Mat allungò la mano per toccare il rotolo di stoffa. Se respirava con il naso si sentiva meglio. Il meccanismo di quei buchi nella sua vera memoria era strano; ricordava le regole di serpenti e volpi, ma mai di averci giocato. «È davvero una bella corazza di tartaruga, Olver. Una volta anche io ne avevo una. Un cercasole verde.» Allungandosi dal lato opposto prese il sacchetto del denaro. Ne estrasse due corone d’oro di Cairhien. «Aggiungile al tuo bottino, Olver. Un uomo ha bisogno di avere un po’ d’oro in tasca.»
Il ragazzo, tutto irrigidito, iniziò a riporre le sue cose nella bisaccia. «Io non chiedo l’elemosina, lord Mat. Posso lavorare per guadagnarmi la cena. Non sono un mendicante.»
«Non intendevo dire che lo sei.» Mat cercò rapidamente una scusa per pagare due corone al ragazzo. «Ho... bisogno di qualcuno che porti i messaggi per mio conto. Non posso chiedere alla Banda; sono tutti impegnati con la ronda e i compiti militari. E tu dovresti prenderti cura del tuo cavallo. Non posso chiedere a nessun altro di farlo per te.»
Olver si raddrizzò. «Un cavallo per me?» ripeté incredulo.
«Certo. Ma devo dirti una cosa. Mi chiamo Mat. Chiamami ancora lord Mat e ti faccio un nodo al naso.» Mat si tirò su gridando. «Che tu sia folgorato, Nerim, quella è una gamba, non un quarto di bue.»
«Come dice il mio signore» mormorò Nerim. «La gamba del mio signore non è un quarto di bue. Grazie, mio signore, per avermelo insegnato.»
Olver si toccava il naso, esitante, quasi si chiedesse se avrebbe potuto davvero essere annodato.
Mat si sdraiò gemendo. Adesso si era preso carico di un ragazzino e non gli aveva sicuramente fatto un favore — non se si fosse trovato nei paraggi la prossima volta che i Reietti avessero cercato di ridurre il numero di ta’veren nel mondo. Be’, se il piano di Rand avesse funzionato, ci sarebbe stato un Reietto di meno. Se Mat Cauthon fosse riuscito a fare a modo suo, aveva intenzione di restare fuori dai guai e dal pericolo fino a quando non ci sarebbero stati più Reietti.
23
Capire un messaggio
Graendal riuscì a non sgranare gli occhi quando entrò nella stanza, ma la gonna divenne nera prima che riuscisse a recuperare il controllo e farla ritornare di un color azzurro nebbia. Sammael aveva fatto abbastanza da far dubitare chiunque che quella camera si trovasse nella grande sala del consiglio di Illian. Ma in fondo si sarebbe sorpresa se chiunque altro fosse mai giunto tanto lontano negli appartamenti di ‘lord Brend’ senza essere invitato.
L’aria era piacevolmente fresca, e in un angolo era visibile il cilindro cavo di uno ‘scambiatore’. I globi luminosi, brillanti e fermi, erano fissati in maniera insolita ai candelabri d’oro e fornivano un’illuminazione migliore delle candele o le lampade a olio. Sulla mensola del camino c’era un piccolo carillon che riproduceva le dolci melodie di una struttura musicale che sicuramente non era stata sentita fuori da quella stanza per almeno tremila anni. Riconobbe anche qualcuna delle opere d’arte appese alle pareti.
Si soffermò davanti a Il tempo dell’infinito, di Ceran Tol. Non era una copia. «Qualcuno potrebbe pensare che hai saccheggiato un museo, Sammael.» Era difficile non far trapelare l’invidia dalla voce, e quando vide il sorrisetto dell’uomo, si rese conto di non esserci riuscita.
Lui riempì di vino due coppe d’argento e ne passò una alla donna. «Solo una scatola della stasi. Immagino che la gente abbia cercato di salvare ciò che poteva durante gli ultimi giorni.» Il sorriso mise in tensione quella disgustosa cicatrice che aveva sul viso mentre osservava la stanza, con una particolare delizia per la tavola zara che proiettava in aria la sua distesa di scatole trasparenti; gli erano sempre piaciuti i giochi violenti. La presenza di una tavola zara implicava che le scatole della stasi erano state riempite da qualcuno che seguiva il Sommo Signore; possedere un solo pezzo da gioco che una volta era stato umano portava come minimo all’imprigionamento. Che cos’altro aveva trovato?
