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Rand indicò la porta che conduceva alla grande sala. «Il Car’a’carn si aspetta che le Far Dareis Mai vadano dove ordina.»

«Forse sei un re fra gli abitanti delle terre bagnate, Rand al’Thor, ma non fra gli Aiel.» La dignità di Jalani era leggermente disturbata da una vaga astiosità, che gli rammentò di quanto fosse giovane. «Le Fanciulle non ti deluderanno mai quando giungerà il momento di danzare le lance, ma questa non è la danza.» In ogni caso andò via, dopo un rapido scambio di battute con Liah usando il linguaggio delle mani.

Insieme a quest’ultima e all’altro Scudo Rosso, un uomo magro e biondo di nome Cassin, più alto di Rand, il Drago si diresse in fretta verso la sua stanza, attraversando tutto il palazzo. Ovviamente con Aviendha. Se pensava che quella gonna ingombrante l’avrebbe fatta rimanere indietro, si sbagliava. Liah e Cassin rimasero nel corridoio fuori dalla sala delle udienze, una camera larga con dei fregi di marmo che rappresentavano leoni a ridosso del soffitto e gli arazzi con scene di caccia o montagne nebbiose, ma Aviendha lo seguì all’interno.

«Non dovresti essere con Melaine?» le chiese. «Affari delle Sapienti e tutto il resto?»

«No» rispose brusca la ragazza. «Melaine non sarebbe contenta se in questo momento interferissi con lei.»

Luce, non doveva gioire per il fatto che Aviendha non sarebbe andata via.

Lanciò lo scettro del Drago sul tavolo con le zampe dorate e intagliate con motivi di viticci e slegò il cinturone, aggiungendolo al resto. «Amys e le altre ti hanno detto dove si trova Elayne?»

Per un lungo istante, Aviendha rimase in piedi in mezzo al corridoio coperto di mattonelle blu e lo guardò totalmente inespressiva. «Non lo sanno» rispose alla fine. «L’ho chiesto.» Rand l’aveva previsto. Non lo faceva da mesi, ma prima di recarsi a Caemlyn con lui per la prima volta, una parola su due era servito a rammentargli che apparteneva a Elayne. Secondo il modo di vedere di Aviendha era così, e la giovane Aiel aveva anche chiarito che quanto era accaduto fra loro oltre il passaggio non alterava la situazione e non si sarebbe ripetuto. Un altro punto che aveva chiarito bene. Proprio come voleva lui; si sentiva peggio di un maiale all’idea di provare rimpianto. Ignorando tutte le belle sedie dorate, Aviendha si accomodò a gambe incrociate sul pavimento, sistemandosi la gonna con grazia. «Però hanno parlato di te.»

«Perché non mi sorprende?» le rispose lui asciutto e, con sua sorpresa, l’Aiel arrossì. Aviendha non era il tipo da arrossire e quella era già la seconda volta.

«Hanno condiviso dei sogni e alcuni riguardavano te.» Pareva avesse la gola secca fino a quando si fermò per schiarirsi la voce, quindi lo fissò con espressione ferma e determinata. «Melaine e Bair ti hanno sognato su una nave,» raccontò, e quella parola era ancora difficile per lei, anche dopo tutti i mesi trascorsi con gli abitanti delle terre bagnate «con tre donne dal viso non distinguibile e una scala di corda che ondeggiava da una parte all’altra. Melaine e Amys hanno sognato un uomo in piedi al tuo fianco che ti appoggiava una spada contro la gola, ma tu non potevi vederlo. Bair e Amys ti hanno sognato mentre con la spada tagliavi in due gli abitanti delle terre bagnate.» Per un istante gli occhi di Aviendha guizzarono colmi di disgusto verso il fodero dell’arma appoggiata sopra lo scettro del Drago. Disgustata e leggermente colpevole. Gliela aveva regalata lei. Quella era stata la spada di re Laman; l’aveva avvolta con cura in una coperta per poter dire di non avere, di fatto, mai toccato una spada. «Non possono interpretare i sogni, ma hanno pensato che dovevi essere informato.»

