«Tu non la terrai con te» rispose con calma Gawyn e improvvisamente entrambi gli uomini impugnarono le spade.
Egwene rimase a bocca aperta. Non era Gawyn a tenerla prigioniera. Stava sognando di liberarla! Da Rand! Era il momento di abbandonare quella follia. Si concentrò sull’idea di essere fuori da quel sogno, di nuovo nell’oscurità a osservare tutto dall’esterno. Non accadde nulla.
Le spade si incrociarono fragorosamente, i due uomini ballavano una danza mortale. Se non fosse stato un sogno? Non aveva senso. Sognare, fra tutte le cose, un duello. E non era un incubo. Tutto appariva normale, anche se nebuloso, non bagnato di colori. «I sogni di un uomo sono un labirinto che nemmeno lui conosce» le aveva spiegato una volta Bair.
Egwene chiuse gli occhi e si concentrò. Fuori. Era fuori e osservava da lontano. Non aveva lasciato spazio a nient’altro nella sua testa. Fuori, a osservare. Fuori a osservare. Fuori!
Aprì di nuovo gli occhi. Il duello era all’apice. La lama di Gawyn affondò nel petto di Rand, e mentre questi cadeva in ginocchio l’acciaio si liberò dal suo corpo roteando in un arco brillante. La testa di Rand rotolò in terra arrivandole quasi sotto ai piedi e si fermò con gli occhi fissi su di lei. Senza riuscire a trattenersi, Egwene urlò. Un sogno. Era solo un sogno. Ma quegli occhi vitrei che la fissavano parevano reali.
All’improvviso Gawyn fu di fronte a lei, con la spada di nuovo nel fodero. La testa e il corpo di Rand erano scomparsi. Gawyn si protese verso le manette e sparirono anche quelle.
«Sapevo che saresti venuto» sospirò Egwene, sobbalzando. Era se stessa! Non poteva cedere a tutto ciò, nemmeno per un istante, o sarebbe rimasta in trappola.
Gawyn sorrise e la strinse fra le braccia «Sono contento di sentirlo» rispose. «Sarei venuto prima, se avessi potuto. Non avrei mai dovuto lasciarti in pericolo così a lungo. Potrai mai perdonarmi?»
«Posso perdonarti tutto.» Adesso c’erano due Egwene, una che si crogiolava contenta fra le braccia di Gawyn, mentre la portava lungo il corridoio del palazzo coperto di arazzi colorati e grandi specchi con belle cornici dorate, l’altra che si agitava nella testa della prima.
La situazione stava diventando grave. Per quanto si concentrasse sul trovarsi fuori, Egwene rimaneva nel sogno e osservava la scena con agli occhi di un’altra se stessa. Cercò di trattenere la curiosità su ciò che Gawyn sognava su di lei. Quel tipo di interesse era pericoloso. Non accettava nulla di tutto questo! Ma niente cambiava.
Il corridoio nella direzione in cui guardava sembrava reale, anche se il resto, che vedeva con la coda dell’occhio appariva invece indistinto. La propria immagine riflessa in uno specchio attirò la sua attenzione. Se avesse potuto si sarebbe girata per fissarla, ma lei era solo una passeggera nella mente della donna che Gawyn stava sognando. La donna che aveva visto riflessa per un istante era lei — non vedeva dei lineamenti che potesse identificare come diversi dai suoi — ma in qualche modo tutto era... meraviglioso. Era la sola parola. Fantastico. Era come la vedeva Gawyn?
No! Niente curiosità! Fuori!
Da un passo all’altro il corridoio divenne il fianco di una collina coperto di fiori selvatici il cui profumo ricco era trasportato da una brezza soave. La vera Egwene trasalì. Lo aveva fatto lei? La barriera fra sé e l’altra stava diminuendo. Si concentrò furiosamente. Non era reale; non poteva accettarlo; era se stessa. Fuori. Voleva uscire e guardare da fuori.
Gawyn la depose gentilmente su un mantello già disteso sull’erba, come succedeva nei sogni. Inginocchiandosi vicino a lei le rimosse una ciocca di capelli dalla guancia, lasciando che le dita scivolassero sugli angoli della bocca. Concentrarsi su altro adesso era molto difficile. Non aveva controllo sul corpo che la conteneva, ma ne provava le sensazioni, e le dita di Gawyn parevano accendere mille scintille.
