Scambiastorie sorrise e si tolse di testa il berretto, mettendo in mostra la propria calvizie. «Vi sembra forse un incantesimo, accecarli con lo sfolgorante riflesso del sole?» chiese. «Per il mio scalpo, non potrebbero rivendicare nessuna ricompensa».
«A dire il vero» ammise Armor, «i Rossi di questa zona sono più pacifici degli altri. Quel Profeta orbo ha costruito sull’altra sponda del Wobbish una città in cui insegna ai Rossi a non bere alcolici».
«Ottimo consiglio per chiunque» mormorò Scambiastorie. E pensò: un Rosso che si definisce profeta. «Prima di lasciare questi luoghi mi piacerebbe incontrarlo e scambiare qualche parola con lui».
«Impossibile» disse Armor. «A meno che non riusciate a cambiare colore alla vostra pelle. Non ha più rivolto la parola a un bianco da quando ha avuto la sua prima visione, qualche anno fa».
«Se ci provassi mi ucciderebbe?»
«Improbabile. Alla sua gente insegna anche a non uccidere gli uomini bianchi».
«Anche questo un ottimo consiglio» disse Scambiastorie.
«Ottimo per gli uomini bianchi, ma per i Rossi potrebbe rivelarsi controproducente. C’è gente come il cosiddetto governatore Harrison, giù a Carthage City, che verso i Rossi, pacifici o bellicosi che siano, nutre solo cattive intenzioni». L’espressione truce non era ancora scomparsa dal viso di Armor, ma questi stava pur sempre parlando, e col cuore in mano. Scambiastorie riponeva grandissima fiducia in colui che diceva sempre quel che pensava, persino a un estraneo, persino a un nemico. «Del resto» proseguì Armor, «non tutti i Rossi danno retta alle parole di pace del Profeta. I seguaci di Ta-Kumsaw stanno dando parecchie noie giù dalle parti dell’Hio, e un sacco di gente si sta trasferendo a nord verso il corso superiore del Wobbish. Non vi mancheranno dunque le case disposte ad ospitare un mendicante… anche di questo dovete ringraziare i Rossi».
«Non sono un mendicante, signore» disse Scambiastorie. «Come vi ho detto, sono disposto a lavorare».
«Con i vostri piccoli doni e i vostri talenti nascosti, senza dubbio».
L’ostilità dimostratagli dall’uomo era l’esatto contrario dell’atteggiamento benevolo e accogliente della moglie. «E quale sarebbe il vostro talento, signore?» chiese quest’ultima. «Dal vostro modo di parlare, si direbbe che abbiate studiato. Non sarete per caso un maestro di scuola?»
«Il mio dono è espresso dal nome che porto» le spiegò. «Mi chiamo Scambiastorie. Ho il talento delle storie».
«Volete dire che le inventate? Da queste parti le chiamiamo menzogne». Più la moglie cercava di mostrarsi gentile, più il marito si faceva scostante.
«Ho il dono di ricordarle. Ma racconto solo quelle della cui verità sono convinto, signore, e vi assicuro che convincermi non è facile. Se mi raccontate le vostre storie, io vi racconterò le mie, e da questo scambio usciremo tutt’e due arricchiti, poiché nessuno dei due avrà perso ciò che aveva all’inizio».
«Non ho storie da raccontarvi» disse Armor, anche se ne aveva già raccontate due, quella del Profeta e quella di Ta-Kumsaw.
«Ciò mi rattrista, e se è davvero così, allora ho bussato alla porta sbagliata». Adesso Scambiastorie vedeva chiaramente che quella casa non faceva per lui. Anche se Armor si fosse rabbonito e l’avesse lasciato entrare, Scambiastorie sarebbe stato circondato dal sospetto, e lui non poteva vivere dove la gente lo guardava in continuazione con aria sospettosa. «Buona giornata a voi».
Ma Armor non era disposto a lasciarlo andare così facilmente. Le parole di Scambiastorie avevano avuto su di lui l’effetto di una sfida. «Vi rattrista? E perché? Io conduco una vita normale, del tutto tranquilla».
«Nessuno considera normale la propria vita» lo contraddisse Scambiastorie, «e se dice altrimenti, allora è una storia di quelle che io mi guardo bene dal raccontare».
«Mi state dando del bugiardo?» domandò Armor.
«Vi sto chiedendo se conoscete un luogo in cui il mio talento possa trovare buona accoglienza».
