Diede un colpo di mazzuolo, il ferro risuonò, si udì la roccia sgretolarsi, e di nuovo i frammenti di pietra tambureggiarono al suolo.
«Adesso capisco perché fate fare tutto il lavoro a lui» disse Scambiastorie.
«Ci è sembrata la soluzione migliore» disse Miller.
Nel giro di qualche minuto, la circonferenza era terminata. Scambiastorie non fece commenti. Era curioso di vedere che cosa sarebbe accaduto adesso.
Il ragazzo depose gli attrezzi, si avvicinò alla macina e l’abbracciò. Le dita della mano destra si contrassero intorno al bordo. La mano sinistra esplorò la scanalatura dalla parte opposta. Alvin premeva la guancia contro la pietra, con gli occhi chiusi. Stando a tutte le apparenze, era intento ad ascoltare la pietra.
A bocca chiusa, cominciò a canticchiare una melodia improvvisata. Mosse le mani. Cambiò posizione. Ascoltò con l’altro orecchio.
«Be’» disse Alvin «non riesco proprio a crederci».
«Credere a che?» chiese suo padre.
«Gli ultimi colpi debbono aver fatto vibrare la roccia fino a schiantarla. La parte posteriore è già staccata dalla parete».
«Vuoi dire che la macina adesso è libera?» chiese Scambiastorie.
«Penso che adesso si possa farla dondolare in avanti» disse Alvin. «Bisognerà lavorare di corda, ma probabilmente riusciremo a tirarla fuori senza troppa fatica».
Arrivarono i suoi fratelli, con corde e cavalli. Alvin fece passare una corda dietro la macina. Anche se sulla faccia posteriore non era stato dato neanche un colpo di scalpello, la corda passò senza difficoltà. Poi un’altra corda, e un’altra, e ben presto si misero tutti a tirare, prima a sinistra, poi a destra, facendo avanzare lentamente la pesante macina fuori dal suo letto nella parete rocciosa.
«Se non l’avessi visto con i miei occhi…» mormorò Scambiastorie.
«Ma l’avete visto» disse Miller.
La macina era avanzata solo di qualche palmo quando cambiarono le corde, passandone quattro attraverso il foro centrale e attaccandole a un tiro di cavalli a monte della pietra. «Giù per la discesa rotolerà da sola» spiegò Miller, rivolgendosi a Scambiastorie. «I cavalli servono solo a trattenerla, tirando nella direzione opposta».
«Sembra pesante».
«Basta che non vi ci mettiate davanti» disse Miller.
Cominciarono a farla rotolare, pian piano. Miller aveva preso Alvin per una spalla e lo teneva a rispettosa distanza dalla macina… e sempre a monte. Scambiastorie era andato a dare una mano con i cavalli, perciò non ebbe occasione di osservare da vicino la faccia posteriore della macina finché questa non fu giunta in fondo alla discesa, dove l’attendeva la treggia.
Era liscia come il culetto di un neonato. Liscia come il ghiaccio in una tinozza. E la superficie era rifinita ad angolo, con una serie di linee perfettamente diritte che s’irradiavano dal foro centrale alla circonferenza.
Alvin gli si avvicinò. «Ho capito bene come doveva essere?» chiese.
«Sì» disse Scambiastorie.
«È stato un autentico colpo di fortuna» disse il ragazzo. «Non so come, ho sentito che la pietra era pronta a spaccarsi lungo quelle linee. Chiedeva solo di spaccarsi così. È stato facilissimo».
Scambiastorie allungò la mano e passò delicatamente il dito lungo il bordo di una delle scanalature. Sentì male. Si portò le dita alla bocca, e quando succhiò sentì il sapore del sangue.
«Un bel filo, eh?» disse Measure. Da come lo diceva, sembrava che cose del genere accadessero tutti i giorni. Ma Scambiastorie scorse il timore reverenziale nei suoi occhi.
«Ottimo taglio» disse Calm.
«Il migliore fino a oggi» disse David.
Poi, coi cavalli sempre in tiro onde evitare una caduta improvvisa, calarono pian piano la macina fino ad adagiarla sulla treggia, con il lato scanalato in alto.
«Mi fareste un favore, Scambiastorie?»
«Se posso».