«Il mio cuore è tuo» le disse lui sommessamente. «La mia anima, tutto.» Il mantello adesso era diventato rosso, con dei ricami d’oro elaborati che rappresentavano foglie e leoni. Gawyn fece un gesto solenne, toccandosi la testa e il cuore. «Quando ti penso, non c’è spazio per nessun altro pensiero. Il tuo profumo mi offusca la mente e mi incendia il sangue. Il cuore mi batte talmente forte da non farmi sentire il mondo. Sei il mio sole, la mia luna e le mie stelle, il mio cielo e la mia terra, più preziosa della vita, del respiro o...» si fermò di colpo, facendo una smorfia. «Parlo come uno sciocco» si rimproverò.
Egwene avrebbe dissentito se avesse avuto il controllo delle proprie corde vocali. Era molto piacevole sentire quelle cose, anche se erano un po’ esagerate, solo un po’.
Quando Gawyn fece la smorfia Egwene sentì qualcosa allentarsi, ma...
Scatto.
Gawyn la depose gentilmente su un mantello già disteso sull’erba, come succedeva nei sogni.
Inginocchiandosi vicino a lei le rimosse una ciocca di capelli dalla guancia, lasciando che le dita scivolassero sugli angoli della bocca. Concentrarsi su altro adesso era molto difficile. Non aveva controllo sul corpo che la conteneva, ma ne provava le sensazioni, e le dita di Gawyn parevano accendere mille scintille.
No! Non poteva permettersi di accettare qualsiasi parte di quel sogno!
Il volto di Gawyn era colmo di dolore, la giubba era grigia. Aveva appoggiato i pugni chiusi sulle ginocchia. «Non ho diritto di parlarti come vorrei» disse rigido. «Mio fratello ti ama. Lo so che Galad è preoccupatissimo per te. È diventato un Manto Bianco almeno in parte perché pensa che le Aes Sedai hanno abusato di te. So che lui...» Gawyn strinse gli occhi. «Oh Luce, aiutami!» gemette.
Scatto.
Gawyn la depose gentilmente su un mantello già disteso sull’erba, come succedeva nei sogni.
Inginocchiandosi vicino a lei le rimosse una ciocca di capelli dalla guancia, lasciando che le dita scivolassero sugli angoli della bocca.
No! Stava perdendo il poco controllo che aveva! Doveva uscire! Di cosa hai paura? si chiese, non essendo certa se fosse un pensiero suo o dell’altra Egwene.
«Ti amo» disse con esitazione Gawyn. Di nuovo con la giubba verde, meno attraente di quanto fosse in realtà, giocherellò con un bottone prima di far ricadere la mano. La guardò come se avesse paura di ciò che avrebbe potuto vederle in volto, cercando a fatica di nasconderlo. «Non l’ho mai detto a nessun’altra donna, non ho mai voluto dire una cosa simile. Non hai idea di quanto sia difficile dirlo a te. Non che non voglia,» aggiunse in fretta, protendendo una mano verso di lei «ma dirlo senza alcun incoraggiamento è come buttare la spada e snudare il petto alla lama nemica. Non che io pensi che tu... Luce! Non riesco a esprimermi bene. C’è qualche possibilità che tu... possa... con il tempo... provare qualcosa... per... me? qualcosa più che... amicizia?»
«Oh, dolce idiota» rise sommessamente Egwene. «Ti amo.» Ti amo, sentì echeggiare in quella parte di lei che era veramente lei. Sentì che la barriera stava svanendo, ebbe un istante per accorgersi che non le importava e vi fu di nuovo una sola Egwene, che avvolgeva felice le braccia attorno al collo di Gawyn.
Seduta sullo sgabello nella luce fioca, Nynaeve trattenne uno sbadiglio con il dorso della mano e batté le palpebre pesanti. Doveva funzionare; oh, sì, doveva. Si sarebbe addormentata dicendo buongiorno a Theodrin, se non prima! Il mento le ricadde sul petto e Nynaeve balzò in piedi. Lo sgabello adesso pareva di pietra — aveva il posteriore indolenzito — ma quella scomodità non era sufficiente. Forse una passeggiata avrebbe aiutato. Stirandosi, si avviò a tentoni verso la porta.
Di colpo un grido lontano frantumò il silenzio della notte e in quel mentre uno sgabello la colpì forte in mezzo alla schiena, facendola sbattere contro la porta. Nynaeve gridò a sua volta. Stordita guardò lo sgabello, adesso in terra con una zampa spezzata.