«Tu non li hai mai osservati. Sono cambiati quanto la terra, Sammael. Non solo gli Aiel. In un certo senso, il resto è cambiato anche di più. Quei soldati erano donne e per Rand al’Thor fa differenza.»
Sammael si strinse nelle spalle e la donna nascose il suo sdegno, mantenendo lo streith fermo a una nebbia calma. Sammael non aveva mai compreso che bisognava capire la gente per farla obbedire. La coercizione funzionava, ma non poteva essere usata su tatto il mondo.
Graendal si chiese se le scatole della stasi fossero quel carico nascosto sul quale Sammael avrebbe presto messo le mani. Se aveva trovato anche un solo angreal... Se l’aveva fatto lei lo avrebbe scoperto, ma probabilmente non prima che Sammael glielo avesse permesso.
«Suppongo che dovremmo attendere per vedere quanto sia diventato saggio il primitivo Lews Therin.» La donna sollevò un sopracciglio dubbiosa, riuscendo a sorridere. Nessuna reazione. Come faceva a tenere a bada il caratteraccio? Il solo nome di Lews Therin avrebbe dovuto essere sufficiente a scatenare l’ira. «Se non riesce a cacciarti da Illian come una ‘cosa’ che si arrampica su un albero, forse...»
«Significherebbe aspettare troppo» la interruppe lui, sereno. «Per te sarebbe troppo.»
«Stai forse minacciandomi, Sammael?» L’abito divenne rosa chiaro, ma non ne cambiò il colore. Che l’uomo fosse consapevole della sua ira. «Credevo avessi imparato molto tempo fa che minacciarmi è un errore.»
«Non si tratta di una minaccia, Graendal» le rispose lui con calma. Tutte le sue leve erano inefficaci, nulla pareva fargli cambiare umore e spegnere quel freddo divertimento. «Semplici fatti. Al’Thor non mi attaccherà e io non attaccherò lui. Naturalmente ho acconsentito a non aiutare nessuno degli altri Prescelti se lui dovesse scoprirli. Tutto secondo gli ordini del Sommo Signore, non diresti?»
«Ma certo.» Graendal rimase impassibile, ma lo streith era diventato rosa scuro, perdendo un po’ della nebbiosità. In parte era ancora a causa della rabbia. C’era dell’altro, ma come sarebbe riuscita a scoprirlo?
«Questo significa» proseguì Sammael «che nel Giorno del Ritorno probabilmente sarò il solo superstite ad affrontare al’Thor.»
«Dubito che riuscirà a ucciderci tutti» rispose lei acida, con i crampi allo stomaco dalla rabbia. Erano morti troppi Prescelti. Sammael doveva aver trovato un modo per salvarsi fino all’ultimo momento, era la sola spiegazione.
«Lo credi davvero? Nemmeno se scopre dove vi nascondete?» Il sorriso divenne più profondo. «Sono certo di sapere cosa complotta Demandred, ma dove si nasconde? Dove si nasconde Semirhage? E Mesaana? Cosa ne sai di Asmodean e Lanfear? Di Moghedien?»
Le dita gelate ritornarono, affondando di nuovo nel cranio. Lui non se ne sarebbe rimasto lì a parlare in questo modo — non avrebbe osato provare a dire le cose che stava suggerendo — a meno che...
«Asmodean e Lanfear sono morti, e penso che anche Moghedien lo sia.» Graendal fu sorpresa di sentire la propria voce, rauca e tremante. Era come se il vino non le avesse neanche bagnato la gola.
«E gli altri?» Era solo una domanda; la voce dell’uomo non era insistente. La fece rabbrividire.
«Ti ho detto tutto quello che so, Sammael.»
«Ovvero nulla. Quando sarò Nae’blis sceglierò chi deve essere al mio diretto servizio. Quella persona dovrà essere viva per ricevere il tocco del Sommo Signore.»
«Mi stai dicendo che sei stato a Shayol Ghul? Che il Sommo Signore ti ha promesso...»
«Saprai tutto al momento giusto, non prima. Ma voglio darti un piccolo consiglio, Graendal. Preparati adesso. Dove sono gli altri?»
