«Queste sono buone notizie» le rispose lui, ed era vero, che avessero porto i loro saluti o meno. Aemlyn e suo marito Culhan erano potenti quasi quanto Pelivar. Arathelle era più importante di tutti a esclusione di Dyelin e Luan. Gli altri appartenevano a casate minori e solo Barel fra tutti loro era sommo signore della casata di appartenenza, ma i nobili che si erano opposti a ‘Gaebril’ cominciavano a riunirsi. Buone notizie, se avesse trovato Elayne prima che decidessero di togliergli Caemlyn dalle mani.
Comare Harfor lo guardò per un istante, quindi gli porse una lettera con un sigillo azzurro. «Questa ci è stata consegnata la scorsa sera, mio lord Drago. Da uno stalliere. Sporco. La Maestra delle Onde del Popolo del Mare non è molto contenta di questa tua scomparsa proprio quando era giunto il momento della sua udienza.» Stavolta la disapprovazione trapelò dalla voce della donna, anche se non si capiva se fosse per la Maestra delle Onde, per Rand che aveva ignorato l’appuntamento o per il dover consegnare la lettera.
Rand sospirò; si era totalmente dimenticato del Popolo del Mare a Caemlyn. Questo gli fece venire in mente la lettera che gli era stata consegnata a Cairhien, quindi la estrasse dalla tasca. La ceralacca verde e quella azzurra avevano impresso lo stesso sigillo, anche se non riusciva a capire cosa rappresentasse. Due oggetti che somigliavano a ciotole appiattite con una linea decorata che passava da una dentro l’altra. Entrambe le lettere erano indirizzate al ‘Coramoor’, chiunque o qualsiasi cosa fosse. Supponeva di essere lui. Forse era il modo in cui il Popolo del Mare chiamava il Drago Rinato. Ruppe per primo il sigillo azzurro. Sulla lettera non c’erano saluti ed era molto diversa da ogni scritto indirizzato al Drago Rinato che Rand avesse mai visto.
Se la Luce lo vuole, farai ritorno a Caemlyn. Ho viaggiato molto per vederti, forse riuscirò a trovare il tempo di farlo al tuo ritorno.
Sembrava che comare Harfor avesse ragione; la Maestra delle Onde non era compiaciuta. Il sigillo verde celava qualcosa di leggermente migliore.
Se la Luce lo vuole, ti riceverò sul ponte dello Spuma Bianca non appena avrai tempo.
«Cattive notizie?» chiese Aviendha.
«Non lo so.» Rand guardò torvo le lettere e fu appena consapevole di comare Harfor che lasciava entrare una donna con la livrea rossa e bianca, per scambiare alcune parole sommesse con lei. Quelle due donne del Popolo del Mare non sembravano persone con le quali sarebbe stato piacevole trascorrere anche una sola ora. Aveva letto ogni traduzione delle Profezie sul Drago, tutte quelle che era riuscito a trovare e, anche se quella più chiara era a dir poco nebulosa, non ricordava nulla che accennasse agli Atha’an Miere. Forse, sulle loro imbarcazioni in mare e nelle loro isole lontane, sarebbero stati i soli a non essere sfiorati da Tarmon Gai’don. A quella Zaida doveva delle scuse, ma forse sarebbe riuscito a sviarla con Bashere. Quell’uomo sicuramente aveva abbastanza titoli da soddisfare la vanità di chiunque. «Non credo.»
La cameriera si inginocchiò davanti a lui, con la testa bianca piegata in avanti e le mani sollevate per porgergli un’altra lettera, scritta su pergamena. Quella posizione lo incuriosì; nemmeno a Tear si era mai visto un servitore così umile, tantomeno ad Andor. Comare Harfor guardava cupa la scena e scuoteva il capo. La donna in ginocchio parlò, sempre con il capo chino. «È arrivata questa per il mio lord Drago.»
«Sulin?» si lasciò sfuggire Rand. «Cosa stai facendo? Che ci fai in quel... vestito?»
Sulin sollevò il capo; era assolutamente orribile. Ricordava un lupo che cercava con tutte le sue forze di somigliare a una colomba. «È ciò che indossano le donne che servono e obbediscono ai tuoi ordini dietro pagamento.» Sventolò la lettera ancora stretta fra le mani sollevate. «Mi è stato ordinato di riferire che questa è appena arrivata per il lord Drago, da un... un cavaliere che è andato via non appena me l’ha consegnata.» La prima cameriera fece schioccare la lingua, irritata.
