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«Mentitore! Voi stesso siete inviato dal demonio e cercate di compiere atti negromantici nella casa del Signore! Fuori! Via di qui! Vi ordino di sparire!»

«Sparire? Non credevo che un uomo di chiesa come voi praticasse le arti magiche».

«Fuori!» urlò il pastore, con le vene del collo gonfie fino a scoppiare. Scambiastorie si rimise il berretto e se ne andò. Udì la porta sbattere alle sue spalle. Risalito il pendio ricoperto di erba autunnale ormai essiccata, trovò il sentiero che portava verso la casa della quale gli aveva parlato la donna. Dove ella era certa che lo avrebbero accolto.

Scambiastorie non ne era affatto sicuro. In ciascuno dei luoghi che visitava, non faceva mai più di tre tentativi. Se al terzo non trovava una casa ospitale, ciò significava che era meglio levare le tende. Stavolta la prima sosta era stata insolitamente sfortunata, e la seconda era andata ancora peggio.

Ma la sua inquietudine non dipendeva solo dal fatto che le cose gli stessero andando male. Anche se stavolta gli si fossero prostrati davanti e gli avessero baciato i piedi, all’idea di restare da quelle parti Scambiastorie provava adesso una curiosa sensazione. Ecco una cittadina cristiana al punto che il più influente dei suoi abitanti non permetteva alla moglie di praticare le arti segrete, eppure l’altare della chiesa recava i segni del demonio. Ancora più preoccupante era il modo in cui gli abitanti s’ingannavano a vicenda. Le arti segrete venivano praticate proprio sotto il naso di Armor, e dalla persona ch’egli più amava e nella quale riponeva più fiducia; in chiesa, invece, il pastore era convinto che Dio, e non il diavolo, avesse preso possesso del suo altare. Che cosa poteva attendersi Scambiastorie, in quella casa sulla collina, se non altre pazzie, altri inganni? Una mente malata chiama l’altra, questa era la conclusione a cui Scambiastorie era giunto in base all’esperienza passata.

La donna aveva detto il vero. I ruscelli erano attraversati da ponti. Ma neanche quello era un buon segno. Costruire un ponte su un fiume era una necessità; costruire un ponte su un torrente, una cortesia verso il viandante. Ma perché costruire ponti così elaborati su ruscelli così stretti che persino un uomo anziano come Scambiastorie avrebbe potuto superarli con un salto senza neanche bagnarsi i piedi? Quei ponti erano costruiti a regola d’arte, ancorati nel terreno a una buona distanza dalla riva, e tutt’e due erano muniti di un tetto di paglia solidamente intrecciata. C’è gente che paga per dormire in locande meno riparate e asciutte di questi ponti, pensò Scambiastorie.

Sicuramente ciò significava che la gente che avrebbe trovato alla fine del sentiero non sarebbe stata meno strana di quella che aveva incontrato fino a quel momento. Indubbiamente avrebbe fatto meglio a girare i tacchi. La prudenza esigeva una rapida partenza.

Ma la prudenza non era una delle caratteristiche dominanti di Scambiastorie. Gliel’aveva detto anche il vecchio Ben, anni prima. «Caro Bill, un giorno o l’altro t’infilerai nella bocca dell’inferno, solo per scoprire come mai il diavolo ha tanti denti guasti». Quei ponti erano stati costruiti per un motivo, e Scambiastorie sentiva che lì sotto c’era una storia meritevole di essere scritta nel suo libro.

Non era più di un miglio, in fin dei conti. Proprio quando sembrava che il sentiero stesse per infilarsi in un bosco impenetrabile, piegò decisamente verso nord per fare ingresso in un podere che non aveva niente da invidiare a quelli che Scambiastorie aveva ammirato nelle pacifiche campagne del Nuovo Orange o della Pennsylvania. La casa era grande ed elegante, fatta di tronchi squadrati, il che mostrava che era stata costruita per durare, e c’erano capanni, fienili, stabbioli e pollai che ne facevano già quasi un villaggio. Un filo di fumo che s’innalzava sul sentiero a circa mezzo miglio di distanza gli disse che la sua ipotesi non era del tutto sbagliata. Nelle immediate vicinanze c’era un’altra casa, e i suoi abitanti usavano lo stesso sentiero, il che probabilmente indicava un legame di parentela. Qualche figlio sposato, senza dubbio, e tutti quanti coltivavano insieme la terra, per la maggiore prosperità di tutti. Era una buona cosa, Scambiastorie lo sapeva, quando i fratelli nel crescere continuano ad apprezzarsi a vicenda al punto di arare ciascuno i campi dell’altro.

