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Ma Scambiastorie non si avviò giù per la discesa. Si mise a sedere su un ceppo e cominciò a recitare una poesia. Alvin lo ascoltò con la massima attenzione, perché spesso le poesie di Scambiastorie gli facevano venire proprio i brividi.

Mi recai nel Giardino dell’Amore e vidi ciò che mai avevo visto: una cappella costruita in mezzo al prato dove una volta usavo giocare.
E la porta della cappella era serrata e «Tu non farai» era scritto sulla porta, così mi rivolsi al Giardino dell’Amore nel quale sbocciavano fiori profumati,
e vidi che il giardino era pieno di tombe e lapidi sorgevano al posto dei fiori: facevan la ronda preti intonacati e neri e fra i pruni serravano gioie e desideri.

Oh, quello di Scambiastorie era proprio un dono, sì, perché mentre recitava quei versi il mondo intero si trasformò sotto gli occhi di Alvin. I prati e gli alberi sembravano adesso in pieno rigoglio primaverile, di un verde smagliante punteggiato dal giallo di diecimila corolle, e il bianco della cappella là nel mezzo non abbagliava più, ma era piuttosto il bianco polveroso e opaco delle ossa calcinate. «E fra i pruni serravano gioie e desideri» ripeté Alvin. «A quanto pare, la religione non vi dice granché».

«Io respiro religione ogni volta che prendo fiato» disse Scambiastorie. «Non c’è cosa che desideri più di una visione; e vado continuamente in cerca di qualche segno della mano di Dio. Ma su questa terra vedo più di frequente le tracce di un’altra mano. Una strisciata di bava scintillante che a toccarla mi scotta. Di questi tempi Dio se ne sta un po’ sulle sue, Al Junior, ma Satana non teme di rotolarsi nel fango insieme all’umanità».

«Thrower dice che la sua chiesa è la casa di Dio».

Scambiastorie restò seduto senza aprir bocca per un sacco di tempo.

Alla fine Alvin si decise a chiederglielo apertamente: «In quella chiesa avete forse visto i segni del demonio?».

Nei giorni trascorsi da quando Scambiastorie era arrivato in casa loro, Alvin aveva imparato che Scambiastorie non diceva mai vere bugie. Ma quando non voleva essere costretto a dire la verità, scantonava recitando una poesia. E una poesia recitò adesso:

O Rosa, sei malata. Il verme invisibile che vola nella notte nella burrasca ululante
ha scoperto il tuo letto di gioia scarlatta, e il suo amore oscuro distrugge la tua vita.

Quelle risposte allusive irritavano Alvin. «Se volessi udire senza capire, tanto varrebbe leggere Isaia».

«Musica per le mie orecchie, caro ragazzo, sentirmi paragonare al più grande dei profeti».

«Non mi sembra un gran profeta, se nessuno riesce a capire un accidente di quello che ha scritto».

«O forse voleva che tutti diventassimo profeti».

«A me i profeti non vanno molto a genio» disse Alvin. «Per quanto ne so, finiscono sotto terra anche loro, come tutti». Era una cosa che aveva sentito dire da suo padre.

«Tutti finiamo sotto terra, certo» ammise Scambiastorie. «Ma tra i morti, c’è chi continua a vivere nelle proprie parole».

«Le parole non restano mai ferme» disse Alvin. «Ecco, quando costruisco qualcosa, quella è la cosa che ho fatto. Come quando intreccio un canestro. È un canestro. Quando si sfascia, è un canestro sfasciato. Ma quando dico qualcosa, le parole possono essere distorte. Thrower può prendere le stesse parole che ho detto un istante prima e distorcerle in modo da far loro significare l’esatto contrario di quello che intendevo io».

«Pensala in un altro modo, Alvin. Quando intrecci un canestro, questo non potrà mai diventare nient’altro che un canestro. Ma quando dici qualcosa, le tue parole possono essere ripetute più e più volte, e riempire il cuore degli uomini a mille miglia di distanza da dove le hai pronunciate per la prima volta. Le parole possono ingrandirsi; le cose non sono mai più di quello che sono».

