Miller non capì l’allusione mitologica, ma non importava, aveva colto l’espressione sul viso di Scambiastorie. Evidentemente non era la prima volta. «Noi agli ospiti non diamo la stanza peggiore, Scambiastorie, ma la migliore. E non ne parliamo più».
«Allora bisognerà proprio che domani mi permettiate di lavorare per voi».
«Oh, di cose da fare ce ne sono, se ci sapete fare con le mani. E se non v’imbarazzano i lavori da donne, mia moglie non rifiuterà certo una mano. Vedremo». Così dicendo, Miller uscì dalla stanza chiudendosi la porta alle spalle.
La confusione era solo parzialmente attutita dalla porta chiusa, ma era una musica che a Scambiastorie non dispiaceva affatto. Si era solo di primo pomeriggio, ma non seppe resistere. Con un movimento deciso si tolse lo zaino dalle spalle, poi si sfilò gli stivali e finalmente si distese sul letto. Il fruscio gli disse che sotto c’era un saccone di paglia che, ricoperto da un materasso di piume, era morbido e confortevole. La paglia era fresca, e le erbe essiccate appese alla parete conferivano alla stanza il profumo del timo e del rosmarino. Mi sono mai disteso su un letto così morbido a Filadelfia? O prima ancora, in Inghilterra? No, non mi è mai successo da quando ho lasciato il ventre di mia madre, pensò.
In quella casa le arti segrete venivano usate senza ritrosia. Il talismano era dipinto in bella evidenza proprio sopra la porta. Scambiastorie ne riconobbe il disegno. Non era un talismano pacificatore, creato per placare qualsiasi violenza che albergasse nell’animo di chi dormisse in quella stanza. Non era un avvertimento, e non era una difesa. Insomma, non era assolutamente inteso a proteggere la casa dall’ospite, o l’ospite dalla casa. Serviva solo ad assicurare benessere. Ed era perfetto, di fattura squisita, mirabilmente proporzionato. Un talismano basato sul numero tre non era facile da disegnare, ma Scambiastorie non ricordava di averne mai visti di altrettanto perfetti.
Perciò non fu sorpreso, mentre se ne stava disteso sul letto, di sentire che i muscoli di tutto il corpo gli si scioglievano, come se quel letto e quella stanza stessero cancellando la stanchezza di venticinque anni di vagabondaggi. Gli venne da pensare che sarebbe stato bello se da morto la tomba gli fosse sembrata comoda come quel letto.
Quando Alvin Junior lo scosse per svegliarlo, tutta la casa profumava di salvia, pepe e manzo stufato. «Avete giusto il tempo di usare il gabinetto, lavarvi e venire a mangiare» disse il ragazzo.
«Debbo essermi addormentato» mormorò Scambiastorie.
«È proprio per questo che ho disegnato quel talismano» disse il ragazzo. «Funziona, non è vero?». Quindi uscì al galoppo dalla stanza.
Quasi immediatamente Scambiastorie udì una delle sorelle maggiori rivolgere al ragazzo una serie impressionante di minacce. Il litigio proseguì a tutto volume mentre Scambiastorie usciva per andare al gabinetto, e quando rientrò non era ancora terminato… anche se Scambiastorie credette di capire che forse adesso a urlare era una sorella diversa.
«Alvin Junior, ti giuro che stanotte mentre dormi ti cucio una puzzola alle piante dei piedi!». La risposta di Al, che gli giunse attutita dalla distanza, provocò un altro scoppio di grida. Non era certo la prima volta che Scambiastorie sentiva urlare. Qualche volta era odio, qualche volta amore. Quando era odio, cercava di svignarsela il prima possibile. In quella casa, sarebbe potuto restare.
Dopo essersi lavato mani e viso, era sufficientemente pulito perché comare Faith gli permettesse di portare in tavola il pane appena sfornato… «purché non vi appoggiate il pane su quella camicia lurida». Poi. Scambiastorie prese il suo posto nella fila, scodella in mano, mentre l’intera famiglia marciava in cucina emergendone con la maggior parte di un maiale divisa in parti uguali.
