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A conferma dei suoi dubbi, mentre Rand si voltava verso la porta, Jalani lanciò un’occhiata a Dedric. Breve, ma con palese interesse e un sorriso. Dedric la ignorò con tale intenzione che se l’avesse fissata sarebbe stato lo stesso. Era la maniera Aiel, fare finta di non capire fino a quando la donna non si fosse comportata con chiarezza. Lei avrebbe fatto lo stesso se Dedric avesse cominciato a guardarla.

«Divertitevi» disse Rand parlandosi alle spalle e ottenendo due sguardi stupiti, quindi entrò nella stanza.

La cameretta era piena di libri, pergamene e fasci di carte. Le pareti erano coperte da scaffali tutti occupati, alti fino al soffitto; solo la porta e le finestre erano sgombri. Libri e carte coprivano il tavolo che occupava quasi tutta la stanza, erano appoggiati su una sedia e in parte anche sul pavimento. Herid Fel era un uomo grosso e pareva che quella mattina avesse dimenticato di pettinarsi i radi capelli grigi. La pipa che teneva fra i denti era spenta e sulla giubba aveva delle macchie di cenere. Batté le palpebre per un istante, quindi disse: «Ah, sì. Ma certo. Stavo per...» guardò il libro che teneva fra le mani, quindi si sedette dietro al tavolo e controllò mormorando alcuni fogli sparsi davanti a lui. Voltò pagina per vedere il titolo del libro e si grattò la testa. Alla fine guardò Rand e batté di nuovo le palpebre. «Sì. Di cosa volevi parlare?»

Rand liberò la sedia dalle carte, appoggiandole assieme ai libri sul pavimento, depose lo scettro del Drago sulla pila a terra e si sedette. Aveva provato a parlare con gli altri filosofi e storici, aveva discusso con scolari e donne colte ed era stato come cercare di inchiodare un’Aes Sedai. Erano sicuri delle loro certezze e per tutto il resto lo avevano sommerso di parole che potevano significare tutto e niente. O si arrabbiavano quando insisteva — parevano convinti che dubitasse delle loro conoscenze, un grave peccato — oppure incrementavano il torrente di parole fino a quando non capiva più nulla, diventavano ossequiosi, cercando di capire cosa volesse sentirsi dire per poterglielo riferire. Herid era diverso. Una delle cose che pareva sfuggirgli sempre di mente era che Rand fosse il Drago Rinato, cosa che a lui faceva comodo. «Cosa mi sai dire di Aes Sedai e Custodi, Herid? Del legame?»

«Custodi? Legame? Le stesse cose di chiunque non sia Aes Sedai, suppongo. Il che non è molto.» Herid succhiò dalla pipa, senza nemmeno accorgersi che era spenta. «Cosa vuoi sapere?»

«Può essere spezzato?»

«Spezzato? Oh, no. Non credo. A meno che non ti riferisca alla morte dell’Aes Sedai o del Custode. La morte lo spezza. Credo. Ricordo che una volta ho sentito dire qualcosa sul legame, ma non ricordo...» Vedendo un fascicolo di appunti sul tavolo Herid lo tirò a sé con la punta delle dita e cominciò a leggere, aggrottando le sopracciglia e scuotendo il capo. Sembravano redatti con la sua calligrafia, ma adesso non pareva concordare con quanto aveva scritto.

Rand sospirò. Aveva la sensazione che se si fosse voltato in fretta avrebbe visto le mani di Alanna sopra di sé. «Che mi dici della domanda che ti ho rivolto l’ultima volta? Herid? Herid?»

L’uomo sobbalzò. «Oh, sì. Una domanda. La scorsa volta. Tarmon gai’don. Be’, non ho idea di come sarà. Trolloc, immagino? Signori del Terrore? Sì. Signori del Terrore. Ma ci ho pensato. Non può essere l’Ultima Battaglia. Non credo possa essere così. Forse in ogni Epoca c’è un’Ultima Battaglia. O in molte.» Di colpo aggrottò le sopracciglia e guardò la pipa che aveva fra i denti, iniziando a frugare sul tavolo. «Dev’esserci una scatola con l’acciarino da qualche parte.»

«Cosa vuol dire che non può essere l’Ultima Battaglia?» Rand cercò di rimanere calmo. Herid arrivava sempre al punto, doveva solo essere guidato.

«Cosa? Sì, è esattamente il punto. Non può essere l’Ultima Battaglia. Anche se il Drago Rinato sigillasse di nuovo la prigione del Tenebroso come l’aveva fatta il Creatore. Cosa che non credo si possa realizzare.» Si protese in avanti e abbassò la voce come un cospiratore. «Non è il Creatore, qualsiasi cosa dicano per le strade. Eppure qualcuno deve pur rinnovare il sigillo. La Ruota, vedi.»

«Non capisco...» Rand si interruppe.