«Voglio una risposta precisa» disse Rand strappandole di mano la lettera sigillata. La donna scattò in piedi non appena la lettera lasciò le sue dita. «Torna qui, Sulin. Sulin, voglio una risposta!» Ma la donna corse via rapidamente come non aveva mai fatto quando aveva addosso il cadin’sor, dritta verso la porta e poi fuori.
Per motivi non meglio identificati, comare Harfor lanciò un’occhiata torva a Nandera. «Ti ho detto che non avrebbe funzionato. Ho anche detto a tutte e due che fino a quando indosserà la livrea di palazzo, mi aspetto che lo renda fiero del suo servizio, che si tratti di una Aiel o della regina di Saldea.» Facendo l’inchino, aggiunse, «Mio lord Drago» e si allontanò a grandi passi parlando da sola delle Aiel pazze.
Rand era pronto a concordare. Guardò da Nandera ad Aviendha e poi Jalani. Nessuna di loro pareva sorpresa. Non sembrava avessero visto nulla fuori dall’ordinario. «Volete dirmi, per la Luce, cosa sta succedendo? Quella era Sulin!»
«Prima» rispose Nandera «io e Sulin siamo andate nelle cucine. Pensavamo che strofinare pentole e cose simili fosse il lavoro giusto. Ma il tizio delle cucine ci ha risposto che aveva già tutti gli sguatteri che gli servivano. Sembrava convinto che Sulin avrebbe spaventato tutti gli altri. Non era molto alto.» Lei arrivava sotto al mento di Rand. «Era grasso, però, e credo che si sarebbe offerto di danzare le lance con noi se non fossimo andate via. Poi siamo andate dalla donna di nome Reene Harfor, visto che sembra sia la padrona di casa in questo posto.» Sul volto dell’Aiel apparve una lieve smorfia; una donna doveva essere padrona di casa oppure no, ma con chiarezza. Nel modo di pensare degli Aiel non c’era posto per una prima cameriera. «Non ha capito, ma almeno ha acconsentito. Credevo quasi che Sulin avrebbe cambiato idea una volta appreso che Reene Harfor l’avrebbe fatta infilare in un vestito, ma non è stato così. Sulin ha più coraggio di me. Io preferirei essere fatta gai’shain da un Seia Doon nuovo.»
«Io» aggiunse Jalani fiera «preferirei essere picchiata dal fratello primo del mio peggior nemico davanti a mia madre ogni giorno per un anno.»
Nandera socchiuse gli occhi in segno di disapprovazione e mosse le dita, ma invece di usare il linguaggio delle mani, disse: «Ti vanti come una Shaido, ragazza.» Se Jalani fosse stata più grande i tre insulti ben calcolati avrebbero potuto provocare qualche problema a Nandera, invece la giovane aiel chiuse gli occhi per non vedere le persone che avevano ascoltato quella battuta fatta apposta per svergognarla.
Rand si passò le mani fra i capelli. «Reene non ha capito? Sono io che non capisco, Nandera. Perché lo sta facendo? Ha rinunciato alla lancia? Ha sposato un Andorano?» Attorno a lui accadevano strane cose. «Le darò abbastanza oro per comperarsi una fattoria dove preferisce, non ha bisogno di fare la serva.» Jalani sgranò gli occhi e tutte e tre lo guardarono come se fosse pazzo.
«Sulin sta assolvendo al suo toh, Rand al’Thor» rispose Aviendha con fermezza. Stava dritta e sosteneva lo sguardo di Rand. Una bella imitazione di Amys. Solo che ogni giorno la imitava sempre meno ed era sempre più se stessa. «Non ti riguarda.»
Jalani annuì in segno di consenso. Nandera rimase in piedi, esaminando pigramente la punta della lancia.
«Sulin mi riguarda» rispose Rand. «Se le accade qualcosa...» Di colpo gli venne in mente lo scambio di parole che aveva sentito prima di recarsi a Shadar Logoth. Nandera aveva accusato Sulin di rivolgersi a una gai’shain come se fosse una Far Dareis Mai, e lei lo aveva ammesso dicendo che avrebbero regolato i conti in un altro momento. Non aveva più visto Sulin da quando erano ritornati da Shadar Logoth, ma Rand aveva supposto che fosse molto arrabbiata con lui e avesse lasciato alle altre il compito di fargli la guardia. Avrebbe dovuto capire. Stare a lungo con gli Aiel insegnava a capire il ji’e’toh e le Fanciulle erano le più permalose, con la possibile eccezione dei Cani di Pietra e gli Occhi Neri. Poi c’era Aviendha, con i suoi tentativi di trasformarlo in un Aiel.