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Tutte quelle superstizioni e quel parlare di stregoneria erano soltanto sciocchezze, beninteso, ma quando Armor aveva parlato della possibilità che il diavolo fosse entrato nel ragazzo la cosa parve a Thrower del tutto credibile e in accordo con quanto aveva saputo dal Messo. Forse il Signore non voleva affatto che egli uccidesse il ragazzo, ma che lo esorcizzasse in modo da purificarlo dal male. Era un’opportunità per redimersi dal cedimento di qualche minuto prima.

«Ci andrò» disse afferrando il pesante mantello e gettandoselo sulle spalle.

«Sarà meglio che vi avverta: nessuno di loro mi ha chiesto d’invitarvi in quella casa».

«Sono preparato ad affrontare l’ira degli infedeli» disse Thrower. «È della vittima delle macchinazioni diaboliche che voglio curarmi, non della sua sciocca e superstiziosa famiglia».

Alvin era disteso a letto, e ardeva di febbre. Adesso ch’era giorno, tenevano le imposte chiuse in modo che la luce non gli ferisse gli occhi. Di notte invece era lui stesso a chiedere che le aprissero in modo da far entrare l’aria fredda e poter respirare più liberamente. Nei pochi giorni in cui era stato in grado di camminare, aveva visto i campi coperti di neve. Adesso cercava d’immaginarsi disteso sotto quella gelida coltre per trovare sollievo dal fuoco che gli bruciava dentro.

Il fatto era che non riusciva a vedere abbastanza in piccolo dentro se stesso. Ciò che aveva fatto con l’osso, con le fibre muscolari e gli strati di. pelle, era stato molto più difficile che cercare le incrinature nella pietra, su alla cava. Eppure alla fine era riuscito a farsi strada a tentoni nel labirinto del suo corpo, a trovare le ferite peggiori, ad aiutarle a chiudersi. La maggior parte di ciò che gli succedeva dentro, però, era troppo piccolo e rapido perché lui riuscisse a comprenderlo. Poteva vedere il risultato, ma non riusciva a scorgere i diversi elementi in gioco, a capirne il funzionamento.

Ecco il perché di quel punto malato nell’osso. Si trattava semplicemente d’un pezzo d’osso che si stava indebolendo, decomponendo. Alvin riusciva a percepire la differenza tra il punto malato e la parte sana e robusta, riusciva a percepire i confini del male. Ma non riusciva a vedere quel che stava succedendo. Non riusciva a impedirlo. Stava morendo.

Non era solo nella stanza, lo sapeva. C’era sempre qualcuno seduto al suo fianco. Apriva gli occhi e vedeva la mamma, o papà, o una delle ragazze. Qualche volta addirittura uno dei suoi fratelli, anche se ciò significava che per venire aveva lasciato moglie e fattoria. Per Alvin era un conforto, ma allo stesso tempo un peso. Non poteva fare a meno di pensare che avrebbe fatto meglio a morire prima possibile, in modo che tutti potessero tornare alla loro vita abituale.

Quel pomeriggio, seduto accanto a lui c’era Measure. Quando era entrato, Alvin l’aveva salutato, ma poi non c’era stato molto di cui parlare. Come va? Sto morendo, grazie, e tu? Un po’ difficile continuare a chiacchierare. Measure gli aveva raccontato che lui e i gemelli avevano cercato di tagliare una mola per il mulino. Nonostante avessero scelto una pietra più morbida di quella su cui aveva lavorato Alvin, non erano riusciti a cavare un ragno dal buco. «Alla fine l’abbiamo piantata lì» aveva detto Measure. «Per avere una mola bisognerà aspettare che ti sia rimesso abbastanza in salute da arrivare fin lassù. Sei l’unico che ce la può procurare».

Alvin non aveva risposto, e da quel momento nessuno dei due aveva più detto una parola. Alvin se ne stava lì disteso a sudare e a sentire il marciume nell’osso che lentamente cresceva e si diffondeva. Suo fratello sedeva accanto al letto, e gli stringeva delicatamente una mano.

Measure cominciò a fischiettare.

Quel suono fece sobbalzare Alvin. Era stato così profondamente immerso dentro se stesso che quella musica gli era parsa venire da una distanza immensa, e ci aveva messo un po’ a capire quale ne fosse l’origine.