Scambiastorie aveva l’abitudine di dirigersi immediatamente verso la casa. Meglio annunciarsi subito anziché aggirarsi furtivamente nei paraggi col rischio di esser preso per un ladro. Ma stavolta, quando fece per avviarsi verso la casa, si sentì invadere da una sorta di torpore che gl’impediva di ricordare ciò che aveva avuto intenzione di fare. L’incantesimo era così potente che Scambiastorie non si rese conto di essere stato respinto finché non si trovò a metà della discesa, diretto verso una costruzione di pietra accanto a un ruscello. Si fermò di colpo, spaventato, perché nessun incantesimo poteva essere così potente da respingerlo senza che lui se ne accorgesse. Quel posto non era meno strano degli altri, e lui non voleva averci niente a che fare.

Eppure, quando cercò di tornare sui suoi passi, gli successe di nuovo la stessa cosa. Si ritrovò diretto giù per la discesa, verso la costruzione dalle mura di pietra.

Di nuovo si fermò, e questa volta borbottò: «Chiunque tu sia, e qualunque cosa tu voglia, ci andrò di mia spontanea volontà o non ci andrò affatto».

Immediatamente alle sue spalle avvertì come una brezza che lo spingeva verso la costruzione. Allo stesso tempo capì che, volendo, avrebbe potuto tornare indietro. Contro la brezza, sì, ma avrebbe potuto farlo. Questo lo tranquillizzò parecchio. La costrizione alla quale era stato sottoposto, qualsiasi cosa fosse, non aveva lo scopo di ridurlo in schiavitù. E questo, lo sapeva bene, era uno dei segni distintivi di un incantesimo benigno… non delle catene nascoste di un aguzzino.

Il sentiero piegava leggermente a sinistra, costeggiando il ruscello. Qui Scambiastorie vide chiaramente che l’edificio era un mulino, perché c’erano la caratteristica gora e la struttura di una grande ruota che s’innalzava là dove avrebbe dovuto scorrere l’acqua. Ma nella gora non scorreva acqua, e quando si avvicinò abbastanza da gettare lo sguardo all’interno, oltre una porta larga come quella di un fienile, ne capì il perché. Non era semplicemente chiuso per l’inverno. Non era mai stato usato come mulino. Gli ingranaggi erano a posto, ma mancava la grande macina di pietra. C’era solo una base di ciottoli rullati, spianati, pronti, in attesa.

Ed era molto tempo che attendevano. A giudicare dai rampicanti e dal muschio sulle pietre, la costruzione aveva almeno cinque anni. Quel mulino aveva richiesto un sacco di lavoro, eppure veniva utilizzato come un comune fienile.

Proprio all’interno della grande porta, un carro ondeggiava mentre due ragazzi lottavano sul fieno che lo riempiva per metà. Era un incontro amichevole; i ragazzi erano evidentemente fratelli. Uno aveva circa dodici anni, l’altro forse nove, e l’unico motivo per cui il più piccolo non era stato ancora buttato giù dal carro e fuori dalla porta era perché il più grande non riusciva a trattenere le risa. Nessuno dei due, naturalmente, s’era accorto di Scambiastorie.

Non si erano accorti nemmeno dell’uomo in piedi sul bordo del soppalco, che li osservava dall’alto con un forcone in mano. Sulle prime Scambiastorie pensò che l’uomo li guardasse con l’orgoglio di un padre. Poco dopo però fu abbastanza vicino per vedere come reggeva il forcone. Come un giavellotto, pronto a colpire. Per un istante Scambiastorie vide con gli occhi della mente ciò che stava per accadere… il forcone scagliato con violenza che affondava nelle carni di uno dei ragazzi uccidendolo, se non subito, certamente in breve tempo, per cancrena o perforazione intestinale. Quello a cui Scambiastorie stava per assistere era né più né meno che un omicidio.