«Immagina che il sedere ti si riempia di foruncoli» disse Measure. «Dovrebbe bastare a farti sparire quel sorriso dalla faccia».
«Ma non me ne ricordo mai finché non mi scappa da ridere».
«E allora probabilmente non avrai bisogno di una sedia fino al tuo quattordicesimo compleanno» ribatté Measure. «Perché la mamma non ti permetterà mai di abbandonare la scuola, e nemmeno Thrower ti lascerà mai perdere, e tu non puoi restartene nascosto a casa di David per sempre».
«Perché no?»
«Perché nascondersi di fronte al nemico è la stessa cosa che lasciarlo vincere».
Così Measure non aveva voluto farlo restare lì al sicuro, e lui era dovuto tornare a casa… e le aveva buscate anche da papà, per la paura che aveva fatto prendere a tutti scappando e restandosene nascosto per tanto tempo. Eppure Measure l’aveva aiutato. Era un sollievo sapere che c’era qualcuno pronto a riconoscere che Thrower era suo nemico. Tutti gli altri invece la facevano un sacco lunga su quant’era bravo e buono e istruito Thrower, e quant’era gentile a lasciare che i bambini si abbeverassero alla fonte della sua sapienza. Se ci pensava, ad Alvin veniva quasi da vomitare.
Anche se da allora Alvin durante le ore di scuola era riuscito a controllarsi di più, e quindi a buscarne di meno, la domenica era per lui la prova più terribile, perché gli toccava starsene seduto su quella dura panca ad ascoltare Thrower, per metà del tempo con la voglia di ridere fino a rotolarsi sul pavimento, e per l’altra metà con la voglia di alzarsi in piedi e gridare: «Questa è praticamente la massima idiozia che io abbia mai sentito dire a un adulto!». Tra l’altro, aveva una mezza idea che se avesse veramente detto a Thrower una cosa del genere, papà non lo avrebbe picchiato troppo forte, visto che anche lui non aveva una grande opinione del pastore. Ma la mamma… non gli avrebbe mai perdonato di aver pronunciato parole blasfeme nella casa del Signore.
La domenica mattina, concluse, era stata inventata perché i peccatori potessero avere un assaggio del loro primo giorno all’inferno.
Oggi probabilmente la mamma non avrebbe permesso a Scambiastorie di raccontare nemmeno la più breve delle sue storie, a meno che non fosse tratta dalla Bibbia. E siccome Scambiastorie, a quanto pareva, non raccontava mai storie tratte dalla Bibbia, Alvin Junior ne concluse che da quella giornata non poteva venir fuori niente di buono.
La voce della mamma squillò su per le scale: «Alvin Junior, sono così stufa di aspettare ogni domenica mattina. tre ore che tu sia vestito, che stavolta ti porterò in chiesa nudo!».
«Non sono nudo!» urlò di rimando Alvin. Ma siccome addosso aveva ancora la camicia da notte di flanella, probabilmente era peggio che essere nudo. Se la sfilò, la appese a un piolo e cominciò a vestirsi in fretta e furia.
Era buffo. Qualsiasi altro giorno della settimana gli bastava allungare la mano verso i vestiti che quelli si trovavano lì, ogni volta esattamente il capo di cui aveva bisogno. Camicia, calzoni, calzini, scarpe. Sempre lì a portata di mano, ogni volta che l’allungava. Ma la domenica mattina era come se i vestiti gli scappassero da sotto le mani. Cercava la camicia, e si ritrovava in mano i pantaloni. Allungava la mano verso un calzino, e regolarmente trovava una scarpa. Era come se i vestiti non ne volessero sapere di essere indossati.
Così quando la mamma spalancò la porta, non era solo colpa di Alvin se non si era ancora infilato i calzoni.
«Non hai fatto colazione! Sei ancora mezzo nudo! Se pensi ch’io sia disposta a far arrivare tutta la famiglia in ritardo per colpa tua…».
«…ti sbagli di grosso» concluse Alvin.
Non era colpa sua se la mamma diceva sempre la stessa cosa. Ma lei si arrabbiò come se lui fosse stato tenuto a fingere di essere sorpreso di sentirle pronunciare quelle parole per la novantesima volta dall’inizio dell’estate. Oh, era proprio sul punto di suonargliele di santa ragione, o di chiamare papà perché gliele suonasse ancora più forte, quando sulla porta fece la sua provvidenziale comparsa Scambiastorie.