Sorseggiando il vino — e reprimendo un sospiro per il momento difficile che viveva; aveva sperato in un delicato Stare o uno degli squisiti Comolads — Graendal si lisciò la gonna con le mani inanellate. «Anche io ne ho trovata una, ma a parte lo streith, conteneva la collezione più terrificante di immondizia inutile.» Dopotutto, visto che l’aveva invitata e le aveva lasciato vedere tutto ciò, era giunto il momento delle confessioni. Piccole.
«Che cosa triste per te.» Di nuovo quel sorrisetto. Doveva aver rinvenuto più che giocattoli e cose graziose. «D’altro canto,» proseguì «pensa quanto sarebbe tenibile aprire una scatola e liberare un nido di cafar, per fare un esempio, o un jumara, o una delle piccole creature di Aginor. Lo sapevi che ci sono dei jumara liberi nella Macchia? Adulti, anche se adesso non si trasformeranno. Li chiamano Vermi.» Rise talmente forte che tremò.
Graendal sorrise con più calore di quanto ne sentisse, ma stavolta il cambio di colore del vestito fu impercettibile. Aveva avuto una sgradevole, per la verità quasi fatale, esperienza con una delle creature di Aginor. L’uomo a modo suo era stato brillante, anche se pazzo. Solo un pazzo avrebbe potuto creare un gholam. «Sembri davvero di buon umore.»
«Perché non dovrei?» rispose lui espansivo. «Ho le mani su un deposito di angreal e chissà cos’altro. Non sembrare tanto sorpresa. Lo so che voi altri avete cercato di spiarmi nella speranza che vi facessi strada. Be’, non vi servirà a nulla. Oh, li condividerò, ma dopo che li avrò presi e che avrò fatto la prima scelta.» Lanciandosi su una sedia dorata — forse era oro puro, da lui ci sarebbe stato da aspettarselo — appoggiò un piede sull’altro e si carezzò la barba bionda. «E poi ho inviato un emissario da Rand al’Thor. E la risposta è stata favorevole.»
Graendal versò quasi il vino. «Lo è stata? Ho sentito dire che ha ucciso il tuo messaggero.» Se il fatto che la donna sapesse lo aveva scosso, non lo lasciò trapelare. Invece sorrise.
«Al’Thor non ha ucciso nessuno. Andric era andato da lui per morire; pensi che volessi aspettare la risposta del messaggero? O dei piccioni? La sua morte mi ha rivelato la risposta di al’Thor.»
«Che era?» chiese cauta.
«Una tregua fra noi.»
La donna ebbe l’impressione che delle dita gelide le affondassero nel cervello. Non poteva essere vero. Eppure Sammael pareva più a suo agio di quanto non lo avesse visto mai, fin dal risveglio.
«Lews Therin non farebbe mai...»
«Lews Therin è morto da parecchio, Graendal.» L’interruzione fu divertita, quasi una presa in giro. Priva di rabbia.
La donna nascose un sospiro facendo finta di bere. Che fosse vero? «Il suo esercito si sta ancora radunando a Tear. L’ho visto. Non mi sembra una tregua.»
Sammael rise apertamente. «Ci vuole tempo per spostare un esercito. Credimi, non farà mai alcuna mossa contro di me.»
«Lo pensi davvero? Uno dei miei piccoli amici mi ha detto che ti vuole morto perché hai ucciso qualcuna delle sue Fanciulline. Se fossi in te penserei a un nascondiglio meno vistoso, un posto dove non mi potesse trovare.» Non ottenne alcuna reazione dall’uomo. Sembrava che tutti i fili che di solito lo muovevano fossero stati tagliati.
«Cosa importa se sono morte alcune Fanciulle?» Lo sguardo di Sammael era davvero perplesso. «Si trattava di una battaglia; i soldati muoiono in battaglia. Al’Thor è un contadino, ma ha dei generali che combattono per lui e gli spiegano quel che succede. Dubito che lo abbia notato.»