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Un po’ più a est, una banda di Aiel stava oltrepassando una salita coperta di alberi: correvano piano e a loro agio, avvicinandosi sempre più. Probabilmente erano in moto fin dall’alba e lo avrebbero fatto fino al tramonto, forse oltre. Se avessero superato la Banda quando ancora c’era luce per vedere, sarebbe stato un incoraggiamento per il giorno seguente. Quando gli Aiel li sorpassavano la Banda pareva pronta a coprire uno o due chilometri in più.

Alcuni chilometri innanzi a loro il boschetto tornava a essere foresta; sarebbe stato necessario scendere vicino all’Erinin prima che lo raggiungessero. Mentre risalivano la collina, Mat vide il fiume e i cinque battelli fluviali presi a nolo che sventolavano la bandiera della Mano Rossa. Altri quattro erano di ritorno a Maerone per un nuovo carico, soprattutto foraggio per i cavalli. Ciò che non poteva vedere, ma di cui percepiva la presenza, erano le persone; alcune risalivano lungo il fiume, altre andavano nella direzione opposta, altre ancora cambiavano direzione ogni volta che incontravano un gruppo guidato da qualcuno capace di convincerle a seguirlo. Una manciata possedeva dei carretti, di solito trainati dal proprietario in persona, altri avevano dei carri, ma la maggior parte non possedeva nulla oltre al carico che aveva in spalla. Anche il brigante più ottuso aveva imparato che non aveva alcun senso disturbare questi soggetti. Mat non aveva idea di dove si stessero recando, come del resto i profughi stessi, eppure erano abbastanza numerosi da intralciare quella specie di strada che fiancheggiava il fiume. A meno che non avessero preso a bastonate i profughi per farsi largo, la Banda avrebbe proceduto sicuramente più spedita lassù.

«Un Custode?» ripeté Mat infilando le pietre nella bisaccia da sella. Avrebbe potuto trovarne altrove, ma gli piacevano i colori di quelle. Nella sacca aveva anche una penna d’aquila e un pezzo di pietra consumata dalle intemperie, bianca come la neve, sulla quale forse una volta erano state impresse delle spirali. Aveva anche visto un masso che pareva la testa di una statua, ma per quella avrebbe avuto bisogno di un carro. «Mai. Sono sciocchi e creduloni, lasciarsi guidare per il naso a quel modo dalle Aes Sedai. Come può venire in mente una cosa simile a un uomo?»

Nalesean sollevò le spalle. Sudava abbastanza, ma ancora aveva la giubba — oggi a righe rosse e blu — abbottonata fino al collo. Quella di Mat era tutta slacciata e lui aveva ugualmente l’impressione di bollire. «Suppongo sia tutta opera delle Aes Sedai» osservò il Tarenese. «Che la mia anima sia folgorata, ti fa pensare, giusto? Voglio dire, che la mia anima sia folgorata, cos’hanno in mente?» Si riferiva alle Aes Sedai dall’altro lato del fiume Elinin; a monte del fiume e anche a fondo valle, veloci come i profughi che vagavano fra loro.

«Io dico che è meglio non pensare a loro.» Mat toccò il medaglione d’argento con la testa di volpe attraverso la camicia; anche con quello addosso, era contento che le Aes Sedai si trovassero dall’altro lato del corso d’acqua. Un pugno dei suoi soldati viaggiava su ciascuno dei battelli fluviali e, per quanto fossero pochi i villaggi, uno dei vascelli attraccava sempre, secondo i suoi ordini, per vedere cosa riuscissero ad apprendere. Sino a quel momento le notizie non avevano rivelato nulla di rilevante, e spesso erano sgradevoli. L’invasione delle Aes Sedai era la meno preoccupante.

«E come facciamo a ignorarle?» chiese Talmanes. «Credi davvero che la Torre tiri i fili di Logain?» Quella era una notizia fresca, solo di due giorni prima.

Prima di rispondere, Mat si tolse il cappello per asciugarsi il sudore dal capo. La notte sarebbe stata leggermente più fresca. Ma senza vino, birra o donne; senza nemmeno il gioco d’azzardo. Chi voleva fare il soldato per libera scelta?

«Non ho molto altro da aggiungere sulle Aes Sedai» fece scivolare un dito sulla cicatrice sotto al fazzoletto e lo allentò. Osservando Lan aveva notato una cosa sui Custodi: pareva che non sudassero mai. «Ma quello? Talmanes, avrei detto che prima eri Aes Sedai. Non lo sei, vero?»

