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«Ho soggiornato a Filadelfia per qualche tempo, e questo mi induce a farvi una domanda: appartenete forse alla Società degli Amici?»

Faith scosse la testa. «Sono presbiteriana. E così molti dei miei figli».

Scambiastorie guardò Miller.

«Io non sono niente» disse questi.

«Essere cristiani non è essere niente» replicò Scambiastorie.

«Non sono nemmeno cristiano».

«Ah. Un deista, allora, come Tom Jefferson». Un mormorio si levò intorno alla tavola alla menzione del grand’uomo.

«Scambiastorie, io sono un padre che ama i suoi figli, un marito che ama sua moglie, un contadino che paga i suoi debiti, e un mugnaio senza macina per il suo mulino». Poi l’uomo si alzò da tavola e se ne andò. Si udì chiudersi una porta. Miller era uscito di casa.

Scambiastorie si rivolse a Faith. «Oh, signora, temo che rimpiangerete di avermi accolto in casa vostra».

«Non vi sembra di fare un po’ troppe domande?» chiese lei.

«Vi ho detto il mio nome, e il mio nome è quello che sono. Ogni volta che sento che c’è una storia, una storia importante, una storia vera, non mi do pace finché non l’ho udita. E se me la raccontano, e io ci credo, allora la ricordo per sempre, e la racconto a mia volta ovunque io vada».

«È così che vi guadagnate da vivere?» chiese una delle ragazze.

«Mi guadagno da vivere dando una mano ad aggiustare carri, scavare fosse, filare la lana, qualunque cosa ci sia da fare. Ma il mio vero lavoro sono le storie, e io le baratto alla pari. Può darsi che in questo momento pensiate che non volete raccontarmi niente, e mi sta bene, perché non ho mai voluto ascoltare una storia che non mi venisse raccontata volentieri. Non sono un ladro. Ma, vedete, una storia l’ho già avuta… tutto quello che mi è successo da stamattina a ora. Le persone più gentili e il letto più morbido che io abbia mai incontrato tra il Mizzipy e l’Alph».

«E l’Alph dove sarebbe? È un fiume?» chiese Cally.

«Come hai detto? Vuoi che ti racconti una storia?» chiese Scambiastorie.

«Sì» rumoreggiarono i bambini.

«Ma non sul fiume Alph» disse Al Junior. «Non è un fiume vero».

Scambiastorie lo guardò, genuinamente sorpreso. «Come fai a saperlo? Hai forse letto le poesie di Coleridge raccolte da Lord Byron?»

Al Junior si guardò intorno, disorientato.

«Non abbiamo granché da leggere» spiegò Faith. «Il pastore tiene lezioni di catechismo, e loro imparano a leggere sulla Bibbia».

«E allora come facevi a sapere che il fiume Alph non esiste?»

Al Junior fece una smorfia, come a dire: non farmi domande alle quali nemmeno io saprei rispondere. «Non potreste raccontarci di Jefferson? Da come l’avete nominato si direbbe che l’avete conosciuto di persona».

«Certo che l’ho conosciuto. E Tom Paine, e Patrick Henry prima che lo impiccassero, e ho visto la spada con cui è stato decapitato George Washington. Ho visto persino re Roberto II prima che i francesi affondassero la sua nave nell’Uno, e lo spedissero in fondo al mare».

«Come si meritava» mormorò Faith.

«Se non più in fondo ancora» aggiunse una delle figlie grandi.

«E così sia. Negli Appalachi dicono che le sue mani erano così lorde di sangue che le ossa ne recano ancora le tracce, e neanche i pesci meno schifiltosi si azzardano a rosicchiarle».

I bambini risero.

«E più ancora di Tom Jefferson» disse Al Junior, «vorrei sentir raccontare del più grande mago che sia mai vissuto in America. Scommetto che avete conosciuto anche Ben Franklin».

Ancora una volta il ragazzo lo aveva colto di sorpresa. Come aveva fatto a capire che di tutte le storie che conosceva, le sue preferite erano proprio quelle che parlavano di Ben Franklin? «Se l’ho conosciuto? Be’, un pochino» ammise Scambiastorie, sapendo che il modo in cui lo diceva prometteva loro storie a non finire. «Ho vissuto con lui per sei anni soltanto, e ogni notte trascorrevano otto ore senza che io lo vedessi… per cui non posso dire di saperne molto».

