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Alvin gemette, più per la sofferenza dello spirito che per quella del corpo.

«Ma il giuramento era chiaro, no? Mai a tuo vantaggio. E allora perché non completare il primo giuramento con un secondo, Alvin? Giura che dedicherai tutta la tua esistenza a costruire contro il Distruttore. Se mantieni questo giuramento — e lo farai, Alvin, sei un ragazzo che sa mantenere la parola data -, se mantieni questo giuramento, allora la tua salvezza sarà veramente a vantaggio degli altri, e non solo tuo».

Scambiastorie attese a lungo, finché Alvin mosse la testa in un lieve cenno di assenso.

«Vuoi tu giurare, Alvin Junior, che dedicherai la tua esistenza a sconfiggere il Distruttore, rendendo tutto completo, buono e giusto?»

«Sì» sussurrò il ragazzo.

«E allora affermo che, secondo i termini della tua promessa, tu devi guarire te stesso».

Alvin afferrò Scambiastorie per il braccio. «Come?» sussurrò.

«Questo non lo so, ragazzo» disse Scambiastorie. «Come usare il tuo potere, questo devi scoprirlo da solo. Posso dirti soltanto che devi provarci, o il nemico avrà ottenuto la sua vittoria, e io dovrò concludere la storia della tua vita con il tuo corpo che viene calato nella tomba».

Con grande sorpresa di Scambiastorie, Alvin sorrise. Poi Scambiastorie ne capì il perché. Qualsiasi cosa Alvin decidesse di fare, la storia della sua vita si sarebbe comunque conclusa con la tomba. «È giusto, ragazzo» disse Scambiastorie. «Ma preferirei scrivere su di te qualche altra pagina, prima di mettere la parola fine al Libro di Alvin».

«Ci proverò» mormorò Alvin.

Se ci avesse provato, sicuramente ci sarebbe riuscito. Il protettore di Alvin non lo aveva condotto fin lì solo per lasciarlo morire. Scambiastorie non dubitava che Alvin avesse il potere di guarire se stesso, se solo fosse riuscito a capire in che modo. Il suo corpo era molto più complicato della pietra. Ma se doveva vivere, avrebbe dovuto imparare le vie segrete del proprio corpo.

A Scambiastorie venne preparato un letto nella sala grande. Quando sì offrì di dormire sul pavimento accanto al letto di Alvin, Miller scosse la testa: «Quel posto tocca a me».

Ma quella sera Scambiastorie non riusciva a prender sonno. Era ormai mezzanotte passata quando finalmente rinunciò, accese una lanterna con uno stecco preso dal focolare, s’infilò la giubba e uscì all’aperto.

Tirava un vento tagliente. Stava arrivando il cattivo tempo, e l’odore nell’aria prometteva neve. Le bestie si agitavano nella stalla. A Scambiastorie venne da pensare che forse lì fuori, quella notte, non era solo. Potevano esserci dei Rossi che si nascondevano nell’ombra, o addirittura si aggiravano di soppiatto tra gli edifici della fattoria, osservando ogni suo movimento. Rabbrividì, poi si sbarazzò della paura con un’alzata di spalle. Faceva troppo freddo. Persino i più sanguinari tagliagole Choc-Taw o Cree-Ek venuti a spiare dal sud erano troppo furbi per andarsene in giro in una nottata del genere, con una tempesta di neve in arrivo.

Ben presto sarebbe caduta la neve, la prima della stagione, ma non sarebbe stata solo una spolverata. Avrebbe nevicato per tutto l’indomani, Scambiastorie se lo sentiva nelle ossa, e l’aria che sarebbe seguita alla nevicata sarebbe stata ancora più fredda, così fredda che la neve sarebbe rimasta polverosa e asciutta, quel genere di neve che continua ad accumularsi un’ora dopo l’altra. Se Alvin non li avesse spronati ad arrivare a casa con la macina in un solo giorno, si sarebbero trovati a spingere la treggia sotto la neve. Il terreno si sarebbe fatto sdrucciolevole. Sarebbe potuta capitare una disgrazia ancora più grave.

Quasi senza accorgersene, Scambiastorie si ritrovò dentro il mulino a guardare la macina. Aveva un aspetto così imponente, sembrava impossibile che qualcuno avesse potuto spostarla. Ne toccò la superficie, facendo attenzione a non tagliarsi di nuovo. Le sue dita sfiorarono le scanalature poco profonde in cui la farina si sarebbe raccolta quando gl’ingranaggi della grande ruota a pale avrebbero fatto rotare in continuazione la mola sulla macina, con la stessa regolarità con cui la terra girava intorno al sole, un anno dopo l’altro, trasformando il tempo in polvere con la stessa implacabile determinazione con cui il mulino avrebbe trasformato il grano in farina.

