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«Era soltanto un nome».

«Ma è il nome con cui chiamiamo noi stessi. E che include chiunque altro in questo continente sia disposto ad accettarlo. Il vecchio Ben lavorò duramente per far sì che questo nome includesse il maggior numero di persone possibile. Senza mai detenere alcuna carica pubblica se non quella di direttore di un ufficio postale, quasi senza sforzo trasformò un nome in una nazione. Col re che conservava il possesso delle colonie meridionali, e gli uomini del Lord Protettore che governavano sulla Nuova Inghilterra a nord, nel futuro non vedeva che caos e guerra, con la Pennsylvania esattamente nel mezzo. Franklin voleva impedire quella guerra, e a questo scopo usò la parola ‘americano’. Fece sì che gli abitanti della Nuova Inghilterra temessero di offendere la Pennsylvania, e che i realisti facessero di tutto per conquistarsi l’appoggio della Pennsylvania. Fu lui a propagandare l’idea di un Congresso Americano che stabilisse le politiche di scambio e leggi fondiarie uguali per tutti.

«E alla fine» continuò Scambiastorie, «poco prima d’invitarmi a raggiungerlo dall’Inghilterra, scrisse il Patto Americano, e convinse le sette colonie originarie a firmarlo. Non fu facile, capisci… persino il numero degli stati fu all’origine di un’infinità di discussioni. Gli olandesi si erano accorti che la maggior parte di coloro che adesso emigravano in America era composta da inglesi, irlandesi e scozzesi, e non avevano nessuna intenzione di farsi travolgere; allora il vecchio Ben permise loro di dividere la Nuova Olanda in tre colonie, in modo che potessero avere un maggior numero di voti in Congresso. Con la scissione del Suskwahenny dalle regioni su cui accampavano diritti tanto la Nuova Svezia quanto la Pennsylvania, venne messa a tacere un’altra polemica».

«Finora hai nominato soltanto sei stati» disse Alvin.

«Il vecchio Ben si rifiutò di far firmare il Patto a chiunque, se non si concedeva all’Irrakwa di entrare nella federazione come settimo stato, con confini ben definiti entro i quali i Rossi si governavano da soli. Molti volevano una nazione esclusivamente bianca, ma il vecchio Ben non cedette d’un pollice. L’unico modo di assicurare la pace, diceva, era che tutti gli americani si unissero con pari diritti. Ecco perché il suo Patto non consente la schiavitù, e nemmeno la servitù della gleba. Ecco perché il suo Patto non permette a nessuna religione di proclamarsi superiore alle altre. Ecco perché il suo Patto non consente allo Stato di chiudere tipografie o d’impedire ai cittadini di esprimere la propria opinione. Bianco, nero e rosso; papista, puritano e presbiteriano; ricco, povero, mendicante e ladro… tutti quanti viviamo sotto le stesse leggi. Una sola nazione, creata a partire da un’unica parola».

«Americano».

«Adesso capisci perché la riteneva la sua più grande impresa?»

«Ma non è il Patto, la cosa più importante?»

«Il Patto è solo una sfilza di parole. ‘Americano’ è l’idea che ha creato le parole».

«Ancora però non comprende gli yankee e i realisti, e non ha nemmeno impedito la guerra, visto che gli Appalachi stanno ancora combattendo contro il re».

«Ma certo che li comprende, Alvin. Ti ricordi la storia di George Washington a Shenandoah? In quei giorni portava il titolo di Lord Potomac, e conduceva il grosso delle truppe di re Roberto contro quella banda di straccioni che era tutto ciò che era rimasto a Ben Arnold. Era evidente che il mattino seguente i realisti di Lord Potomac avrebbero espugnato il piccolo forte, segnando il definitivo fallimento della ribellione dei liberi montanari di Tom Jefferson. Ma Lord Potomac aveva combattuto al fianco di quei montanari contro i francesi. E in quei giorni lontani Tom Jefferson era stato suo amico. In cuor suo non riusciva a sopportare l’idea della battaglia dell’indomani. Chi era re Roberto perché in suo nome si versasse tanto sangue? Quei ribelli chiedevano soltanto di essere padroni delle proprie terre, senza baroni imposti a forza dal re che li dissanguassero a forza di tasse, fino a trasformarli in schiavi esattamente come i neri delle colonie della Corona. Quella notte non riuscì a chiudere occhio».

«Pregava» disse Alvin.

«Così la racconta Thrower» ribatté asciutto Scambiastorie. «Ma nessuno può saperlo. E quando rivolse la parola alle sue truppe, il mattino dopo, non parlò certamente di preghiere. Parlò invece della parola inventata da Ben Franklin. Quella notte aveva scritto una lettera al re, rinunciando al comando e con esso alle sue terre e ai suoi titoli. E quella lettera non l’aveva firmata ‘Lord Potomac’, ma ‘George Washington’. Poi la mattina si alzò, e di fronte ai soldati del re con le loro uniformi azzurre rivelò quel che aveva fatto, e disse loro che erano Liberi di scegliere, tutti quanti, se obbedire ai loro ufficiali e marciare in battaglia, o invece schierarsi in difesa della Dichiarazione d’Indipendenza di Tom Jefferson. ‘Sta a voi scegliere’ disse. ‘Ma per quanto mi riguarda…’».

Alvin quelle parole le sapeva a memoria, come ogni uomo, donna o bambino del continente. Ma adesso avevano acquisito per lui un nuovo significato, e le gridò con quanto fiato aveva in gola: «La mia spada americana non verserà mai una sola goccia di sangue americano!».

«E poi, dopo che la maggior parte dei suoi uomini si era unita ai ribelli degli Appalachi, con fucili e munizioni, carri e provviste, ordinò all’ufficiale di grado superiore tra coloro che erano rimasti fedeli al re di arrestarlo. ‘Ho infranto il mio giuramento verso il re’ disse. ‘È stato in nome di un bene superiore, ma ho pur sempre infranto un giuramento, e pagherò il prezzo del mio tradimento’. E lo pagò, sissignore, lo pagò con una sciabolata sul collo. Ma quanti, al di fuori della corte del re, pensano che sia stato veramente un tradimento?»

«Nessuno» disse Alvin.

«E da allora il re è forse riuscito a combattere una sola battaglia contro gli Appalachi?»

«Nemmeno una».

«Nemmeno un uomo sul campo di battaglia di Shenandoah era cittadino degli Stati Uniti. Nemmeno uno di loro viveva sotto il Patto Americano. Eppure, quando George Washington parlò di spade americane e di sangue americano, capirono che intendeva riferirsi proprio a loro. E adesso dimmi, Alvin Junior, il vecchio Ben si sbagliava forse nel dire che la sua più grande creazione era una parola?»

Alvin avrebbe voluto rispondere, ma in quel preciso istante lui e Scambiastorie si ritrovarono sui gradini della veranda di casa Miller, e prima che potessero arrivare alla porta questa si spalancò, e lui si trovò di fronte la mamma, che lo squadrò da capo a piedi. Dall’espressione del suo viso, Alvin capì di essere davvero nei guai, e ne sapeva il perché.

«Ma io in chiesa ci volevo andare, mamma!»

«Sai quanti defunti avrebbero voluto andare in paradiso» rispose lei, «e non ci sono mai arrivati?»