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Scambiastorie inarcò le sopracciglia e gli rispose con un altro proverbio. «La verità non può mai essere detta in modo da poter essere compresa e non creduta».

Alvin era stufo di proverbi. «Per una volta, potreste rispondermi chiaramente?»

«Il proverbio è la pura verità, ragazzo. Mi rifiuto di distorcerlo per adattarlo a una mente confusa».

«Be’, se ho la mente confusa è tutta colpa vostra. Tutti quei discorsi sui mattoni che si sgretolano prima che il muro venga costruito…».

«Non ci hai creduto?»

«Forse sì. Penso che se mi mettessi a intrecciare tutta l’erba di questo prato per farne cestini da formiche, prima di arrivare dall’altra parte del prato l’erba sarebbe tutta morta e sbriciolata e non ne resterebbe più nulla. Penso che se mi mettessi in mente di trasformare tutti gli alberi da qui al Noisy in case di tronchi, gli alberi sarebbero tutti morti e caduti prima che io potessi arrivare all’ultimo. E non si può costruire una casa con dei tronchi marci».

«Un momento fa stavo per dire: ‘L’uomo non può costruire cose permanenti con pezzi temporanei’. La legge è questa. Ma come l’hai espresso tu, era il proverbio della legge: ‘Non. si può costruire una casa con dei tronchi marci’».

«Ho inventato un proverbio?»

«E quando saremo a casa, lo scriverò nel mio libro».

«Nella parte chiusa con la fibbia?» chiese Alvin. Poi si ricordò che quel libro l’aveva visto solo attraverso una fessura del pavimento, di notte, una volta che Scambiastorie si era messo a scrivere a lume di candela nella stanza sotto la sua.

Scambiastorie gli lanciò un’occhiata penetrante. «Mi auguro che non cercherai mai di aprire quella fibbia con le tue arti magiche».

Alvin era offeso. Poteva guardare attraverso una fessura, ma non sarebbe mai andato a frugare di nascosto nelle cose degli altri. «Per me, sapere che non volete che io legga quella parte vale molto di più di qualsiasi fibbia, e se non lo capite, non siete mio amico. Non ho intenzione di ficcare il naso nei vostri segreti».

«I miei segreti?» Scambiastorie rise. «Il solo motivo per cui chiudo la seconda parte del libro è che lì ci scrivo io, e non voglio che ci scriva nessun altro».

«Allora nella prima parte ci scrivono gli altri?»

«Sì».

«E che cosa ci scrivono? Posso scriverci qualcosa anch’io?»

«Ciascuno scrive una frase riguardo alla cosa più importante che abbia fatto in vita sua, o a cui abbia assistito coi suoi stessi occhi. E, da quel momento in poi, quell’unica frase mi basta per ricordare l’intera storia.

Perciò quando mi reco in un’altra città, in un’altra casa, posso aprire il libro, leggere la frase e raccontare la storia».

Ad Alvin venne in mente una possibilità straordinaria. Scambiastorie aveva abitato con Ben Franklin, no? «Anche Ben Franklin ha scritto qualcosa nel vostro libro?»

«Ha scritto la prima frase».

«E quella frase parla della cosa più importante che abbia mai fatto?»

«Certo».

«Be’, e che cos’era?»

Scambiastorie si tirò in piedi. «Torna a casa con me, ragazzo, e te la mostrerò. E mentre andiamo, ti racconterò la storia in modo da spiegarti quello che ha scritto».

Alvin balzò in piedi tutto allegro e, afferrato il vecchio per la manica di stoffa pesante, quasi lo trascinò verso il sentiero che riportava a casa. «Forza, allora!» Non sapeva se Scambiastorie avesse deciso di non andare in chiesa, o si fosse semplicemente dimenticato per quale motivo si trovavano lì… Qualunque ne fosse la ragione, era più che soddisfatto della piega presa dagli eventi. Una domenica senza chiesa era una domenica per cui valeva la pena di essere vivi. Aggiungendovi i racconti di Scambiastorie e una frase scritta di pugno da Ben il Creatore, la giornata diventava pressoché perfetta.

«Non c’è fretta, ragazzo. Nessuno di noi due morirà prima di mezzogiorno, e ogni storia ha bisogno del suo tempo».

«Era qualcosa che aveva fabbricato?» chiese Alvin. «La cosa più importante?»

«Proprio così».

«Lo so! Le lenti bifocali? La stufa?»

«La gente gli diceva sempre: Ben, sei un vero creatore. Ma lui si ostinava a negare. Proprio come negava di essere un mago. Non ho nessun talento per le arti segrete, diceva. Mi limito a prendere i pezzi di cui le cose sono fatte, e a metterli insieme in maniera migliore. Le stufe esistevano anche prima che inventassi la mia. Gli occhiali esistevano anche prima che inventassi i miei. In realtà non ho mai fatto niente in vita mia, nel senso in cui lo farebbe un vero Creatore. Io vi ho dato le lenti bifocali, ma un Creatore vi darebbe un paio di occhi nuovi».

