«Non è facile per me capire. Per esempio, Tigraine e Morgase. Morgase aveva i migliori titoli per succedere a Tigraine. Suppongo significhi che Morgase e Tigraine fossero strettamente imparentate.»
«Erano cugine.» Elenia fece uno sforzo per nascondere la propria irritazione nell’essere interrotta così spesso, specialmente adesso che era tanto vicina a quanto voleva dirgli, ma serrò le labbra. Somigliava a una volpe che avesse voglia di mordere, ma la gallina continuava a svicolare.
«Vedo.» Cugine. Rand bevve copiosamente, quasi svuotando la coppa.
«Siamo tutti cugini. Tutte le casate.» Il silenzio di Rand sembrò rinvigorirla e le ritornò il sorriso. «Dopo una serie di matrimoni durata mille anni, non esiste una casata che non abbia una goccia del sangue di Ishara. È il grado di parentela a essere importante, quello e il numero di linee di connessione. Nel mio caso...»
Rand batté le palpebre. «Siete tutti cugini? Tutti quanti? Non sembra poss...» Rand si protese in avanti, molto concentrato. «Elenia, se Morgase e Tigraine fossero state... mercanti o contadine... quale sarebbe stato il grado di parentela?»
«Contadine?» chiese lei perplessa, fissandolo. «Mio lord Drago, quale curiosa...» Il sangue defluì lentamente dal viso della donna; lui era stato un contadino. Si umettò le labbra con uno scatto nervoso della lingua. «Immagino... devo pensarci. Contadine. Suppongo significhi immaginare tutte le casate composte da contadini.» Un risolino isterico eruppe dalla donna, prima che lo soffocasse bevendo. «Se fossero state delle contadine, non credo che qualcuno le potrebbe considerare parenti in alcun modo. Tutte le connessioni risalgono a tempi molto antichi. Ma non lo erano, mio lord Drago...»
Rand smise di ascoltare e sprofondò nella sedia. Non imparentate.
«...ha trentuno linee di connessione con Ishara, mentre Dyelin ne ha solo trenta e...»
Perché di colpo provava così tanto sollievo? I muscoli adesso erano distesi, privi di quei nodi che non si era accorto di avere fino a quando non erano spariti.
«...se posso dirlo, mio lord Drago.»
«Cosa? Perdonami. Mi sono distratto per un istante e... i problemi di... ho perso l’ultima parte di quanto hai detto.» Ma c’era qualcosa che aveva attirato l’attenzione di Rand.
Elenia aveva in volto un sorriso ossequioso e lusinghiero che su di lei sembrava molto strano. «Stavo solo dicendo che somigli a Tigraine, mio lord Drago. Forse potresti addirittura avere una goccia del sangue di Ishara...» La donna si interruppe con un gridolino e Rand si accorse di essere in piedi.
«Mi sento... stanco.» Rand cercò di rendere la voce normale, ma suonava lontana, come se fosse immerso nel vuoto. «Ti prego di lasciarmi.»
Non sapeva che espressione avesse, ma Elenia scattò in piedi e si affrettò ad appoggiare la coppa sul tavolo. Tremava, e se prima il volto era sembrato esangue, adesso era candido come la neve. Rivolgendogli una profonda riverenza, come ci si sarebbe aspettati da una sguattera, si avvicinò rapida alla porta, ogni passo più veloce del precedente, continuando a osservarlo da dietro le spalle, fino a quando il rumore di passi si allontanò nel corridoio. Nandera infilò la testa nella stanza per controllare Rand prima di chiudere la porta.
Rand rimase a lungo a fissare nel vuoto. Non c’era da meravigliarsi se quelle regine antiche lo fissavano; sapevano meglio di Rand stesso cosa pensasse. Il tarlo improvviso della preoccupazione che l’aveva roso invisibile da quando aveva scoperto il nome della sua vera madre. Ma Tigraine non era imparentata con Morgase. Sua madre non era parente della madre di Elayne. Lui non era imparentato con...
«Sei peggio di un satiro» disse amareggiato ad alta voce. «Sei uno sciocco e un...» sperava che Lews Therin parlasse, per potersi dire, ‘è lui il folle; io sono sano’. Era lo sguardo delle regine morte di Andor che sentiva dietro la nuca, o quello di Alanna? Si diresse verso la porta a grandi passi e la spalancò. Nandera e Caldin erano accovacciati vicino a un arazzo che rappresentava uccelli variopinti. «Riunite la vostra gente» disse loro. «Vado a Cairhien. Per favore, non ditelo ad Aviendha.»