La donna pensava furiosamente. Doveva aver ricevuto una promessa. Ne era sicura. Ma perché lui? No, non aveva tempo per vane speculazioni, il Sommo Signore sceglieva chi voleva. E Sammael sapeva dove si nascondeva lei. Avrebbe potuto fuggire dall’Arad Doman, sistemarsi altrove; non sarebbe stato difficile. Lasciare i suoi giochini in quel posto; forse anche quelli più importanti; sarebbe stata comunque una piccola perdita in confronto all’avere Rand al’Thor — o Lews Therin — alle calcagna. Non aveva alcuna intenzione di affrontarlo di persona. Se Ishamael o Rahvin non vi erano riusciti, non avrebbe sprecato la propria forza, non a testa bassa. Sammael doveva aver ottenuto la promessa. Se fosse morto adesso... Sicuramente era intriso di saidin — sarebbe stato un pazzo a dire quelle cose senza il Potere — e avrebbe percepito il momento in cui lei avesse abbracciato saidar. Sarebbe morta. Doveva aver ottenuto la promessa. «Io... non so dove si nascondono Demandred e Semirhage. Mesaana si trova nella Torre Bianca. È tutto quello che so. Lo giuro.»
La tensione che sentiva in petto si sciolse quando l’uomo annuì. «Troverai gli altri per me.» Non era una domanda. «Tutti, Graendal. Se devo credere che qualcuno sia morto, voglio prima vedere il corpo.»
Avrebbe davvero voluto trasformare lui in un cadavere. L’abito lampeggiava passando da un tono di rosso all’altro, un’eco delle sue emozioni, rabbia, paura e vergogna, ormai incontrollabili. Molto bene, che l’uomo pensasse pure di essere riuscito a intimidirla. Se avesse consegnato Mesaana ad al’Thor, pazienza, fino a quando lo avesse tenuto lontano dalla sua gola. «Ci proverò.»
«Fai qualcosa di più che provare, Graendal. Più di un tentativo.»
Una volta che la donna se ne fu andata e il passaggio che si era aperto sul suo palazzo nell’Arad Doman fu chiuso, il sorriso svanì dal volto di Sammael. La mascella gli doleva per quanto l’aveva mantenuto a lungo. Graendal pensava troppo; era talmente abituata a usare gli altri per i suoi scopi, che neanche valutava l’ipotesi di agire. Si chiese cosa avrebbe concluso se avesse scoperto di essere stata raggirata con la stessa destrezza con cui lei aveva usato tanti sciocchi in passato. Avrebbe scommesso di tutto sul fatto che la donna non aveva nemmeno intuito il suo vero intento. Quindi Mesaana si nascondeva nella Torre Bianca. Mesaana nella Torre e Graendal nell’Arad Doman. Se Graendal avesse avuto modo di vedere il suo volto in quel momento, avrebbe conosciuto la vera paura. Qualunque cosa fosse accaduta, Sammael voleva essere il solo sopravvissuto il Giorno del Ritorno, per essere nominato Nae’blis e sconfiggere il Drago Rinato.
24
Un’ambasciata
Egwene si fece strada attraverso la folla con il cuore sollevato, allontanandosi da alcuni musicisti a un angolo della strada, una donna sudata che soffiava in un lungo flauto e un uomo dal viso arrossato che pizzicava le corde di un dulcimero. Il sole era alto, oro infuocato, e il lastricato era abbastanza caldo da bruciare sotto le suole dei soffici stivali. Il sudore le gocciolava dal naso, lo scialle era come una coperta pesante che le pendeva dai gomiti e c’era talmente tanta polvere in aria che aveva già voglia di lavarsi, ma era sorridente. Alcune persone la guardavano in tralice, quando pensavano che non le notasse, cosa che le faceva sempre venir voglia di ridere. Era il modo in cui guardavano gli Aiel. La gente vedeva ciò che si aspettava di vedere e quella che tutti avevano davanti era una donna Aiel; non notavano mai il colore degli occhi o la statura.
Gli ambulanti e i commercianti pubblicizzavano le loro merci, in competizione con le grida dei macellai e i fabbricanti di candele, l’acciottolio degli argentieri e dei negozi di terraglie o il cigolio delle assi non oliate. I carrettieri sboccati e gli uomini che camminavano accanto ai carri contestavano ad alta voce il modo in cui andavano in giro le portantine nere laccate e le carrozze con i sigilli delle casate stampati sulle porte. C’erano musicisti, assieme ai prestigiatori e i giocolieri. Alcune donne dalla pelle chiara con addosso abiti da cavallo, spade al fianco, camminavano con aria tracotante, imitando il modo in cui supponevano si comportassero gli uomini: ridevano fragorosamente e si facevano largo in un modo che avrebbe dato il via a dozzine di liti ogni cento passi, se fossero state degli uomini. Il martello di un fabbro risuonava sull’incudine. In generale si sentiva un mormorio diffuso e si respirava l’atmosfera del trambusto, il rumore della città, che Egwene aveva quasi dimenticato stando fra gli Aiel. Forse le mancava.