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Ora, il più delle volte che Elly si avvicinava a lui in quel modo, anche se era veramente arrabbiata, lui si lasciava rincorrere per la casa e di solito dopo un po’ lei finiva col mettersi a ridere. Ma non stavolta. Gli spiaccicò una mela in testa, l’altra gliela tirò addosso, e poi corse di sopra in camera, si mise a sedere sul letto e scoppiò in un pianto dirotto.

Poiché Eleanor non era tipo da mettersi a piangere, Armor ne concluse che le cose si erano spinte troppo oltre.

«Ritiro quello che ho detto, Elly. È un bravo ragazzo, questo lo so».

«Oh, di quello che pensi non m’importa nulla» scattò lei. «Di queste cose non capisci un accidente».

Non erano molti i mariti che si sarebbero fatti dire dalla moglie una cosa del genere senza mollarle un manrovescio. A volte Armor avrebbe voluto che Elly capisse come lo spirito di cristiana sopportazione del marito tornasse tutto a suo vantaggio.

«Qualcosa invece credo proprio di capirne» ribatté.

«Hanno intenzione di mandarlo via» disse Eleanor. «A primavera lo manderanno a bottega da qualcuno, come apprendista. Lui non ne è affatto entusiasta, questo è certo, ma non si oppone, se ne sta li disteso nel letto e ne parla tranquillamente, ma da come ti guarda sembra voler dire addio a tutti quanti».

«E come mai vogliono mandarlo via?»

«Te l’ho detto, per fargli imparare un mestiere».

«Da come lo tengono nella bambagia, mi è difficile credere che gli permettano di allontanarsi».

«E non parlano nemmeno di mandarlo qui nelle vicinanze. Addirittura al confine orientale del territorio dell’Hio, vicino a Fort Dekane. Pensa, praticamente a mezza strada tra qui e il mare».

«Sai, a pensarci bene non è affatto una decisione irragionevole».

«E perché?»

«Con questi Rossi che cominciano a creare problemi, preferiscono saperlo lontano di qui. Chiunque altro può restarsene qui in attesa di una freccia in fronte, ma non Alvin Junior».

Eleanor lo fissò con evidente disprezzo. «Qualche volta sei così sospettoso che mi fai venir voglia di vomitare, Corazza-di-Dio».

«Non sono sospetti. È la realtà».

«Tu non sapresti distinguere la realtà da un cavolfiore».

«Mi toglieresti questa mela dai capelli, o preferisci mangiartela?»

«Sì, sarà meglio che faccia qualcosa, o me la spiaccicherai tutta sulle lenzuola».

Scambiastorie si sentiva quasi un ladro a partire prendendo con sé tanta roba. Due paia di calzettoni grossi. Una coperta nuova. Un mantello di pelle d’alce. Carne essiccata al sole e formaggio. Una buona cote.

E le cose che non sapevano nemmeno di avergli donato. Un corpo riposato, senza più dolori e ammaccature. Un passo disinvolto. Volti cordiali bene impressi nella mente. E storie. Storie annotate nella parte del libro chiusa da una fibbia, la parte nella quale egli solo scriveva. E storie vere, scritte faticosamente dalle loro mani.

Dal canto suo Scambiastorie aveva contraccambiato la loro generosità, o per lo meno ci aveva provato. I tetti riparati per l’inverno, altri lavoretti qua e là. Soprattutto, avevano potuto leggere le parole scritte di pugno da Ben Franklin, e poi da Tom Jefferson, Ben Arnold, Pat Henry, John Adams, Alex Hamilton… persino da Aaron Burr, prima del duello, e da Daniel Boone, dopo. Prima che Scambiastorie arrivasse da loro, erano parte della loro famiglia, parte del territorio del Wobbish, e nulla più. Adesso appartenevano a storie molto più vaste. La guerra d’indipendenza degli Appalachi. Il Patto Americano. Ora vedevano la loro marcia faticosa in quelle regioni selvagge come un filo tra molti, e potevano avvertire la consistenza dell’arazzo che con quei fili era stato tessuto. In realtà non era nemmeno un arazzo, ma un tappeto. Un buon tappeto spesso e resistente che generazioni di americani dopo di loro avrebbero potuto calpestare. C’era una poesia, là dentro; e, prima o poi, l’avrebbe messa per iscritto.