«Measure» disse, ma il suono della sua voce non era più forte di un sussurro.

La melodia s’interruppe. «Scusa» disse Measure. «Ti dà noia?»

«No».

Measure riprese a fischiettare. Era una strana melodia, che Alvin non ricordava di avere mai udito prima d’allora. A dire il vero non sembrava neanche una melodia. Non si ripeteva mai, ma continuava ad andare avanti con combinazioni di note sempre nuove, come se Measure la inventasse strada facendo. Mentre Alvin se ne stava lì disteso ad ascoltarla, la melodia assunse l’aspetto di un sentiero che avanzava serpeggiando attraverso regioni selvagge, e lui cominciò a seguirlo. Non che vedesse niente, come sarebbe accaduto nel caso di una vera mappa. Semplicemente sembrava che quella melodia volesse mostrargli il centro delle cose, e tutto ciò che pensava, lo pensava come se si fosse trovato proprio là. Gli parve quasi di poter vedere tutto ciò che aveva pensato fino allora, nel tentativo di trovare il modo di aggiustare quel punto malato nel suo osso, solo che adesso vedeva tutto da una certa distanza, come se si fosse trovato più in alto sul pendio d’un monte, o in una radura aperta, insomma un posto da dove riusciva a vedere di più.

D’un tratto gli venne in mente qualcosa a cui prima d’allora non aveva mai pensato. Quando si era rotto la gamba e la pelle si era squarciata, tutti si erano resi conto che era grave, ma nessuno l’aveva potuto aiutare tranne lui stesso. Aveva dovuto aggiustare tutto quanto dall’interno. Adesso, però, nessun altro poteva vedere la ferita che lo stava uccidendo. E anche se lui poteva vederla, non poteva fare assolutamente nulla per farla guarire.

Perciò forse stavolta avrebbe dovuto farsi aiutare da qualcun altro. Senza nessun genere di arti segrete. Con una normalissima, banale, cruenta operazione chirurgica.

«Measure» mormorò.

«Sono qui».

«Forse ho capito come fare a guarire quella gamba» disse Alvin.

Measure si chinò accostando il viso a quello del fratello. Alvin non aprì gli occhi, ma avvertì il suo respiro sulla guancia.

«Quel punto malato nell’osso sta crescendo, ma il male non si è ancora diffuso» disse Alvin. «Io non posso farci niente, ma penso che se qualcun altro mi tagliasse via quel pezzo d’osso e me lo togliesse dalla gamba, io potrei fare il resto».

«Tagliarlo via?»

«La sega da ossa che usa papà quando taglia la carne, penso che quella andrebbe benissimo».

«Ma se non c’è un chirurgo nel giro di trecento miglia».

«Allora credo che qualcuno farà meglio a imparare, e in fretta, perché altrimenti sono morto».

Measure adesso respirava più in fretta. «Pensi che tagliare l’osso ti salverebbe la vita?»

«È la migliore soluzione che sia riuscito a trovare».

«Potresti rovinarti la gamba per sempre».

«Se muoio, non credo che me ne importerà molto. E se vivo, ne sarà valsa la pena».

«Vado a chiamare papà». Measure spinse indietro la sedia e uscì alla svelta dalla stanza.

Thrower lasciò che Armor lo precedesse sulla veranda dei Miller. Gli sembrava difficile che potessero respingere il genero. Le sue preoccupazioni si rivelarono però infondate. Fu comare Faith ad aprire la porta, non quel pagano di suo marito.

«Ebbene, reverendo Thrower, siete molto gentile a venirci a trovare» disse, ma il tono allegro delle sue parole era smentito dal viso stanco e tirato. Negli ultimi tempi non sembrava che in quella casa si fosse dormito molto bene.

«Sono io che l’ho portato, mamma Faith» disse Armor. «È venuto solo perché gliel’ho chiesto».

«Il pastore della nostra chiesa sarà sempre il benvenuto in casa mia tutte le volte che vorrà farvi sosta» asserì Faith.

Così dicendo, li fece entrare nella sala grande. Alcune ragazze sedute in gruppo davanti al camino a tagliare i riquadri di stoffa per una coperta alzarono lo sguardo su di lui. Il figlio più piccolo, Cally, stava facendo esercizio di scrittura su un’assicella con un carboncino preso dal focolare.