Al Junior si chinò in avanti sul tavolo, gli occhi sgranati e accesi d’entusiasmo. «Era veramente un creatore?»

«Ogni storia a suo tempo» disse Scambiastorie. «Finché i vostri genitori saranno disposti a vedermi qui intorno, e finché sarò convinto di potermi rendere utile, resterò qui a raccontarvi storie giorno e notte».

«Cominciando da Ben Franklin» insisté Alvin Junior. «È vero che riusciva a tirare giù i fulmini dal cielo?»

X

VISIONI

Alvin Junior si svegliò in un bagno di sudore. L’incubo era stato tremendamente realistico, e adesso gli mancava il fiato proprio come dopo una fuga disperata. Ma non c’era modo di fuggire, lo sapeva. Restò disteso a occhi chiusi per qualche tempo, terrorizzato all’idea di aprirli, sapendo che quando l’avesse fatto quella cosa sarebbe stata ancora lì. Molto tempo prima, quando era ancora piccolo, l’incubo lo faceva gridare a squarciagola. Ma quando cercava di spiegarlo a papà e mamma, loro gli dicevano sempre la stessa cosa. «Ma se non è nulla, figliolo! Come mai ti fa così paura, se tu stesso dici che non è nulla!» Così aveva imparato a controllarsi, e ora quando l’incubo arrivava lui non gridava più.

Aprì gli occhi, e la cosa si ritirò immediatamente negli angoli della stanza, dove non era costretto a guardarla direttamente. Era già qualcosa. Resta lì e lasciami stare, disse fra sé.

Poi si rese conto che era giorno fatto, e che la mamma gli aveva disposto ordinatamente sul letto la giacca e i pantaloni di pesante lana nera e una camicia pulita. I vestiti per andare in chiesa la domenica. Quasi quasi avrebbe preferito trovarsi ancora alle prese con l’incubo, piuttosto che svegliarsi per una cosa del genere.

Alvin Junior detestava cordialmente la domenica mattina. Detestava vestirsi bene, così che poi uno non poteva sdraiarsi, inginocchiarsi nell’erba, o addirittura chinarsi senza che qualcosa si sporcasse, e la mamma gli dicesse di avere più rispetto per il giorno del Signore. Detestava dover girare per la casa in punta di piedi per tutta la mattina, perché era domenica, e di domenica non era permesso giocare né fare rumore. E soprattutto detestava l’idea di starsene seduto su una dura panca, in prima fila, col reverendo Thrower che lo fissava diritto negli occhi mentre tuonava sulle fiamme infernali pronte a inghiottire i malvagi che disprezzavano la vera religione e riponevano la loro fede nelle misere capacità di comprensione dell’uomo. Tutte le domeniche la stessa solfa, o almeno così gli sembrava.

Non che Alvin disprezzasse la religione. Disprezzava soltanto il reverendo Thrower. E tutte quelle ore di scuola, adesso che la stagione del raccolto era finita. Alvin Junior leggeva speditamente, e in aritmetica il più delle volte ci azzeccava. Ma questo al vecchio Thrower non bastava. Doveva sempre infilarci la religione. Gli altri bambini — gli svedesi e gli olandesi che abitavano più a monte, gli scozzesi e gl’inglesi che abitavano più a valle — venivano picchiati solo quando rispondevano male o facevano tre errori di fila. Ma con Alvin Junior sembrava che il reverendo Thrower desse di piglio alla canna a ogni minima occasione, e non per le materie di studio, ma sempre per la religione.

Naturalmente il fatto che la Bibbia continuasse a sembrargli divertente nei momenti sbagliati non migliorava certo le cose. Gliel’aveva detto anche Measure, la volta che Alvin era scappato da scuola ed era andato a nascondersi a casa di David, finché Measure non l’aveva trovato poco prima dell’ora di cena. «Basterebbe che non ti mettessi a ridere quando legge la Bibbia, e non ti frusterebbe così tanto».

Ma la Bibbia era divertente. Quando Gionata scagliava tutte quelle frecce nel cielo, e mancava il bersaglio. Quando Geroboamo non scagliava abbastanza frecce dalla finestra. Quando il Faraone trovava ogni sorta d’espedienti per impedire agli Israeliti di partire. Quando Sansone era così scemo da raccontare il suo segreto a Dalila dopo che lei l’aveva già tradito due volte. «Come posso fare a meno di ridere?»