«Secondo lui, non aveva mai fatto nulla

«Un giorno glielo chiesi. Proprio il giorno in cui ho cominciato il libro. Gli dissi: Ben, qual è la cosa più importante che tu abbia mai fatto? Lui allora cominciò a dire quello che ti ho appena detto, ossia che in realtà non aveva mai fatto nulla, e io gli dissi: Ben, tu non ci credi affatto, e nemmeno io. Lui allora disse: Bill, mi hai smascherato. Una cosa l’ho fatta, ed è la cosa più importante che io abbia mai fatto, e al tempo stesso la cosa più importante che io abbia mai visto».

Scambiastorie tacque, procedendo a lunghi passi giù per la discesa, in mezzo alle foglie che gli frusciavano rumorosamente sotto i piedi.

«E che cos’era?»

«Non preferiresti aspettare fino a casa, in modo da poterlo leggere tu stesso?»

Alvin allora si arrabbiò sul serio, più di quanto avrebbe voluto. «Non sopporto quando la gente sa qualcosa e non me lo vuol dire!»

«Non c’è bisogno di dare in escandescenze, ragazzo. Te lo dirò. Ciò che scrisse era: L’unica cosa che io abbia veramente creato sono gli americani».

«Che assurdità! Gli americani nascono».

«Be’, ecco, in realtà non è così, Alvin. I bambini nascono. In Inghilterra esattamente come in America. Perciò non è il fatto di nascere a renderli americani».

Alvin ci pensò su qualche istante. «È il fatto di nascere in America».

«Sì, anche questo. Ma una cinquantina d’anni fa, di un bambino nato a Filadelfia non si diceva che era americano. Si diceva che era pennsylvaniano. E i bambini nati a Nuova Amsterdam erano olandesi, e quelli nati a Boston erano yankee, e quelli nati a Charleston erano giacobiani, o realisti, o roba del genere».

«È ancora così» osservò Alvin.

«Sì, certo, ma c’è anche dell’altro. Secondo il vecchio Ben, tutti quei nomi ci dividevano in virginiani, orangisti e gente del Rhode Island, in bianchi, neri e rossi, in quaccheri e papisti, puritani e presbiteriani, in olandesi, svedesi, francesi e inglesi. Il vecchio Ben vedeva che un virginiano non arrivava mai a fidarsi fino in fondo di uno che venisse dal Netticut, e che un Bianco non arrivava mai a fidarsi fino in fondo di un Rosso, perché si sentivano diversi. Così si disse: se abbiamo tutti questi nomi che ci dividono, perché non trovare un nome che ci unisca? Perciò giocherellò con un sacco di nomi che già venivano usati. ‘Coloniali’, per esempio. Ma l’idea non gli piaceva, perché questo nome richiamava in qualche modo l’Europa, e per di più i Rossi non possono certo essere chiamati coloniali, no? E nemmeno i Neri, visto che sono arrivati qui come schiavi. Capito il problema?»

«Voleva trovare un nome che tutti quanti potessimo usare».

«Precisamente. E una cosa in comune ce l’avevamo. Vivevamo tutti nello stesso continente. Il Nordamerica. Allora pensò che avremmo potuto chiamarci nordamericani. Ma era troppo lungo. Perciò…».

«Americani».

«È un nome adatto al pescatore che vive sulla selvaggia costa dell’Anglia Occidentale come al barone schiavista di Dryden. È adatto al capo Mohawk dell’Irrakwa come al mercante olandese di Nuova Amsterdam. Il vecchio Ben sapeva che se tutti quanti avessimo cominciato a pensare a noi stessi come a degli americani, saremmo diventati una nazione. Non soltanto un pezzo di qualche vecchio e stanco paese europeo, ma una nuova nazione unitaria, qui, in una nuova terra. Così cominciò a usare quella parola in tutto ciò che scriveva. L’Almanacco del povero Richard era tutto una chiacchiera sugli americani, gli americani qui e gli americani lì. E il vecchio Ben scrisse a tutti quanti lettere in cui per esempio diceva: ‘I conflitti sui diritti di proprietà della terra sono un problema che gli americani debbono risolvere tutti insieme. L’Europa non può assolutamente capire di che cosa gli americani abbiano bisogno per sopravvivere. Perché gli americani dovrebbero morire per le guerre degli europei? Per quale motivo in tribunale gli americani dovrebbero essere vincolati dai precedenti europei?’. Nel giro di cinque anni non c’era praticamente più nessuno, dalla Nuova Inghilterra alla Jacobia, che non si ritenesse, almeno in parte, americano».