«Credi che servirà a qualcosa?» chiese Nynaeve con calma.
«Non lo so.» Elayne si fermò per nascondere uno sbadiglio con la mano. Come faceva la donna a sembrare graziosa mentre sbadigliava, con i capelli in disordine e le impronte rosse del cuscino impresse su una guancia? Era un segreto che le Aes Sedai avrebbero dovuto investigare. «Ma so che quella scodella può intervenire sul tempo. So che la cura dei ter’angreal e degli angreal deve essere affidata alle mani giuste. È nostro dovere consegnarlo al Consiglio. A Sheriam. So che se non le convincerà a sostenere Rand, continuerò a cercare fino a quando troverò qualcos’altro. E so che voglio dormire. Possiamo parlarne domattina?»
Senza aspettare la risposta, spense la candela, si sdraiò di nuovo e iniziò a respirare profondamente non appena toccò il cuscino; il respiro lento del sonno.
Nynaeve fece lo tesso, fissando il soffitto nell’oscurità. Se non altro, presto sarebbero state in viaggio verso Ebou Dar. Forse il giorno seguente. Al massimo quello ancora successivo, per poter curare i preparativi del viaggio e per fermare una nave di passaggio. Se non altro...
Di colpo si ricordò di Theodrin. Se servivano due giorni per essere pronte, Theodrin avrebbe preteso le due lezioni, come un’anatra le piume. E aveva previsto che Nynaeve non avrebbe dormito quella notte. Non c’era modo che potesse scoprirlo, ma...
Sospirando profondamente, scese dal letto. Non aveva molto spazio per camminare, ma lo usò tutto, diventando sempre più furiosa. La sola cosa che voleva era andare via. Aveva detto di non essere brava ad arrendersi, ma forse lo stava diventando nel fuggire. Sarebbe stato meraviglioso incanalare ogni volta che voleva. Nynaeve non si accorse delle lacrime che le scivolavano silenziose sulle guance.
14
Sogni e incubi
Alla vista di Nynaeve ed Elayne, Egwene non uscì dal sogno; balzò. Non tornò indietro, nel corpo addormentato a Cairhien — la notte era ancora troppo giovane — ma in una vasta oscurità piena di luci splendenti, molto più numerose delle stelle nel cielo più sgombro, ognuna luminosa e netta, fino a dove riusciva a vedere. Incorporea, fluttuò nell’infinità fra il tel’aran’rhiod e il mondo reale, lo stretto spazio fra sogno e realtà.
Se avesse avuto un cuore in quel luogo, avrebbe battuto come un tamburo impazzito. Non credeva l’avessero vista, ma cosa ci facevano nella Torre, per la Luce, in una zona priva del minimo interesse? Durante quelle escursioni notturne evitava con cura lo studio dell’Amyrlin, le stanze delle novizie e anche quelle delle Ammesse. Anche se Nynaeve o Elayne non erano in uno di questi posti, c’era sempre qualcun’altra. Avrebbe potuto avvicinare le amiche — loro sapevano come mantenere un segreto — ma qualcosa le aveva detto di evitare. Aveva sognato di farlo e pareva sempre un incubo. Non del tipo che la faceva svegliare in un bagno di sudore gelato, ma uno di quelli che la facevano agitare furiosamente. Quelle altre donne. Le Aes Sedai di Salidar sapevano che delle estranee vagavano nella Torre del Mondo dei Sogni? Almeno, estranee per lei. Se non lo sapevano, non aveva modo di avvisarle. Non c’era un sistema che potesse usare. Era tutto così frustrante!
Il vasto oceano scintillante le turbinò intorno: sembrava in movimento mentre lei restava immobile. Come un pesce a proprio agio nell’acqua, nuotava sicura, senza dover davvero prestare attenzione, proprio come i pesci. Quelle luci lampeggianti erano sogni, i sogni di tutte le persone che popolavano il mondo, tutti i mondi. Luoghi che non erano il posto che conosceva, mondi totalmente differenti. La prima che ne aveva accennato l’esistenza era stata Verin Sedai, le Sapienti le avevano confermato che era esatto e lei per prima aveva visto di sfuggita cose insolite, alle quali semplicemente non poteva credere, nemmeno in un sogno. Non incubi — quelli erano sempre intrisi di rosso, blu o un grigio caliginoso come le ombre profonde — ma pieni di cose impossibili. Era più ragionevole evitarli; chiaramente lei non apparteneva a quel mondo. Scrutare in quel tipo di sogni era come trovarsi a un tratto circondata da specchi rotti: tutto roteava e non aveva modo di distinguere l’alto dal basso. Le facevano venire voglia di rigettare e, anche se in quella dimensione non aveva lo stomaco, avrebbe sempre potuto farlo quando fosse tornata nel mondo reale. Svegliarsi vomitando non era una bella esperienza.