27
Regali
Incamminandosi di nuovo verso la grande distesa di tende, Egwene cercò di mantenere il controllo su di sé, ma non era sicura che i piedi toccassero terra. Be’, sapeva che lo facevano. Aggiungevano una piccola dose di polvere a quella sollevata dalle folate di vento; avrebbe tanto voluto che le Sapienti indossassero i veli. Uno scialle sulla testa non era lo stesso, sembrava di stare sempre in una sauna. Ma si sentiva comunque sospesa in aria. Aveva l’impressione di avere le vertigini, e non per il caldo.
All’inizio aveva pensato che Gawyn non l’avrebbe incontrata, ma era apparso all’improvviso mentre lei camminava fra la folla. Avevano trascorso tutta la mattina nella sala da pranzo privata de L’uomo alto, tenendosi per mano e parlando mentre sorseggiavano il tè. Lei era assolutamente impudente, lo aveva baciato non appena avevano valicato la porta, prima che lui facesse la mossa di stringerla a sé; una volta si era addirittura seduta sulle sue ginocchia, anche se non era durato a lungo. La faceva pensare ai sogni, alla possibilità di intrufolarsi di nuovo in essi, a cose indecenti per una donna, anche solo a immaginarle! Comunque non erano pensieri da donna nubile. Poi si era ritratta come una colomba spaventata, meravigliandolo senza sosta. Egwene si guardò intorno. Le tende erano ancora lontane e nei paraggi non c’era anima viva. Anche se ve ne fossero state, non avrebbero potuto vederla arrossire. Accorgendosi che stava ridendo come una sciocca da dietro lo scialle, si tolse il sorriso dal volto. Luce, doveva mantenere il controllo. Dimenticare la sensazione delle braccia forti di Gawyn e ricordare perché avevano trascorso tanto tempo a L’uomo alto.
Facendosi largo fra la folla, Egwene si guardò attorno, alla ricerca di Gawyn e facendo finta, con discreta difficoltà, di essere spensierata; non voleva che la ritenesse impaziente. Di colpo un uomo si inchinò verso di lei, sussurrandole deciso: «Seguimi a L’uomo alto.»
Egwene non poté fare a meno di sobbalzare. Ci mise un attimo a riconoscere Gawyn. Aveva addosso una semplice giubba marrone e un sottile mantello per proteggersi dalla polvere, che gli scendeva dietro le spalle, con il cappuccio sollevato a nascondergli parzialmente il viso. Non era il solo a indossare un mantello — tranne gli Aiel, tutti quelli che oltrepassavano le mura della città ne portavano uno — ma non molti avevano i cappucci sollevati con quel caldo micidiale.
Egwene lo prese con fermezza per la manica mentre l’uomo cercava di precederla. «Cosa ti fa pensare che ti seguirò in una locanda, Gawyn Trakand?» chiese socchiudendo gli occhi. Mantenne comunque la voce bassa, non c’era bisogno di attirare l’attenzione con una discussione. «Dovevamo passeggiare. Stai dando troppe cose per scontate, se pensi solo per un istante...»
Gawyn fece una smorfia e sussurrò di corsa: «Le donne con le quali sono venuto stanno cercando qualcuno. Una come te. Dicono poco in mia presenza, ma di tanto in tanto ho sentito qualche frase. Adesso seguimi.» Senza guardarsi indietro, proseguì lungo la strada, lasciando che Egwene lo seguisse con lo stomaco acido.
Quel ricordo l’aveva riportata con i piedi per terra. Il terreno rovente era caldo quasi quanto il lastricato della città e lo percepiva da sotto le suole. Egwene camminava a fatica nella polvere pensando furiosamente. Gawyn non sapeva molto più di quanto le aveva detto durante quel primo scambio di parole. Lei non poteva essere quella che cercavano, ma doveva solo essere molto prudente nell’incanalare e rimanere lontana il più possibile. Nemmeno lui però sembrava molto convinto, visto che aveva addosso un travestimento. Egwene si trattenne dal parlare dei suoi abiti; era preoccupato che se le Aes Sedai l’avessero trovata, sarebbe finita in ogni tipo di guaio. Era preoccupato di poterle guidare da lei, non volendo smettere di vederla anche se lo aveva suggerito lui per primo. Ed era soprattutto convinto che Egwene dovesse trovare il modo di ritornare a Tar Valon e nella Torre. Quello, o fare pace con Coiren e le altre per poi fare ritorno con loro. Luce, quanto avrebbe dovuto essere arrabbiata con lui, che credeva di sapere cosa fosse meglio per lei: ma per qualche motivo aveva voglia di sorridere con indulgenza, anche adesso. Non riusciva a ragionare lucidamente, sembrava che Gawyn si intrufolasse in ogni suo pensiero.