio, dove l’avevi appena toccato…

La palpebra era sempre floscia, abbassata sul vuoto. L’occhio non era stato guarito. «Non ha funzionato» sussurrò Alvin. «Mi dispiace».

Era una vergogna, che l’Uomo Luminoso lo avesse salvato dall’abominio della malvagità, e lui non fosse stato capace di ricambiarlo. Ma il Rosso non disse una sola parola di rimprovero. Protese le braccia, prese ambedue le spalle nude di Alvin nelle sue mani grandi e forti, lo attirò a sé, lo baciò con forza e calore sulla fronte, come un padre con un figlio, come un fratello col fratello, come un amico con l’amico più caro il giorno prima di morire. Quel bacio e tutto ciò che racchiudeva — speranza perdono amore — che io non me ne dimentichi mai più, disse Alvin silenziosamente.

Lolla-Wossiky balzò in piedi con l’agilità di un ragazzo. Non era più un ubriacone barcollante. Per cambiare, era cambiato, e ad Alvin venne da pensare che forse qualcosa era riuscito a guarire, qualcosa era riuscito a mettere a posto, qualcosa di più profondo dei suoi occhi. Forse l’aveva guarito dalla sua smania per il whisky.

Ma se era così, Alvin sapeva che non era stato lui a farlo. Era stata, la luce che per qualche momento si era accesa in lui. Il fuoco che l’aveva riscaldato senza bruciare.

Il pellerossa corse alla finestra, oltrepassò d’un balzo il davanzale, restò appeso per un istante con le mani, quindi scomparve. Da come si muoveva silenziosamente, Alvin non lo udì nemmeno toccare terra coi piedi. Come un gatto nel fienile.

Quanto tempo era passato? Ore e ore? Era quasi l’alba? O erano trascorsi solo pochi secondi da quando Anne era venuta a sussurrargli all’orecchio le sue minacce, e poi era sceso il silenzio?

Non aveva molta importanza. Alvin non avrebbe potuto addormentarsi, non adesso, non con tutto quello che era appena accaduto. Perché il pellerossa era venuto da lui? Che cosa significava tutto quanto, la luce che si era sprigionata da Lolla-Wossiky e poi era venuta a colmare anche lui? Emozionato com’era, non poteva certo restarsene a letto. Perciò si alzò, s’infilò in fretta e furia la camicia da notte e scivolò fuori dalla stanza.

Adesso che si trovava nel corridoio, sentì qualcuno parlare al piano di sotto. Papà e mamma erano ancora alzati. Sulle prime ebbe l’impulso di correre giù e raccontare che cosa gli era accaduto. Ma poi udì il tono delle voci. Rabbia, paura: sembravano sconvolti. Non era proprio il momento di andargli a raccontare un sogno. Sì, anche se Alvin sapeva che non era stato affatto un sogno, che era accaduto davvero, loro l’avrebbero considerato un sogno. E adesso che ricominciava a riordinare i propri pensieri, capì che quella storia non poteva raccontargliela affatto. Raccontare che aveva mandato gli scarafaggi in camera delle sue sorelle? Gli spilli, il dito nel sedere di sua sorella, le minacce? Sarebbe inevitabilmente venuto fuori tutto quanto, anche se ad Alvin sembrava che fosse accaduto mesi, anni prima. Niente di tutto questo aveva più importanza, adesso, in confronto al giuramento che aveva pronunciato e al futuro che gli si era spalancato davanti… ma a papà e mamma sarebbe importato, eccome.

Così percorse in punta di piedi il corridoio, e sempre in punta di piedi scese le scale fino a dove poteva udire quel che dicevano senza farsi vedere.

Pochi minuti dopo, tuttavia, non si preoccupò più di restare nascosto. Scivolò più avanti finché poté vedere ciò che accadeva nella sala grande. Papà sedeva sul pavimento, circondato dai frammenti di legno. Al restò stupito nel vedere che papà era ancora lì, anche dopo essere venuto di sopra a schiacciare gli scarafaggi, anche dopo ch’era trascorso tutto quel tempo. Adesso era chino in avanti, il viso nascosto fra le mani. La mamma era inginocchiata davanti a lui. In mezzo a loro, i pezzi di legno più grossi.

«È vivo, Alvin» disse la mamma. «Su tutto il resto non vale la pena di rompersi la testa».

Papà sollevò il capo e la guardò. «L’acqua è penetrata nel tronco dell’albero, si è gelata e poi si è sciolta, e questo molto tempo prima che noi lo abbattessimo. E guarda caso, l’abbiamo segato in modo tale che il difetto non venisse alla luce. Ma dentro era spaccato in tre direzioni, come se non aspettasse altro che il peso della trave di colmo. È stata l’acqua a farlo».