«Sì, invece. Sei un buono studente.» Herid afferrò la pipa e disegnò un circolo in aria con il cannello. «La Ruota del Tempo. Le Epoche vengono, vanno e ritornano mentre la Ruota gira. Tutto il catechismo.» Di colpo puntò la pipa sulla ruota immaginaria. «Qui la prigione del Tenebroso è integra. Qui vi hanno scavato un buco e lo hanno sigillato di nuovo.» Fece scorrere la pipa lungo l’arco che aveva disegnato. «Noi siamo qui. I sigilli si stanno indebolendo. Ma non ha alcuna importanza.» Il cannello della pipa completò il giro. «Quando la Ruota ritornerà in questo punto, dove fu scavato il buco la prima volta, la prigione del Tenebroso dovrà essere di nuovo intera.»

«Perché? Forse la prossima volta riusciranno a completare il buco. Forse è ciò che avrebbero potuto fare la volta precedente — forare l’opera del Creatore — forse hanno scavato il Foro sul rattoppo e non ce siamo accorti.»

Herid scosse il capo. Per un istante fissò la pipa, accorgendosi di nuovo che era spenta, e Rand pensò che avrebbe dovuto richiamare la sua attenzione ancora una volta, invece l’uomo batté le palpebre e proseguì. «Qualcuno dovrà farlo, prima o poi. Per la prima volta, ecco. A meno che tu non ritenga che il Creatore abbia costruito la prigione del Tenebroso con un buco e un rattoppo fin dal principio.» L’uomo si agitò al pensiero. «No, era intera all’inizio e penso che sarà di nuovo intera quando si ripresenterà la Terza Epoca. Hmmm. Mi chiedo se la chiameranno così.» Intinse rapidamente la penna nell’inchiostro e scrisse una nota ai margini di un libro aperto. «Adesso non ha importanza. Non dico che sarà il Drago Rinato a renderla di nuovo integra, non necessariamente in quest’Epoca, ma dev’essere così prima che si ripresenti la Terza Epoca, ed è trascorso abbastanza tempo da quando è stata riparata — almeno un’Epoca — tanto che nessuno si ricorda più del Tenebroso e della sua prigione. Hmmm. Mi chiedo...» Guardò gli appunti e si grattò la testa, quindi sembrò stupito di avere una penna in mano. Adesso aveva una macchia d’inchiostro fra i capelli. «Ogni Epoca in cui si indeboliscono i sigilli deve prima o poi ricordarsi del Tenebroso, perché bisognerà affrontarlo e rinchiuderlo di nuovo.» Infilandosi ancora una volta la pipa fra i denti, cercò di prendere un appunto senza intingere la penna nell’inchiostro.

«A meno che il Tenebroso non si liberi» rispose con calma Rand. «Per spezzare la Ruota del Tempo e ricostruire il tempo e il mondo a propria immagine e somiglianza.»

«Ecco, esatto.» Herid sollevò le spalle guardando serio la penna. Alla fine, rammentò l’inchiostro. «Non credo ci sia molto che tu o io possiamo fare. Perché non vieni a studiare con me? Immagino che Tarmon Gai’don non scoppierà domani e sarebbe un bene se usassi il tuo tempo...»

«Ci sono motivi particolari che ti vengono in mente per voler spezzare i sigilli?»

Herid sollevò le sopracciglia. «Spezzare i sigilli? Spezzare i sigilli? Perché chiunque, se non un pazzo, vorrebbe farlo? Possono essere spezzati? Mi sembra di ricordare di aver letto che non è possibile, ma non ne ricordo il motivo. Come mai ti è venuta in mente una cosa simile?»

«Non lo so» sospirò Rand. In fondo alla testa, Lews Therin recitò una cantilena. Spezza i sigilli. Spezza i sigilli e falla finita. Fammi morire per sempre.

Egwene si sventolò con lo scialle e guardò su ambo i lati del corridoio, sperando di non essersi persa di nuovo. Aveva paura che invece fosse così, e non ne era affatto contenta. Il palazzo del Sole aveva chilometri di corridoi, non molto più freschi dell’esterno, e lei non vi aveva trascorso abbastanza tempo per imparare le varie direzioni.

C’erano Fanciulle ovunque, divise in gruppi di due e tre — molte più di quante di solito seguissero Rand; sicuramente più di quando non c’era. Pareva che passeggiassero, ma agli occhi di Egwene qualcosa sembrava... furtivo. Qualcuna di loro la conosceva di vista e si aspettava una parola amichevole — le Fanciulle parevano aver deciso che essere alunna delle Sapienti superava l’essere Aes Sedai, come riteneva lei stessa, tanto da non voler essere più considerata Aes Sedai — ma ogni volta che la vedevano sembravano stupite, secondo i canoni Aiel. I cenni del capo che le rivolgevano arrivavano in ritardo e le ragazze andavano via di corsa senza dire una parola. Non era un comportamento che incoraggiasse a chiedere informazioni.