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«Chi l’ha scritto?» domandò la mamma.

«Uno scricciolo di ragazzina. Circa cinque anni fa».

«E qual era la storia che accompagnava la frase?» chiese Alvin Junior.

Scambiastorie scosse la testa.

«Avete detto che nel libro non ci lasciavate scrivere nessuno che prima non vi avesse raccontato la sua storia».

«L’ha scritto senza che me n’accorgessi» spiegò Scambiastorie. «Me ne sono accorto solo la sera dopo, quand’ero ormai lontano».

«E allora come fate a sapere ch’è stata lei?» chiese Alvin.

«È stata lei» rispose il vecchio. «Era l’unica, laggiù, in grado di schiudere il talismano che in quei giorni tenevo sul libro».

«Così non sapete che cosa significhi? Non sapete nemmeno dirmi perché quelle lettere le ho viste bruciare?»

Scambiastorie scosse il capo. «Se ricordo bene, era la figlia d’un locandiere. Parlava pochissimo, e quando parlava diceva solo ed esclusivamente la verità. Mai una bugia, nemmeno per delicatezza. La consideravano un po’ bisbetica. Ma come dice il proverbio, se uno dice sempre quel che pensa, il malvagio resterà alla larga. O qualcosa del genere».

«E come si chiamava?» chiese la mamma. Alvin alzò lo sguardo, sorpreso. La mamma non aveva visto le lettere ardenti; perché allora sembrava tanto desiderosa di sapere chi le aveva scritte?

«Mi spiace» disse Scambiastorie. «In questo momento non ricordo il suo nome. E anche se me lo ricordassi, non lo direi, né direi niente a proposito del luogo in cui viveva. A qualcuno potrebbe venire in mente di cercarla, per disturbarla chiedendole risposte che lei potrebbe non essere disposta a dare. Ma una cosa posso dirla. Era una fiaccola, e vedeva con sguardo veritiero. Perciò se ha scritto che era nato un Creatore, io le credo, ed ecco perché ho lasciato che le sue parole restassero nel mio libro».

«Un giorno vorrei sentire la sua storia» disse Alvin. «Vorrei sapere perché quelle lettere erano così luminose».

Alzò lo sguardo, e vide che la mamma e Scambiastorie si guardavano dritto negli occhi. Nessuno dei due abbassò lo sguardo.

E poi, proprio ai margini del suo campo visivo, dove riusciva quasi a scorgerlo, ma non del tutto, avvertì la presenza del Distruttore, tremolante, invisibile, bramoso di scrollare il mondo fino a distruggerlo. Senza nemmeno accorgersene, Alvin tirò fuori dai calzoni la parte anteriore della camicia e ne annodò i due lembi. Il Distruttore vacillò e scomparve.

XI

LA MACINA

Scambiastorie si svegliò di colpo. Qualcuno lo stava scrollando. Fuori era ancora buio pesto, ma era l’ora di muoversi. Si tirò a sedere, si piegò leggermente in avanti e provò un certo piacere nel sentire quanto fossero diminuiti in quei giorni, dormendo su un letto morbido, dolori e doloretti. Potrei anche abituarmici, pensò. Sì, potrei anche prender gusto a questa vita.

La pancetta che friggeva in cucina era così grassa che poteva udirla sfrigolare. Stava per infilarsi gli stivali quando Mary bussò alla sua porta. «Sì, più o meno sono presentabile» disse Scambiastorie.

La ragazza entrò con due paia di calzettoni di lana pesante. «Li ho fatti io» disse.

«Nemmeno a Filadelfia avrei potuto trovare calzettoni così spessi».

«Qui nel territorio del Wobbish gli inverni sono particolarmente freddi, e…». Non riuscì a finire. La timidezza ebbe la meglio, e Mary chinò la testa e uscì in tutta fretta dalla stanza.

Scambiastorie s’infilò i calzettoni, quindi gli stivali, e infine sorrise. Non si sentiva in imbarazzo ad accettare qualche piccolo dono. Lavorava duro, come tutti, e aveva fatto più della sua parte per preparare la fattoria all’inverno. Coi tetti ci sapeva fare; gli piaceva arrampicarsi e non soffriva di vertigini. Perciò erano state le sue mani a sistemare la casa; e fienili, stalle e porcili erano tutti perfettamente asciutti.