Alvin cercò di visualizzare la cosa, e, siccome era stato Scambiastorie a dirla, l’immagine gli venne quasi da sola alla mente. Parole invisibili come l’aria, che uscivano dalle labbra di Scambiastorie e si diffondevano passando di bocca in bocca, diventando sempre più grandi, ma restando sempre invisibili.

Poi, all’improvviso, la visione si trasformò. Vide le parole uscire dalle labbra del pastore, come un tremito nell’aria, che si diffondeva e s’infiltrava dappertutto… e ad un tratto quell’immagine si mutò nel suo incubo, nel sogno spaventoso che lo assaliva, da sveglio o nel sonno, inchiodandogli il cuore alla spina dorsale finché non gli sembrava di morire. Il mondo che si riempiva di un terribile, tremolante nulla che s’infiltrava dappertutto e distruggeva ogni cosa. Alvin lo vide avventarsi contro di lui come un’immensa palla che diventava sempre più grande. Da tutte le sue esperienze dello stesso incubo, Alvin sapeva che anche se stringeva i pugni quella cosa si sarebbe assottigliata fino a sfuggirgli tra le dita, e anche se chiudeva la bocca e gli occhi avrebbe cominciato a premergli sul viso insinuandosi nel naso e nelle orecchie e…

Scambiastorie lo stava scuotendo. Scuotendo forte. Alvin spalancò gli occhi. L’aria tremolante si ritirò ai margini del suo campo visivo, là dove poteva scorgerla per la maggior parte del tempo, in agguato appena fuori della sua portata, subdola come una donnola, pronta a guizzar via non appena lui girava l’occhio.

«Che cos’hai, ragazzo?» chiese Scambiastorie. Dall’espressione sembrava spaventato.

«Nulla» disse Alvin.

«Nulla non è possibile» disse Scambiastorie. «Tutt’a un tratto ti ho visto sbiancare di paura, come di fronte a una visione tremenda».

«Non era una visione» mormorò Alvin. «Una visione l’ho avuta, una volta, e so com’è».

«Davvero? E che visione era?»

«Un Uomo Luminoso. Non ne ho mai parlato con nessuno, e non ho intenzione di cominciare adesso».

Scambiastorie non insisté. «E adesso che cos’hai visto, se non era una visione?… be’, che cos’era?»

«Nulla». Come risposta era sincera, anche se Alvin sapeva benissimo che non era una risposta. Ma non voleva rispondere. Ogni volta che ne parlava con qualcuno, lo rimbrottavano perché faceva tutte quelle storie per nulla.

Ma Scambiastorie non era disposto a mollare. «È da quando sono nato che spero di avere una vera visione, Al Junior, e tu ne hai appena avuta una, qui, in pieno giorno, a occhi spalancati, hai visto qualcosa di così spaventoso che hai smesso di respirare, e adesso devi dirmi che cos’era».

«Ve l’ho detto! Nulla!» Poi, più calmo: «Non è nulla, ma io riesco a vederlo. Come se l’aria si mettesse a ondeggiare».

«Non è nulla, ma non è invisibile?»

«Entra dappertutto. Penetra nelle più minuscole fessure e poi sgretola tutto. Si mette a tremare, e trema finché non resta altro che polvere, e poi fa tremare anche la polvere, e io cerco di tenerlo lontano, ma quello diventa sempre più grande, ricopre tutto, finché sembra ricoprire cielo e terra». Alvin non riusciva a trattenersi. Adesso tremava di freddo, anche se era infagottato come un orso.

«Quante volte l’hai visto prima d’ora?»

«Da quando ho memoria. Mi capita ogni tanto. Il più delle volte mi metto a pensare a qualcos’altro, e in questo modo riesco a tenerlo lontano».