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Papà non disse granché. Non ne aveva bisogno. Ambedue sapevano che Alvin Junior aveva il dono di far stare le cose insieme. Sul far della sera l’altare era finito e dipinto con una mano di mordente. Lo lasciarono lì ad asciugare, e quando entrarono in casa la mano di papà era posata con fermezza sulla spalla di Alvin. Camminavano insieme con la stessa facilità e la stessa armonia che se fossero stati parte dello stesso corpo, come se la mano di papà fosse spuntata direttamente dal collo di Alvin. Alvin poteva sentire il sangue pulsare nelle dita di papà, e quelle pulsazioni andavano perfettamente a tempo con quelle del sangue che gli batteva nella gola.

Quando fecero il loro ingresso, la mamma stava lavorando davanti al fuoco. Si voltò a guardarli. «Com’è venuto?» chiese.

«Più bello di così non poteva venire» disse Alvin Junior.

«Oggi alla chiesa non è capitato il minimo incidente» disse la mamma.

«Anche qui è andato tutto benissimo» disse papà…

Alvin Junior non riuscì assolutamente a capire come mai le parole della mamma suonassero come: «Non vado da nessuna parte», e perché le parole di papà suonassero come: «Resta con me per sempre». Ma sapeva di non essere pazzo a pensarlo, perché in quel preciso momento Measure alzò lo sguardo da dove se ne stava spaparanzato davanti al fuoco e fece l’occhiolino in modo che solo Alvin Junior potesse vederlo.

VIII

IL MESSO

Il reverendo Thrower si concedeva pochi vizi. Tra questi, le cene del venerdì sera dai Weaver. Più che di cene si sarebbe dovuto parlare di festini, perché i Weaver avevano bottega e laboratorio, e a mezzogiorno si concedevano solo un rapido spuntino. Ma ciò che riconduceva Thrower da loro un venerdì dopo l’altro non era tanto la quantità, quanto la qualità. In giro si diceva che Eleanor Weaver poteva prendere un vecchio ceppo e trasformarlo in modo da farlo sembrare uno squisito coniglio in umido. E d’altra parte non era soltanto questione di cibo, perché Armor-of-God — ‘Corazza-di-Dio’ — Weaver era un uomo che andava in chiesa e conosceva la Bibbia a menadito, e la conversazione con lui poteva svolgersi su un piano superiore. Non così elevato come in una conversazione tra ecclesiastici colti, ma senz’altro il meglio che si potesse avere in quelle terre selvagge e arretrate.

I padroni di casa e l’ospite consumavano il pasto nel retrobottega, che fungeva insieme da cucina, laboratorio e biblioteca. Ogni tanto Eleanor andava a rimestare nei tegami, e il profumo del pane appena infornato e della cacciagione che cuoceva a fuoco lento si mescolava con gli odori provenienti dal casotto esterno in cui i Weaver facevano il sapone, e a quello del sego con cui in quella stessa cucina fabbricavano candele.

«Vedete, noi siamo un po’ di tutto» aveva detto Armor la prima volta che il reverendo Thrower era stato da loro. «Sì, produciamo cose che ogni contadino dei dintorni è in grado di produrre da sé… ma le facciamo meglio, e quando le comprano da noi risparmiano ore e ore di lavoro, che possono utilizzare per disboscare, arare e coltivare altra terra».

Le pareti della bottega affacciata sulla strada erano piene di scaffali fino al soffitto, e gli scaffali erano pieni di mercanzie giunte fin lì sui carri coperti provenienti dall’Est. Tessuti di cotone prodotti dai filatoi e dai telai a vapore dell’Irrakwa, piatti di peltro, pentole e stufe di ferro prodotte dalle fonderie della Pennsylvania e di Suskwahenny, raffinate ceramiche, cofanetti e stipi fabbricati dagli ebanisti della Nuova Inghilterra, e persino qualche prezioso sacchetto di spezie giunto a Nuova Amsterdam dal lontano Oriente. Armor Weaver aveva una volta confessato che per riempire quella bottega aveva dato fondo ai risparmi di una vita, e non era affatto sicuro che in quella regione scarsamente popolata il suo azzardo si rivelasse vincente. Ma il reverendo Thrower aveva notato il costante afflusso di carri provenienti dalla bassa valle del Wobbish, dall’alto Tippy-Canoe o addirittura dal bacino del fiume Noisy, oltre cento miglia più a ovest.