Aveva imparato diverse cose simili a quella da sola, aggiunte a quanto le Sapienti le avevano insegnato, e si era anche spinta dove le Sapienti le avevano vietato di recarsi. Eppure... Non aveva dubbi che ne avrebbe saputo di più, molto di più, se avesse avuto una camminatrice dei sogni a vegliare su di lei. Dicendole che una cosa era ancora troppo pericolosa e un’altra vietata, certo, ma anche suggerendo cosa provare. Ben oltre le nozioni semplici, facili da indovinare — be’, non proprio facili, non lo erano mai — aveva raggiunto un punto in cui poteva ragionare da sola su cosa fare, ma erano comunque tutti passi che le Sapienti camminatrici dei sogni avevano intrapreso molto tempo prima. Le cose che impiegava un mese a imparare da sola gliele avrebbero potute insegnare in una notte, in un’ora. Quando avessero deciso che era pronta. Mai prima di allora. Le urtava i nervi, quando tutto ciò che voleva era imparare. Imparare tutto. Subito.
Ogni luce pareva identica alle altre, ma qualcuna aveva imparato a riconoscerla. Come facesse di preciso non lo sapeva, e la cosa la infastidiva infinitamente. Nemmeno le Sapienti sapevano spiegarlo. Eppure, una volta capito che un certo sogno apparteneva a una persona specifica, lo avrebbe trovato sempre, come una freccia scagliata contro un bersaglio, anche se sì fosse trovata dall’altro lato del mondo. La luce che vedeva adesso era Berelain, la Prima di Mayene, la donna che Rand aveva messo in carica a Cairhien. Osservare i sogni di Berelain metteva Egwene a disagio. Di solito non erano diversi da quelli delle altre donne — di ogni donna interessata al potere, alla politica e all’ultima moda come lei — ma a volte Berelain sognava gli uomini, anche alcuni che Egwene conosceva, in un modo che la faceva arrossire al solo pensiero.
Il bagliore offuscato invece era Rand, con i sogni protetti da uno schermo intessuto con saidin. Fu tentata di fermarsi — si innervosiva quando qualcosa che non poteva vedere o percepire la chiudeva fuori come un muro di pietra — ma poi decise di proseguire. Un’altra notte di futilità non era una prospettiva attraente.
Quel posto deformava le distanze come il tel’aran’rhiod deformava il tempo. Rand doveva dormire a Caemlyn, a meno che non fosse andato a spasso a Tear, una cosa che avrebbe voluto imparare a fare anche lei, ma non lontano dai suoi sogni Egwene vide un’altra luce che aveva riconosciuto. Bair, a Cairhien, a centinaia di chilometri da Rand; ovunque si trovasse l’amico, sapeva per certo che non era a Cairhien quella sera. Come era possibile?
Il campo di luci sfilò mentre Egwene sfrecciava lontana dal sogno della Sapiente. Se avesse visto anche quelli di Amys e Melaine forse non sarebbe fuggita, ma se le altre due camminatrici dei sogni non erano addormentate e sognanti, forse stavano visitando i sogni. Una di loro avrebbe potuto trovarsi nello stesso suo posto, pronta a precipitarsi su di lei e trascinarla fuori dal sogno o, peggio ancora, Egwene avrebbe potuto essere risucchiata nel sogno della Sapiente. Dubitava di essere capace di fermarle, non ancora. Sarebbe stata alla merce dell’altra donna, solo un personaggio del suo sogno. Mantenere salda la presa su se stessi nel sogno di qualcun altro era già difficile quando il sognatore era una persona ordinaria, senza la minima idea di quanto stesse succedendo, anche se non lo era più di lasciare il sogno prima che l’altro smettesse di sognare. Cosa che probabilmente non avrebbero fatto prima di svegliarsi con la prigioniera presente nel sogno. Con una camminatrice dei sogni, consapevole dei propri sogni come del mondo reale, era impossibile. E quella sarebbe stata la parte migliore dell’incontro.