Il primo sogno era oscuro per lui quanto per le Sapienti, ma il secondo pareva chiaro. Un tizio che lui non poteva vedere, con una spada in mano: doveva trattarsi di un Uomo Grigio, creature che avevano regalato l’anima all’Ombra — non l’avevano impegnata, l’avevano letteralmente ceduta —, potevano passare inosservate anche se una persona avesse guardato proprio nella loro direzione e avevano come unico proposito l’assassinio. Perché le Sapienti non avevano compreso una verità tanto ovvia? E Rand temeva che purtroppo anche il resto fosse abbastanza chiaro. Stava già tagliando in due le terre bagnate. Tarabon e l’Arad Doman erano in rovina, le ribellioni a Tear e Cairhien avrebbero potuto diventare furtive da un istante all’altro ben più di chiacchiere e Illian avrebbe sicuramente sentito il peso della sua spada. Il tutto in aggiunta al Profeta e ai fautori del Drago, ad Altara e nel Murandy.

«Nel secondo sogno non vedo alcun mistero, Aviendha.» Ma dopo che lui si fu spiegato la donna lo guardò dubbiosa. Ma certo. Se una Sapiente camminatrice dei sogni non era in grado di interpretarne uno, non avrebbe potuto farlo nessun essere vivente. Rand sbuffò annoiato e si accasciò su una sedia per starle di fronte. «Che cos’altro hanno sognato?»

«Te ne posso raccontare un altro, anche se non ti riguarda.» Questo significava che ce ne erano altri che non gli avrebbe raccontato, e così Rand si chiese perché le Sapienti li avessero discussi con lei, visto che non era una camminatrice dei sogni. «Un sogno che hanno fatto tutte e tre, cosa che lo rende particolarmente significativo. Pioggia,» anche quella era una parola goffa nella sua bocca «che proveniva da una scodella. Hanno anche visto trappole e trabocchetti attorno a quella scodella. Se la raccoglie la mano giusta, forse troveranno un tesoro immenso. Se dovesse cadere nelle mani sbagliate, il mondo sarà condannato. La chiave per il ritrovamento della scodella è trovare colui che non è più.»

«Non è più cosa?» Quel sogno pareva decisamente più importante degli altri. «Intendi dire qualcuno che è morto?»

I capelli rosso scuro di Aviendha le ondeggiarono sopra le spalle mentre scuoteva il capo. «Non ne sanno più di quanto ti ho raccontato.» Con sua sorpresa la Aiel si alzò, aggiustandosi automaticamente il vestito come facevano sempre le donne.

«Devi...» Rand tossì. Devi andare via? stava per dire. Luce, voleva che andasse via. Ogni minuto vicino a lei era una tortura. Ma in fondo lo era anche ogni minuto senza di lei. Be’, poteva fare ciò che era giusto, il meglio per sé e per lei. «Vuoi tornare dalle Sapienti, Aviendha? Per riprendere i tuoi studi? Ormai per te non c’è alcun motivo di rimanere. Mi hai insegnato molto, tanto che adesso potrei essere un Aiel.»

Lo sbuffo di Aviendha fu molto eloquente, ma naturalmente la ragazza non si limitò a quello. «Ne sai meno di un bambino di sei anni. Perché un uomo dà ascolto alla madre seconda prima di sentire la propria e una donna al padre secondo prima di quello naturale? Quando una donna può sposare un uomo senza preparare la corona di fiori nuziale? Quand’è che una padrona di casa deve obbedire a un fabbro? Se catturi un’argentiera come gai’shain, perché devi lasciarla lavorare ogni giorno per sé oltre a quelli che lavorerà per te? Perché lo stesso non vale per una tessitrice?» Rand pensò alle possibili risposte, ammettendo quasi di non conoscerle, ma Aviendha si mise a giocare con lo scialle come se si fosse dimenticata di lui. «A volte il ji’e’toh si presta a scherzi fantastici. Riderei a crepapelle, se non ne fossi alla base.» La voce le si ridusse a un sussurro. «Rispetterò il mio toh.»

Rand pensava che stesse parlando di se stessa, ma le rispose. Con cautela. «Se ti riferisci a Lanfear, non sono stato io a salvarti. Ma Moiraine. È morta per salvarci entrambi.» La spada di Laman l’aveva liberata del solo toh che avesse nei suoi confronti, anche se Rand non aveva mai capito quale fosse. Il solo obbligo che Aviendha conosceva. Pregava che non scoprisse mai l’altro; l’avrebbe visto come un toh anche se per lui era tutt’altro.

Aviendha lo guardò, con il capo reclinato e un sorrisetto sulle labbra Aveva recuperato il controllo tanto da rendere fiera Sorilea. «Grazie, Rand al’Thor. Bair dice che è un bene ricordare di tanto in tanto che un uomo non sa tutto. Accertati di farmi sapere quando andrai a dormire. Non voglio arrivare in ritardo e svegliarti.»