Fu Faith, non Miller, a invitare una delle ragazze a condurre la preghiera, e Scambiastorie prese nota del fatto che Miller non aveva nemmeno chiuso gli occhi, anche se tutti i suoi figli stavano a testa china e a mani giunte. Apparentemente la preghiera era qualcosa ch’egli tollerava, ma non incoraggiava. Senza bisogno di chiederlo, Scambiastorie capì che tra Alvin Miller e il pastore di quell’elegante chiesa bianca non doveva correre buon sangue. Scambiastorie decise che Miller avrebbe forse potuto apprezzare uno dei proverbi del suo libro: «Come il bruco sceglie le più belle foglie per deporvi sopra le sue uova, così il prete scaglia le sue maledizioni sulle gioie più incontaminate».
Con grande sorpresa di Scambiastorie, il pasto non fu affatto caotico. A turno, ciascuno dei figli raccontò che cosa aveva fatto quel giorno. Gli altri ascoltavano, talvolta offrendo consigli o elogi. Alla fine, quando lo stufato fu terminato e Scambiastorie stava ripulendo la ciotola dalle ultime tracce di sugo con una mollica di pane, Miller si rivolse anche a lui come aveva fatto con tutti gli altri membri della famiglia.
«E la vostra giornata, Scambiastorie? L’avete trascorsa bene?»
«Stamattina prima di mezzogiorno ho camminato per qualche miglio, e poi mi sono arrampicato su un albero» disse Scambiastorie. «Da lassù ho visto un campanile, che mi ha portato fino a una cittadina. Qui un buon cristiano ha avuto paura dei miei talenti nascosti, anche senza avermeli visti praticare, e lo stesso ha fatto un pastore, pur affermando di non credere che io li possedessi. Però ero sempre in cerca di un pasto e di un letto, e dell’opportunità di lavorare per guadagnarmeli, e una donna mi ha detto che coloro che abitavano in fondo a una certa carrareccia mi avrebbero sicuramente dato ospitalità».
«Doveva essere nostra figlia Eleanor» osservò Faith.
«Sì» disse Scambiastorie. «Adesso vedo che ha gli occhi di sua madre, sempre sereni qualsiasi cosa accada».
«No, amico» ribatté Faith. «È solo che questi occhi hanno visto cose tali che da allora non è stato facile mettermi in agitazione».
«Prima di andarmene di qui, spero di udirne il racconto» disse Scambiastorie.
Faith distolse lo sguardo per mettere un’altra fetta di formaggio sul pane di uno dei nipotini.
Non volendo che gli altri pensassero che la mancata risposta di Faith lo avesse messo in imbarazzo, Scambiastorie proseguì senza esitare il suo racconto. «Quel sentiero aveva una strana particolarità» disse. «C’erano ponti coperti su ruscelli che un bambino avrebbe guadato senza difficoltà, e un adulto avrebbe facilmente attraversato con un salto. Prima di andarmene di qui, spero di udire anche la storia di quei ponti».
Anche stavolta, tutti distolsero lo sguardo.
«E quando sono uscito dal bosco ho trovato un mulino senza macina, e due ragazzi che facevano la lotta su un carro, e un mugnaio che mi ha scaraventato a terra come mai mi era successo in vita mia, e una famiglia che mi ha accolto e mi ha offerto la più bella stanza della casa, anche se ero un estraneo e non sapevano se ero buono o cattivo».
«Che siete buono si capisce lontano un miglio» disse Al Junior.
«Vi spiace se vi faccio qualche domanda? In vita mia ho conosciuto molte persone ospitali, e sono stato ospite in molte case felici, ma nessuna era felice come questa, e nessuno si è mai mostrato così contento di ospitarmi».
L’intera famiglia era ancora riunita intorno alla tavola. Alla fine Faith alzò la testa e gli sorrise. «Sono contenta che ci giudichiate felici» disse. «Ma tutti quanti ricordiamo anche altri tempi, e forse la nostra attuale felicità è resa più dolce dal ricordo della sofferenza».
«Ma perché avete dato ospitalità a uno come me?»
Stavolta fu Miller a rispondere. «Perché anche noi una volta siamo stati stranieri, e gente di buon cuore ci ha dato ospitalità».