E, senza che nessuno gliel’avesse chiesto, aveva preparato il mulino ad accogliere la macina. Aveva caricato personalmente sul carro tutto il fieno che si trovava là dentro, cinque carichi abbondanti. I gemelli, che essendosi sposati solo quell’estate non avevano ancora molto da fare sulle loro terre, si erano incaricati di scaricarlo nel fienile grande. Tutto questo senza che Miller avesse dovuto nemmeno toccare il forcone. Scambiastorie si era occupato di tutto, e Miller non aveva insistito.

Altre cose, tuttavia, non andavano altrettanto bene. Ta-Kumsaw e i suoi Shawnee stavano facendo scappare un sacco di gente dalla regione di Carthage City, e tutti avevano i nervi a fior di pelle. Certo, era una bellissima cosa che il Profeta avesse una città sull’altra riva del fiume dove migliaia di Rossi non facevano altro che parlare di come per nessuna ragione al mondo avrebbero mai preso le armi contro l’uomo bianco. Ma c’erano anche un sacco di Rossi che condividevano i sentimenti di Ta-Kumsaw, e pensavano che l’uomo bianco dovesse essere ricacciato fino all’Atlantico e rispedito in Europa, con o senza navi. Spirava vento di guerra, e correva voce che Bill Harrison, giù a Carthage City, fosse sin troppo lieto di soffiare sul fuoco, per non parlare dei francesi di Detroit, i quali da un pezzo sobillavano i Rossi ad attaccare i coloni americani nelle regioni che secondo loro facevano parte del Canada.

Nella cittadina di Vigor Church non si parlava d’altro; ma Scambiastorie sapeva che Miller non la prendeva altrettanto seriamente. Secondo lui i Rossi erano solo dei buffoni, degl’ignoranti la cui massima aspirazione era quella di tracannare tutto il whisky su cui riuscivano a mettere le mani. Scambiastorie aveva già incontrato questo genere di atteggiamento, ma solo nella Nuova Inghilterra. A quanto pareva, gli yankee non riuscivano a rendersi conto che ogni Rosso della Nuova Inghilterra che avesse un minimo di spina dorsale si era trasferito da un pezzo nello stato dell’Irrakwa. E gli yankee avrebbero sicuramente visto le cose in tutt’altra luce se avessero saputo che gli stessi Irrakwa si stavano dando un gran da fare con le macchine a vapore importate direttamente dall’Inghilterra, e che nella regione dei Finger Lakes un bianco di nome Eli Whitney li stava aiutando ad attrezzare una fabbrica che avrebbe prodotto fucili a un ritmo circa venti volte superiore a quello fino allora ritenuto possibile. Un giorno o l’altro gli yankee si sarebbero svegliati per scoprire che i Rossi non erano tutti degli ubriaconi, e qualche bianco avrebbe dovuto mettersi le gambe in spalla per non perdere lo scalpo.

Nel frattempo, tuttavia, Miller non prendeva molto sul serio quei discorsi di guerra. «Lo sappiamo tutti che i boschi sono pieni di Rossi» diceva sempre. «Non possiamo certo impedirgli di giocare a nascondino, ma per adesso di galline non me ne sono sparite, per cui non lo vedo come un problema».

«Ancora pancetta?» chiese Miller. Così dicendo, spinse il vassoio sul tavolo verso Scambiastorie.

«Non sono abituato a mangiare tanto la mattina» si scusò Scambiastorie. «Da quando sono qui, a ogni pasto ho regolarmente mangiato più di quanto fossi solito mangiare in un’intera giornata».

«Bisogna che mettiate un po’ di carne sulle ossa» disse Faith mettendogli davanti senza tanti complimenti due focaccine calde spalmate di miele.

«Non riuscirei a mandare giù un altro boccone» protestò Scambiastorie.

Le focaccine scomparvero istantaneamente dal suo piatto. «Ci penso io» disse Al Junior.

«Non allungare le mani sui piatti altrui» lo rimbrottò Miller. «E poi non puoi mangiartele tutt’e due».

In men che non si dica, Al Junior dimostrò che il padre aveva torto. Quindi gli uomini si lavarono le mani appiccicose di miele, s’infilarono i guanti e uscirono di casa per salire sul carro. Le prime luci dell’alba stavano facendo capolino a oriente, quando giunsero a cavallo David e Calm, che vivevano a metà strada tra la fattoria e il paese. Al Junior si arrampicò sul retro del carro, in mezzo agli attrezzi, alle corde, alle tende e alle provviste. Sarebbero rimasti fuori per qualche giorno.