«Comare Faith» disse Scambiastorie, «se volete intanto avviarvi insieme agli altri, ci penserò volentieri io ad accompagnarlo in chiesa».
Nell’udire Scambiastorie, la mamma si voltò di scatto cercando di non fargli vedere quanto fosse arrabbiata. In quello stesso istante Alvin cominciò a praticarle un incantesimo calmante… con la mano destra, in modo da non farsi vedere, perché se lei se ne fosse accorta gli avrebbe rotto un braccio, e quella era l’unica minaccia alla quale Alvin Junior credeva veramente.
«Mi rincresce di darvi questa seccatura» disse la mamma.
«Figuratevi, comare Faith» ribatté Scambiastorie. «Faccio così poco per ricambiare la vostra gentilezza nei miei confronti».
«Così poco!» L’irritazione era quasi completamente scomparsa dalla voce della mamma. «Ma se mio marito dice che fate il lavoro di due uomini adulti! E quando raccontate le vostre storie ai ragazzi… in questa casa ci sono più pace e tranquillità di… di quanto non avrei mai osato sperare». La mamma si voltò di nuovo verso Alvin, ma adesso la sua collera era più simulata che reale. «Mi prometti di fare tutto quello che Scambiastorie ti dirà, e che verrai subito in chiesa?»
«Sì, mamma» disse Alvin Junior. «Prima che posso».
«Va bene, allora. Mille grazie, Scambiastorie. Se riuscite a farvi obbedire da questo ragazzo, sarà più di quanto chiunque sia riuscito a ottenere da quando ha imparato a parlare».
«È un vero monello» disse Mary dal corridoio.
«Chiudi il becco, Mary» disse la mamma, «o ti caccio il labbro inferiore su per il naso e poi te lo cucio, per esser sicura che rimanga chiuso».
Alvin tirò un respiro di sollievo. Quando la mamma lanciava minacce impossibili, voleva dire che non era più così arrabbiata. Mary arricciò il naso e scomparve a precipizio nel corridoio, ma Alvin non se ne curò minimamente. Si limitò a sorridere a Scambiastorie, e Scambiastorie ricambiò il suo sorriso.
«Hai problemi a vestirti per andare in chiesa, ragazzo?» chiese Scambiastorie.
«Preferirei vestirmi di lardo e camminare in mezzo a un branco di orsi affamati» confessò Alvin Junior.
«Mi sembra che sia più facile uscire vivi di chiesa che da un incontro con gli orsi» commentò Scambiastorie.
«Non c’è molta differenza».
Poco dopo aveva finito di vestirsi. Ma riuscì a convincere Scambiastorie a prendere la scorciatoia, che significava tagliare attraverso il bosco sopra la casa anziché fare il giro seguendo la strada. Siccome fuori faceva un bel freddo, non pioveva da diverso tempo, e non pareva che volesse nevicare, non avrebbero trovato fango, e probabilmente la mamma non se ne sarebbe neanche accorta. E ciò che la mamma non sapeva non avrebbe potuto arrecargli alcun danno.
«Ho notato» disse Scambiastorie mentre risalivano il pendio coperto di foglie, «che tuo padre non è andato insieme a tua madre, a Cally e alle ragazze».
«Mio padre in chiesa non ci va» disse Alvin. «Dice che il reverendo Thrower è un asino/Logicamente non lo dice quando la mamma può sentirlo».
«Lo credo bene» annuì Scambiastorie.
Adesso si trovavano sulla sommità della collina, da dove lo sguardo poteva spaziare attraverso campi aperti fino alla chiesa e oltre. Il rilievo su cui sorgeva la chiesa nascondeva alla vista la cittadina di Vigor Church. La brina che ricopriva l’erba bruciata dal gelo aveva appena cominciato a sciogliersi, così che la chiesa sembrava quanto di più bianco potesse esistere in un mondo di candore, e il sole che vi scintillava sopra le conferiva l’aspetto d’un astro gemello. Alvin vide che qualche carro era ancora per la strada, e c’era chi stava legando i cavalli ai pali sul prato. Se si fossero affrettati, avrebbero potuto trovarsi al loro posto prima che il reverendo Thrower intonasse il primo inno.