«In quel posto posso proteggermi da solo meglio di quanto possiate fare voi» rispose Rand con freddezza. Non era stata sua intenzione essere sprezzante, ma avvolto nel vuoto non poteva che risultare gelido e distante. «Non c’è nulla che le vostre lance possano combattere.»
Sulin era ancora molto offesa per la discussione precedente. «Una ragione in più per essere presenti.»
Quell’osservazione non aveva alcun senso se non per gli Aiel, ma... «Non voglio discutere» rispose Rand. La donna avrebbe provato a seguirlo, se lui avesse rifiutato; avrebbe convocato le Fanciulle, che avrebbero cercato di saltare nel passaggio, anche se il passaggio si stava chiudendo. «Immagino che tu abbia il resto della scorta di oggi proprio dietro la porta. Falli venire. Ma dovete restarmi vicino e non toccare niente. Sbrigati. Voglio fare presto.» I suoi ricordi di Shadar Logoth non erano piacevoli.
«Li ho mandati via, visto che hai insistito» rispose disgustata Sulin. «Conta fino a cento lentamente.»
«Dieci.»
«Cinquanta.»
Rand annuì e le mani della donna guizzarono. Jalani scattò all’interno e le mani di Sulin guizzarono di nuovo. Tre donne gai’shain lasciarono cadere in terra le mappe guardandola sorprese — gli Aiel non parevano mai sorpresi —, raccolsero le lunghe gonne bianche e svanirono nel palazzo in direzioni differenti, ma, per quanto andassero veloci, Sulin le superò.
Quando Rand arrivò a venti, degli Aiel cominciarono a riversarsi nel cortile, alcuni passando dalle finestre, altri saltando dai banconi. Rand aveva quasi perso il conto. Ognuno di loro era velato e c’erano solo poche Fanciulle. Si guardarono attorno confusi quando notarono solo Rand e tre Ogier, che li osservavano incuriositi. Alcuni si abbassarono il velo. I servitori del palazzo erano raggruppati.
Il flusso continuò anche dopo che Sulin fece ritorno, senza velo, e proprio quando Rand arrivò a cinquanta, il cortile fu pieno di Aiel. Divenne subito chiaro che la donna aveva detto in giro che il Car’a’carn era in pericolo; il solo sistema che avesse escogitato per riunire le lance in tempo per la conta. Gli uomini sbuffarono, ma la maggior parte decise che era uno scherzo divertente; alcuni ridevano addirittura e battevano le lance sugli scudi. Però, nessuno se ne andò. Guardarono il passaggio e si accovacciarono per capire cosa stesse accadendo.
Con l’udito acuito dal Potere, Rand aveva sentito una Fanciulla di nome Nandera, magra e ancora bella malgrado il grigio fra i capelli biondi, sussurrare a Sulin: «Hai parlato con le gai’shain come se fossero Far Dareis Mai.»
Gli occhi azzurri di Sulin incontrarono quelli verdi di Nandera. «L’ho fatto. Ne discuteremo quando Rand al’Thor sarà al sicuro, almeno per oggi.»
«Quando sarà in salvo» concordò Nandera.
Sulin scelse venti Fanciulle, alcune delle quali avevano fatto parte della scorta del mattino, ma quando Urien iniziò a scegliere gli Scudi Rossi, uomini appartenenti ad altre società insistettero nel voler essere chiamati. Quella città attraverso il passaggio pareva un posto dove avrebbero trovato dei nemici e il Car’a’carn doveva essere protetto. In verità nessun Aiel voltava le spalle a una possibile battaglia, e più erano giovani, più era facile che ne avrebbero trovata una. Scaturì un’altra discussione quando Rand disse che gli uomini non potevano superare di numero le Fanciulle — avrebbe disonorato le Far Dareis Mai, visto che aveva dato loro l’incarico di portare il suo onore — e le Fanciulle dovevano essere solo quelle scelte da Sulin. Li stava portando dove le conoscenze di combattimento non sarebbero servite a proteggerli, e ciascuno di quelli che fossero andati con lui sarebbe stato uno in più da tenere d’occhio. Quello non l’aveva spiegato; non aveva modo di capire se avrebbe calpestato l’onore di qualcuno.
«Ricordate,» disse una volta che vennero tutti scelti «non dovete toccare nulla. Non prendete nulla, nemmeno un sorso d’acqua. Rimanete sempre in vista; non entrate in alcun edificio per nessun motivo.» Haman e Covril annuirono in consenso e il gesto sembrò impressionare gli Aiel più delle parole di Rand. Andava bene, fintanto che fossero rimasti impressionati.
