Egwene aprì la bocca e si accorse che stava per rivelargli dell’esistenza di Salidar. La chiuse appena in tempo, con tale forza che le fecero male le mandibole, e si aprì a saidar. La dolce sensazione della vita, così forte da sopraffare tutto il resto, pareva essere d’aiuto. Il bisogno di parlare cominciò a diminuire.
Rand sospirò ed Egwene lo fissò con gli occhi sgranati. Un conto era sapere che fosse il ta’veren più forte dopo Artur Hawkwing, altro era rimanere intrappolata di persona. Tutto quello che poté fare fu evitare di tremare.
«Non me lo dirai» osservò Rand. Non era una domanda. Si sfregò le braccia, facendole ricordare che ancora abbracciava saidar; da così vicino lo percepiva come un prurito. «Pensi che voglia estorcerti la confidenza?» scattò lui, improvvisamente arrabbiato. «Sono diventato un tale mostro adesso che hai bisogno di usare il Potere per proteggerti da me?»
«Non ho bisogno di nulla per proteggermi da te» rispose Egwene con la massima calma che riuscì a trovare. Aveva ancora il voltastomaco. Davanti a lei c’erano Rand e un uomo che poteva incanalare. Una parte di lei voleva farfugliare e gemere. Se ne vergognava, ma ciò non rendeva le cose più facili. Rimpianse di dover rilasciare saidar, e lo fece con riluttanza. Ma non importava: se fosse giunta a quel punto, a meno che non fosse riuscita a schermare Rand in fretta, lui l’avrebbe maneggiata con grande facilità. «Rand, mi dispiace non poterti aiutare, ma proprio non posso. Però ti ho chiesto di aiutarmi. Sai che sarebbe come aiutare te stesso.»
La rabbia di Rand fu sopraffatta da un sorriso folle; era spaventoso vedere a quale velocità accadesse in lui. «Un cammello per cappello o un cappello per il cammello.»
‘Ma niente per niente’, aggiunse mentalmente Egwene. Aveva sentito quel proverbio dalla gente di Taren Ferry quando era bambina. «Per quanto mi riguarda puoi mettere il tuo cammello nel cappello e infilarteli tutti e due nei pantaloni, Rand al’Thor» rispose fredda. Riuscì a non sbattere la porta mentre usciva, ma vi andò molto vicina.
Mentre se ne andava si chiese cos’avrebbe fatto Rand. Doveva riuscire a convincere le Sapienti a lasciarla tornare nel tel’aran’rhiod, in modo legittimo. Prima o poi Rand avrebbe incontrato le Aes Sedai di Salidar e sarebbe stato di grande aiuto se avesse potuto parlare con Elayne o Nynaeve prima che succedesse. Era leggermente sorpresa che Salidar non l’avesse ancora avvicinato. Che cosa tratteneva Sheriam e le altre? Non poteva farci nulla, e loro probabilmente sapevano meglio di lei come agire.
Era in particolare impaziente di dire una cosa a Elayne. Rand aveva bisogno di lei. Pareva fosse la cosa più seria che avesse mai detto in vita sua. Questo avrebbe dovuto eliminare tutte le sue preoccupazioni sul fatto se la amasse o meno. Nessun uomo poteva dire di avere bisogno di una donna, a meno che non l’amasse.
Rand rimase a fissare la porta per alcuni momenti dopo che si chiuse alle spalle di Egwene. Era cambiata così tanto dalla ragazza che era cresciuta con lui. Con quegli abiti aiel somigliava parecchio alle Sapienti — tranne l’altezza; una Sapiente bassa, con grandi occhi scuri — ma faceva tutto con grande passione. Era rimasta fredda come una qualsiasi Aes Sedai, abbracciando saidar quando aveva pensato che Rand la minacciasse. Di quello avrebbe dovuto ricordarsene. Qualunque indumento indossasse, voleva essere Aes Sedai e aveva mantenuto i segreti delle Sorelle anche dopo aver saputo che Rand aveva bisogno di Elayne per garantire la pace in due nazioni. D’ora in poi avrebbe dovuto pensare a lei come a un’Aes Sedai. Era triste.