Scambiastorie si avvide, a differenza di Armor, che con le dita della mano destra la moglie aveva lanciato al marito un incantesimo tranquillizzante, mentre con la sinistra gli aveva afferrato il polso. L’aveva fatto con grande abilità, e il marito doveva esserci abituato, perché si rilassò visibilmente mentre lei faceva un piccolo passo avanti per rispondere.
«Amico» disse, «se prendete il sentiero dietro quella collinetta e lo seguite sino in fondo superando due ruscelli, ambedue varcati da un ponte, giungerete alla casa di Alvin Miller. Sono sicura che lui vi accoglierà».
«Bella roba» disse Armor.
«Grazie» disse Scambiastorie. «Ma come fate a saperlo con tanta certezza?»
«Vi ospiteranno per tutto il tempo che vorrete rimanere, e non vi metteranno mai fuori della porta, purché vi mostriate disponibile a dare una mano».
«Disponibile lo sarò sempre, signora» disse Scambiastorie.
«Sempre disponibile?» chiese Armor. «Nessuno è sempre disponibile. Pensavo che non diceste mai bugie».
«Io dico solo ciò di cui sono convinto. Che sia anche vero, non posso dirlo con maggiore certezza di chiunque altro».
«E allora perché mi chiamate ‘signore’, se non sono un cavaliere, e mia moglie la chiamate ‘signora’, quando non ha più sangue nobile di me?»
«Ebbene, io non credo ai cavalieri nominati dal re, ecco perché. Il re deve un favore a un tale e lo nomina ‘cavaliere’, che questi si comporti come tale oppure no. E tutte le sue amanti vengono chiamate ‘signora’ per ciò che fanno tra le regali lenzuola. Ecco come vengono usate le parole dai realisti… menzogne la metà delle volte. Ma vostra moglie, signore, si è comportata con vera nobiltà, mostrandosi benevola e ospitale. E voi, signore, vi siete comportato come un vero cavaliere, che protegge la propria casa dai pericoli che egli più teme».
Armor scoppiò in una risata. «Parlate in modo così suadente che per togliervi il dolce dalla bocca scommetto che dovete succhiare sale per mezz’ora».
«È il mio dono» disse Scambiastorie. «Ma conosco altri modi di parlare, e non altrettanto amabili, quand’è il momento. Buon pomeriggio a voi, a vostra moglie, ai vostri figli, e alla vostra cristiana dimora».
Scambiastorie s’incamminò sull’erba del pascolo comune. Le mucche non lo degnarono di un’occhiata, perché un amuleto ce l’aveva, sì, anche se non del genere che Armor conosceva. Scambiastorie si mise seduto al sole per qualche tempo, per riscaldarsi il cervello e vedere se ne veniva fuori qualche pensiero. Ma non funzionò. Dopo mezzogiorno non gli venivano quasi mai pensieri che valesse la pena di ricordare. Come diceva il proverbio: «Al mattino pensa, a mezzodì agisci, la sera mangia e la notte dormi». Adesso era troppo tardi per pensare, e troppo presto per mangiare.
S’incamminò sul sentiero in salita che portava alla chiesa. Questa sorgeva a una certa distanza dal pascolo comune, in cima a una collina. Se fossi un vero profeta, pensò, saprei già tutto. Saprei se rimarrò qui per un giorno, una settimana o un mese. Saprei se Armor diventerà mio amico, come spero, o mio nemico, come temo. Saprei se sua moglie prima o poi riuscirà a imporsi e a usare apertamente i suoi poteri. Saprei se riuscirò davvero a incontrare di persona il Profeta Rosso.
Ma sapeva che erano tutte assurdità. Per questo genere di visione ci sarebbe voluta una fiaccola… l’aveva visto fare in varie occasioni, a più d’una, e la cosa l’aveva riempito di sgomento perché sapeva che per un uomo era meglio non conoscere troppo bene ciò che lo attendeva sul cammino della vita. No, il dono che avrebbe voluto possedere era quello della profezia, per scorgere non le piccole azioni degli uomini e delle donne nei loro cantucci di mondo, ma piuttosto la grande, impetuosa marea degli eventi così come veniva diretta dalla volontà del Signore. O di Satana… Scambiastorie non si sarebbe fatto troppi scrupoli, poiché ambedue avevano un’idea ben chiara dei loro progetti per il mondo, e di conseguenza ciascuno dei due avrebbe potuto conoscere diverse cosette a proposito del futuro. Certo, probabilmente sarebbe stato più piacevole avere notizie da Dio. I segni del demonio che fino a quel momento aveva avuto occasione di sperimentare si erano dimostrati tutti molto sgradevoli, ciascuno a modo suo.