E poi aveva lasciato loro qualcos’altro. Un figlio amatissimo tolto di sotto a una macina da mulino che stava per cadere. Un padre che adesso aveva la forza di mandar via il proprio figlio prima di ucciderlo. Un nome per l’incubo di un ragazzo, in modo che questi potesse capire che il suo nemico non era una fantasia, ma una realtà. L’incoraggiamento sussurrato a un bambino ferito perché guarisse se stesso.

E un unico disegno, inciso con la punta d’un coltello arroventato su un’assicella di legno di quercia ben lucidato. Scambiastorie avrebbe preferito lavorare con cera e acido sul metallo, ma in quei luoghi sarebbe stato impossibile trovarli. Così si era arrangiato alla meglio, tracciando quelle linee a fuoco nel légno. Il disegno rappresentava un giovane travolto dalla corrente impetuosa di un fiume, che, impigliato tra le radici di un albero, cercava di riprendere fiato mentre il suo sguardo fissava impavido la morte. Nella sua semplicità, all’Accademia d’Arte del Lord Protettore quel disegno non avrebbe ottenuto che disprezzo. Ma quando comare Faith lo vide, scoppiò in pianto e lo strinse a sé bagnandolo di lacrime. E quando Alvin Miller lo vide, annuì e disse: «Ecco la vostra visione, Scambiastorie. Senza averla mai vista, avete disegnato la sua faccia alla perfezione. È Vigor. È il mio ragazzo». Quindi si mise a piangere anche lui.

Lo collocarono sulla mensola del camino. Poteva non essere un capolavoro, pensò Scambiastorie, ma era vero, e per quella gente significava molto più di ciò che un qualsiasi ritratto avrebbe potuto significare per un vecchio grassone di nobile o di parlamentare a Londra, Camelot, Parigi o Vienna.

«È ormai giorno chiaro» disse comare Faith. «Ne avete di strada da fare prima di sera».

«Non potete rimproverarmi se sono riluttante a partire, anche se sono felice che mi abbiate affidato questa commissione. Cercherò di non deludervi». Così dicendo, diede un colpetto alla tasca nella quale aveva riposto la lettera per il fabbro del fiume Hatrack.

«Non potete andarvene senza salutare il ragazzo» disse Miller.

Scambiastorie aveva rimandato il più possibile quel momento. Annuì, quindi si alzò dalla comoda poltrona accanto al fuoco e andò nella camera dove aveva fatto le più belle dormite della sua vita. Era bello vedere Alvin Junior con gli occhi aperti, il viso allegro, non più inespressivo com’era stato per qualche tempo, o corrugato dalla sofferenza. Ma il dolore c’era ancora. Scambiastorie lo sapeva.

«Ve ne andate?» chiese il ragazzo.

«Me ne vado, ma prima volevo salutarti».

Alvin parve leggermente irritato. «Così non avete intenzione di farmi scrivere nel vostro libro?»

«Non ci faccio scrivere tutti, lo sai».

«Papà ce l’avete fatto scrivere. E anche la mamma»

«E anche Cally».

«Chissà che meraviglia» disse Alvin. «Cally scrive come un… come un…».

«Come un bambino di sette anni». Era un rimprovero, ma Alvin non intendeva farsi intimidire.

«E perché io no? Perché Cally sì, e io no?»

«Perché alle persone io faccio scrivere solo la cosa più importante che abbiano mai fatto o visto con i loro stessi occhi. Tu che cos’avresti scritto?»

«Non so. Forse qualcosa sulla macina da mulino».

Scambiastorie fece una smorfia.

«Allora forse sulla mia visione. È stata importante, l’avete detto voi stesso».

«E infatti ne ho già scritto altrove».

«Ma nel libro volevo scriverci io» protestò Alvin. «Volevo che la mia frase fosse lì dentro, accanto a quella di Ben il Creatore».

«Non è ancora il momento» disse Scambiastorie.

«Quando, allora?»

«Quando le avrai suonate al vecchio Distruttore, ragazzo. Ecco quando ti permetterò di scrivere nel libro».

«E se non ci riesco?»