Benché stanco, si alzò e indossò di nuovo la giubba. Doveva ancora incontrare i nobili cairhienesi, Colavaere e Maringil, Dobraine e il resto. Poi i Tarenesi, Meilan, Aracome, che sarebbero andati in fibrillazione se avesse concesso ai Cairhienesi un momento in più del tempo che avrebbe concesso loro. Anche le Sapienti avrebbero voluto avere un incontro, e non aveva ancora visto Timolan e il resto dei capiclan. Perché aveva voluto lasciare Caemlyn? Be’, parlare con Herid era stato piacevole, gli argomenti che aveva sollevato o meno, ma era bello confrontarsi con qualcuno che non si ricordava mai che lui era il Drago Rinato. Ed era riuscito ad avere un po’ di tempo senza essere circondato da Aiel; lo avrebbe fatto più spesso. Vide la propria immagine riflessa in uno specchio con la cornice dorata. «Almeno non le hai fatto vedere che eri stanco» disse. Era stato uno dei suggerimenti più diretti di Moiraine. Non farti mai vedere stanco. Doveva solo abituarsi a pensare a Egwene come a una di loro.
Evidentemente a suo agio in uno dei giardini sotto le stanze di Rand al’Thor, Sulin conficcò un piccolo pugnale in terra; pareva divertirsi a giocare al tiro a segno. Il verso di un gufo delle rocce proveniente da una delle finestre la fece alzare imprecando, e la donna si infilò il pugnale dietro la cintura. Rand al’Thor aveva di nuovo lasciato la stanza. Controllarlo in questo modo non avrebbe funzionato. Se avesse avuto Enaila e Somara con sé, gliele avrebbe incollate alle costole. Di solito avrebbe provato a proteggerlo da quel tipo di insensatezze come avrebbe fatto con un fratello primo.
Avviandosi alla porta più vicina si unì ad altre tre Fanciulle — con lei non ne era venuta nessuna — e cominciò a cercare nel labirinto di corridoi facendo finta di vagare casualmente. Quale che fosse lo scopo del Car’a’carn, non doveva accadere nulla all’unico figlio di una Fanciulla che fosse mai tornato da loro.
19
Questioni di toh
Rand pensava che quella notte avrebbe dormito bene. Era talmente stanco da dimenticare quasi il tocco di Alanna e, più importante, Aviendha era rimasta nelle tende con le Sapienti, non stava svestendosi per andare a letto senza alcun riguardo per la sua presenza e non disturbava il suo riposo con il rumore del proprio respiro. Qualcos’altro però lo rese irrequieto. Sogni. Li schermava sempre, per tenere lontani i Reietti — e le Sapienti — ma gli scudi non potevano escludere quanto era già dentro al sogno. Giunsero sogni di enormi cose bianche come immense ali di uccello che volavano in cielo, grandi città con edifici impossibilmente alti che risplendevano al sole con delle sagome simili a quelle di scarafaggi, e gocce d’acqua appiattite che sfrecciavano lungo le strade. Aveva già visto tutto ciò, dentro l’enorme ter’angreal nel Rhuidean, quando aveva ottenuto i draghi sulle braccia, e sapeva che erano immagini dell’Epoca Leggendaria, ma stavolta era tutto diverso. Tutto appariva distorto, i colori erano... sbagliati, come se qualcosa non funzionasse nella sua vista. Le creature a forma d’ali vacillarono e caddero, ciascuna portando alla morte centinaia di persone. Gli edifici crollarono in frantumi come se fossero di vetro, le città sprofondarono e la terra si sollevò come un mare di pietre in tempesta. Di volta in volta si trovava di fronte una bellissima donna bionda e vedeva su quel bel viso l’amore trasformarsi in terrore. Una parte di lui sapeva di chi si trattasse. Una parte di lui voleva salvarla, dal Tenebroso, da ogni male, da quanto lui stesso stava per fare. Così tante parti di se stesso, la mente ridotta in mille frammenti e tutti che gridavano.
Si svegliò al buio, sudato e scosso. I sogni di Lews Therin. Non era mai accaduto prima, non aveva mai sognato i sogni dell’uomo. Rimase sdraiato in attesa dell’alba fissando il vuoto, spaventato di chiudere gli occhi. Si aggrappò a saidin come se potesse usarlo per combattere l’uomo morto, ma Lews Therin rimase in silenzio.
Quando dalla finestra si intravide una luce chiara, un gai’shain s’infilò silenzioso nella stanza con un vassoio coperto da un panno. Vedendo che Rand era sveglio e non parlava, si inchinò e andò via molto quieto. Con il Potere che lo colmava Rand sentì l’odore del vino speziato e del pane caldo con burro e miele e della farinata d’avena calda che gli Aiel mangiavano al mattino, come se il naso fosse appoggiato sul vassoio. Rilasciò la Fonte e si vestì, stringendosi in vita il cinturone della spada. Non toccò il panno che copriva il vassoio: non aveva voglia di mangiare. Con lo scettro del Drago sottobraccio, lasciò la camera da lètto.