Daerid si piegò in due dalle risate e Nalesean cadde quasi da cavallo. Dapprincipio Talmanes si irrigidì, ma alla fine sorrise. Quasi scoppiò a ridere. Quell’uomo non aveva un gran senso dell’umorismo, anche se non gli mancava del tutto.

Recuperò presto la serietà. «Cosa mi dici dei fautori del Drago? Se è vero qual che si dice, Mat, significa guai.» Le risate degli altri sembrarono recise da un colpo d’ascia.

Mat fece una smorfia. Quella era la voce più recente, sentita il giorno prima, e parlava di un villaggio incendiato da qualche parte nel Murandy. Quel ch’era peggio, si diceva che i fautori avessero ucciso tutti quelli che non avevano voluto giurare fedeltà al Drago Rinato, e con loro anche le famiglie. «Rand provvederà. Se è vero. Aes Sedai, fautori del Drago, sono tutti affari suoi e noi ne siamo ben fuori. Abbiamo i nostri problemi da gestire.»

La risposta non rese meno cupo nessuno. Avevano visto troppi villaggi incendiati e pensavano che ne avrebbero visti degli altri non appena avessero raggiunto Tear. Chi voleva fare il soldato?

Sulla collina seguente apparve un cavaliere, galoppò verso di loro e saltò sopra i cespugli invece di aggirarli o scendere alle pendici della collina. Mat fece cenno alla colonna di fermarsi, aggiungendo: «Niente trombe.» Il mondo alle sue spalle si trasformò in un mormorio distante, e lui mantenne gli occhi puntati sul cavaliere.

Grondante sudore, Chel Vania fece fermare il castrone grigio davanti a Mat. Aveva addosso una giubba rozza che su di lui pareva un sacco, e come un sacco sedeva anche in sella. Vanin era grasso, senza dubbio. Eppure, per quanto sembrasse improbabile, sapeva cavalcare ogni animale ed era molto bravo in tutto ciò che faceva.

Molto prima che raggiungessero Maerone, Mat aveva sorpreso Nalesean, Daerid e Talmanes chiedendogli i nomi dei migliori bracconieri e ladri di cavalli fra i loro uomini, quelli che sapevano compiere razzie senza lasciare prove. I due nobili non avevano ammesso di avere quel tipo di gente al loro comando, ma dopo una breve ricerca trovarono i nomi di tre Cairhienesi, due Tarenesi e, sorprendentemente, due Andorani. Mat non pensava che gli Andorani si fossero uniti alla banda da abbastanza tempo per farsi conoscere in quel modo, ma evidentemente si era sparsa la voce.

Quei sette uomini furono scelti da Mat come esploratori: spiegò loro che un buon ricognitore aveva le stesse conoscenze di un bracconiere o un ladro di cavalli. Ignorò il fervore con cui negarono di aver mai commesso crimini di alcuna sorta — maggiore di quello di Nalesean e Talmanes messi assieme e altrettanto eloquente, anche se meno elegante —, offrì il perdono per ogni furto commesso fino a quel giorno, paga tripla e il permesso di non svelare nessun dettaglio su come conducessero il lavoro, a patto che riferissero la verità. Impiccagione alla prima menzogna: potevano morire molti uomini per la bugia di un esploratore. Anche con quella minaccia gli uomini accettarono di buon grado, probabilmente per il minore impegno più che per il denaro aggiuntivo.

Sette non erano comunque abbastanza, quindi Mat chiese loro di fare altri nomi e di tenere a mente quanto aveva spiegato sulle conoscenze degli esploratori, e sottolineò che il loro stesso stipendio triplo sarebbe dipeso molto dalle capacità di chi avrebbero nominato. La spiegazione provocò un gran pensare e uno scambio di occhiate in tralice, ma fra tutti proposero altri undici nomi, enfatizzando sempre che non implicavano nulla riguardo i relativi precedenti. Undici uomini, bracconieri e ladri di cavalli dei quali né Daerid né Nalesean sospettavano, ma non abbastanza bravi da non farsi notare dagli altri sette. Mat fece loro la stessa proposta e chiese di nuovo i nomi di altri. Quando raggiunse il punto in cui nessuno sembrava più reperibile, aveva radunato quarantasette esploratori. I tempi duri avevano indotto molti uomini ad arruolarsi invece che dedicarsi alla loro arte abituale.