«Riportate Alvin a casa. Il suo compito è finito».
«No, papà!» gridò Alvin. Corse da suo padre. «Non puoi mandarmi a casa adesso!»
«Non ho nessun bisogno di avere marmocchi tra i piedi mentre manovriamo una pietra di queste dimensioni» disse suo padre.
«Ma debbo tener d’occhio la pietra, per essere sicuro che non si scheggi o si spezzi, papà!»
I fratelli più grandi guardarono il padre, attendendo la sua risposta. Scambiastorie si chiese che cosa sperassero. Di sicuro erano ormai troppo grandi per essere gelosi dell’affetto particolare che Miller provava per il suo settimo figlio. E certamente tutti quanti si auguravano che il ragazzo restasse lontano da ogni pericolo. Eppure per tutti loro era essenziale che la macina arrivasse sana e salva al mulino. E non potevano esserci dubbi sul fatto che il giovane Alvin disponesse dei poteri necessari a conservarla intatta.
«Puoi restare con noi fino al tramonto» disse Miller alla fine. «A quel punto saremo abbastanza vicini a casa perché tu e Scambiastorie possiate andare avanti e trascorrere la notte sotto un tetto».
«A me va bene» disse Scambiastorie.
Alvin Junior non sembrava particolarmente entusiasta, ma non protestò.
Prima di mezzogiorno la treggia era in movimento. Due cavalli davanti e due di dietro per trattenerla, attaccati direttamente alla macina appoggiata sul pianale della treggia, che avanzava su sei o sette rulli di legno. Ogni volta che un rullo emergeva dalla parte posteriore, uno dei ragazzi lo sfilava da sotto le funi attaccate alla pariglia di coda, correva avanti e lo collocava immediatamente alle spalle della pariglia di testa. Questo significava che per ogni miglio coperto dalla treggia, ciascuno di loro correva per circa cinque miglia.
Scambiastorie si offrì di dare il proprio contributo, ma siccome David, Calm e Measure non vollero sentire ragioni, finì con l’occuparsi della pariglia di coda, con Alvin appollaiato in sella a uno dei cavalli. Miller invece guidava la pariglia di testa, camminando all’indietro per metà del tempo per accertarsi di non andare troppo in fretta e che i ragazzi riuscissero a tenere il passo.
Proseguirono così, un’ora dopo l’altra. Miller propose ai ragazzi di fermarsi a riposare, ma loro sembravano non conoscere stanchezza, e Scambiastorie notò con meraviglia la resistenza dei rulli. Nemmeno uno si spaccò contro una pietra o sotto il peso della macina. A parte qualche ammaccatura o qualche scheggia saltata via, non diedero segni di cedimento.
E quando il sole era ormai a non più di due dita sopra l’orizzonte, avvolto nelle nubi rossastre del cielo a occidente, Scambiastorie riconobbe il prato che si spalancava di fronte a loro. Avevano fatto l’intero tragitto in un solo pomeriggio.
«Penso di avere i fratelli più forti del mondo» mormorò Alvin.
Non ne ho il minimo dubbio, disse silenziosamente Scambiastorie. Tu che puoi staccare una macina dalla montagna senza nemmeno usare le mani, solo perché «trovi» nella roccia le fratture giuste, non c’è da stupirsi se i tuoi fratelli scoprono in sé esattamente la forza che tu hai loro attribuito. Di nuovo, come molte altre volte in precedenza, Scambiastorie cercò di comprendere la vera natura dei poteri occulti. Sicuramente il loro uso era governato da qualche legge naturale; il vecchio Ben lo diceva sempre. Eppure ecco un ragazzo che con la sola forza della convinzione riusciva a tagliare la roccia come il burro e a dare forza ai suoi fratelli. Sì, c’era una teoria secondo cui ogni potere occulto nasceva dall’affinità con un particolare elemento; ma quale elemento poteva dare ad Alvin i suoi poteri? La terra? L’aria? Il fuoco? Sicuramente non l’acqua, perché Scambiastorie sapeva che le storie di Miller erano tutte vere. Com’era possibile che ad Alvin Junior bastasse desiderare qualcosa, e la terra stessa si piegasse alla sua volontà, mentre altri potevano bramare qualcosa con tutte le loro forze senza far spirare neanche un alito di vento?