Ora, mentre attendevano che Eleanor annunciasse che la selvaggina in umido era pronta, il reverendo Thrower rivolse ad Armor una domanda che lo tormentava da qualche tempo.

«Ho visto i carichi che fanno» disse, «e non riesco assolutamente a immaginare con cosa vi paghino. Da queste parti nessuno riscuote denaro contante, e non molto di ciò che possono offrire in cambio può interessare ai mercati dell’Est».

«Pagano in lardo, carbone, cenere e legname da costruzione, e naturalmente provviste per Eleanor e me e… per chiunque altro possa arrivare». Solo uno sciocco non si sarebbe accorto che Eleanor era ingrossata tanto da far pensare che ormai il suo tempo fosse agli sgoccioli. «Ma più che altro» disse Armor, «pagano a credito».

«Credito! E voi fate credito a contadini i cui scalpi l’inverno prossimo potrebbero essere barattati a Fort Detroit con moschetti o liquore?»

«Scalpi? Sì, se ne parla parecchio, ma sono soprattutto chiacchiere» disse Armor. «I Rossi di queste parti non sono degli stupidi. Sanno degli Irrakwa, e che i loro rappresentanti siedono accanto a quelli dei Bianchi nel Congresso di Filadelfia, e che hanno moschetti, cavalli, fattorie, campi e città proprio come se ne vedono in Pennsylvania, sul Suskwahenny o a Nuovo Orange. Sanno del popolo Cherriky degli Appalachi, che coltiva la terra e combatte a fianco dei ribelli bianchi di Tom Jefferson per difendere l’indipendenza del suo paese contro il re e i suoi tirapiedi».

«Può anche darsi che abbiano notato il costante flusso di chiatte lungo il fiume Hio, e i carri che vengono all’Ovest, e gli alberi che vengono abbattuti mentre si alzano le case di tronchi» osservò Thrower.

«Penso che in parte abbiate ragione, reverendo» disse Armor. «Penso che i Rossi abbiano davanti due strade: possono cercare di sterminarci, o possono cercare di diventare sedentari e vivere in mezzo a noi. Per loro non sarebbe la cosa più facile del mondo… non sono abituati alla vita di città, che per i Bianchi è il modo di vivere più naturale. Ma mettersi contro di noi sarebbe peggio, perché se ci provano finiranno con l’essere sterminati. Potrebbero anche pensare che uccidendo qualche Bianco sia possibile spaventare gli altri e tenerli lontani da qui. Ma non sanno come vanno le cose in Europa, come il sogno di possedere un pezzo di terra possa spingere la gente a fare un viaggio di cinquemila miglia e a lavorare come non ha mai lavorato in vita sua e a seppellire figli che in patria sarebbero magari sopravvissuti, e a rischiare di trovarsi un tomahawk piantato nel cervello, perché essere padroni di se stessi è meglio che servire sotto qualcun altro, chiunque egli sia. Tranne il Signore Iddio».

«Anche per voi è lo stesso?» chiese Thrower. «Rischiare tutto, in cambio della terra?»

Armor guardò sua moglie Eleanor e sorrise. Lei non ricambiò il sorriso, notò Thrower; ma allo stesso tempo il pastore notò la bellezza e la profondità del suo sguardo, come se Eleanor conoscesse segreti tali da costringerla a restare solenne anche quando il suo cuore traboccava di gioia.

«Non la terra nel senso in cui vuole possederla un agricoltore» disse Armor. «Io non sono un contadino, ve lo assicuro. Esistono altre maniere di possedere la terra. Vedete, reverendo Thrower, io oggi concedo loro credito perché credo in questo paese. Quando vengono da me a fare acquisti, mi faccio dire i nomi di tutti i loro vicini, e chiedo loro di disegnarmi rozze mappe delle loro fattorie e dei fiumi presso i quali vivono, e delle strade e dei corsi d’acqua che hanno attraversato per giungere fin qui. Chiedo loro di recapitare lettere scritte da altri, e scrivo lettere per loro e le rispedisco a est, a quelli che si sono lasciati alle spalle. So tutto di tutti nell’intera regione tra il Wobbish e il Noisy, e so come si fa ad arrivarci».