Abbassò lo sguardo verso il punto in cui la terra aveva leggermente ceduto sotto il peso della macina, facendola inclinare e quasi ammazzando il ragazzo. Il fondo della depressione brillava alla luce della lanterna. Scambiastorie s’inginocchiò e intinse le dita in un mezzo pollice d’acqua. Doveva essersi raccolta proprio in quel punto, indebolendo il pavimento, portando via la terra. Non era tanta da rendere evidente la presenza di umidità, ma sufficiente a far sì che sotto quel peso immane il terreno cedesse.

Ah, Distruttore, pensò Scambiastorie, fatti vedere e ti costruirò una prigione tale da ingabbiarti e tenerti prigioniero per l’eternità. Ma per quanto si sforzasse, i suoi occhi non riuscirono a cogliere quel leggero tremolio nell’aria che si era manifestato al settimo figlio di Alvin Miller. Alla fine Scambiastorie raccolse da terra la lanterna e uscì dal mulino. Stavano cadendo i primi fiocchi di neve. Il vento era quasi cessato. La neve sfarfallò sempre più fitta, danzando alla luce della lanterna. Quando finalmente giunse a casa, il suolo era ricoperto di neve, la foresta invisibile in lontananza. Scambiastorie si chiuse la porta alle spalle, si stese sul pagliericcio senza nemmeno togliersi gli stivali, e cadde addormentato.

XII

IL LIBRO

Giorno e notte tennero acceso un fuoco alimentato con tre ceppi, così che le pietre della parete parevano ardere per il calore, e l’aria nella stanza era asciutta. Alvin giaceva immobile, la gamba destra, appesantita dalle stecche e dalle bende, che premeva sul letto come un’ancora, mentre il resto del suo corpo sembrava galleggiare alla deriva, ondeggiando, beccheggiando e rollando. Aveva le vertigini, e anche un po’ di nausea.

Ma delle vertigini e della nausea quasi non si accorgeva. Il dolore gli era nemico; le pulsazioni e le fitte gli distoglievano la mente dal compito che Scambiastorie gli aveva assegnato: guarire se stesso.

Al tempo stesso, tuttavia, il dolore gli era amico. Gli creava intorno un muro, così che quasi non si rendeva conto di trovarsi in una casa, in una camera, su un letto. Il mondo esterno poteva bruciare fino a ridursi in cenere, e lui non se ne sarebbe accorto. Era il mondo dentro di sé che doveva esplorare, adesso.

Scambiastorie aveva avuto un’idea molto vaga di ciò che Alvin avrebbe dovuto fare. Non si trattava semplicemente di lavorare di fantasia. Immaginare che la gamba fosse guarita non gli avrebbe arrecato alcun beneficio. Ma in qualche modo Scambiastorie aveva colto nel segno. Se Alvin aveva potuto penetrare nella roccia avvertendone i punti forti e deboli, dicendole dove spezzarsi e dove restare intatta, perché non avrebbe potuto fare la stessa cosa con la pelle e le ossa?

Il fatto era che la pelle e le ossa erano mescolate insieme. La roccia era più o meno fatta tutta nello stesso modo, ma la pelle cambiava da strato a strato, e non era affatto facile capire dove andasse questo e dove quello. Disteso nel letto a occhi chiusi, Alvin guardava per la prima volta nella propria carne. All’inizio cercò di seguire il dolore, ma questo non lo portò da nessuna parte, lo condusse soltanto là dove tutto era spappolato e squarciato e in disordine, così che non si riusciva più a capire che cosa andasse sopra e cosa sotto. Dopo lunghi e infruttuosi tentativi provò a cambiare strada, e cominciò ad ascoltare il battito del proprio cuore. All’inizio, dopo un po’ il dolore lo distoglieva bruscamente dall’ascolto, ma finalmente riuscì a concentrarsi sulle pulsazioni. Nemmeno si accorgeva delle distrazioni provenienti dal mondo esterno, perché il dolore impediva l’accesso a qualsiasi rumore. Al tempo stesso, quel battito ritmico impediva l’accesso al dolore, almeno in parte.