S’infilarono nel passaggio e giunsero in una città morta da molto tempo, una città più che morta.
Il sole dorato, quasi all’apice, arroventava le rovine d’una passata grandiosità. Qua e là una cupola ancora intatta sormontava un palazzo di marmo chiaro, ma la maggior parte era bucata, e in molti casi ne era rimasto solo un frammento, uno scheletro ricurvo. Lunghi viali fiancheggiati da colonne si snodavano verso torri alte quanto gli abitanti di Cairhien non si sarebbero mai sognati e verso altre che culminavano in merlettature frastagliate. I tetti erano crollati ovunque, mattoni e pietre erano sparsi a ventaglio sul lastricato rotto, resti di palazzi franati. Fontane disintegrate e monumenti frantumati che avevano decorato ogni incrocio. Gli alberi stentati stavano morendo per la siccità e punteggiavano le grandi colline di ghiaia. L’erba secca riempiva tutte le fenditure della strada e dei palazzi. Non si muoveva nulla, nemmeno un uccello, un ratto o un filo di vento. Shadar Logoth era avviluppata dal silenzio. Dove l’Ombra Attende.
Rand lasciò andare il passaggio. Nessun Aiel aveva rimosso il velo. Gli Ogier si guardavano attorno, con i volti tesi e le orecchie abbassate. Rand mantenne la presa su saidin, in quella lotta che Taim sosteneva essere il segno che un uomo fosse vivo. Anche se non fosse stato capace di incanalare, forse proprio allora, avrebbe voluto ricordarsene in quel posto.
Aridhol era stata una grande capitale ai tempi delle Guerre Trolloc, alleata di Manetheren e del resto delle dieci nazioni. Una volta che quelle guerre ebbero superato in durata la Guerra dei Cento anni, quando pareva che l’Ombra avesse vinto ovunque e ogni vittoria della Luce non faceva altro che far guadagnare un po’ di tempo, un uomo di nome Mordeth divenne consigliere di Aridhol e suggerì al re che per vincere, per sopravvivere, Aridhol avrebbe dovuto essere più dura dell’Ombra, più crudele dell’Ombra. Lentamente realizzarono il suggerimento, fino alla fine. Aridhol divenne, se non più nera dell’Ombra, comunque nera. Con la guerra che ancora infuriava contro i Trolloc, Aridhol alla fine andò contro se stessa, e si consumò.
A quello sfacelo sopravvisse qualcosa, qualcosa che avrebbe impedito per sempre a chiunque di vivere in quel posto. Nemmeno un sassolino di quel luogo era privo della contaminazione dell’odio e del sospetto che avevano ucciso Aridhol e lasciato Shadar Logoth al suo posto. Venne tutto infettato con il trascorrere del tempo e vi rimase ben più che la contaminazione, anche se solo quella era già sufficiente a tenere lontano ogni uomo sano di mente.
Rand si voltò lentamente rimanendo fermo sul posto, fissò le finestre che lo guardavano come orbite vuote; gli occhi erano stati estirpati. Con il sole alto percepiva sguardi invisibili che lo osservavano. Quando si era trovato in quel posto in precedenza, quella sensazione di essere studiato non era stata così forte fino a quando non era tramontato il sole. Era rimasto ben altro che la contaminazione. Quando si era accampata in quel luogo, un’armata Trolloc era stata sterminata, svanendo nel nulla e lasciando solo un messaggio scritto sulle mura con il sangue, che implorava il Tenebroso di salvarli. La notte non era il momento giusto per trovarsi a Shadar Logoth.
Questo posto mi spaventa, mormorò Lews Therin dai margini del vuoto. Non spaventa anche te?
Rand rimase senza fiato. La voce stava davvero rivolgendosi a lui?
Sì, mi spaventa.
C’è l’oscurità, qui. Un buio più nero del nero. Se il Tenebroso decidesse di vivere fra gli uomini, sceglierebbe questo posto.
Sì, lo farebbe.
Devo uccidere Demandred.
Rand batté le palpebre. Demandred è collegato in qualche modo con Shadar Logoth? Con questo posto?
Mi ricordo di aver ucciso Ishamael. La voce era pervasa da un senso di meraviglia a quella nuova scoperta. Meritava di morire. Anche Lanfear meritava di morire, ma sono contento di non essere stato io a ucciderla.