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Aviendha si liberò dalla presa. «No! Non lì!» Sospirò profondamente e moderò il tono di voce, ma appariva ancora sospettosa e più che arrabbiata. «Perché non possiamo parlare qui?» Non vi era motivo, a parte un cadavere sul pavimento, ma per lei non contava. Lo spinse di nuovo sulla sedia quasi con violenza, quindi lo studiò e sospirò ancora una volta prima di parlare.

«Ji’e’toh è il fulcro vitale degli Aiel. Noi siamo ji’e’toh. Questa mattina mi hai umiliata.» A braccia conserte e fissandolo negli occhi, gli diede una lezione sulla sua ignoranza e l’importanza di nasconderla fino a quando non avesse corretto quel difetto, quindi proseguì spiegando che un toh andava assolto a tutti i costi. Su quello investì molto tempo.

Rand era certo che non fosse ciò che aveva inteso quando aveva detto che doveva parlargli, ma gli piaceva troppo guardarla negli occhi per chiedersi di cosa avesse voluto parlare realmente. Gli piaceva. Un poco alla volta diede una caccia spietata al suo piacere nel guardarla negli occhi e lo schiacciò, fino a ridurlo a un lieve dolore.

Credeva di averlo nascosto, ma doveva aver cambiato espressione. Aviendha si interruppe e rimase a fissarlo, respirando affannata. Distolse lo sguardo a fatica. «Almeno adesso capisci» mormorò. «Devo... ho bisogno di... fintanto che capisci.» Sollevò la gonna e attraversò la stanza — quel corpo avrebbe potuto essere un cespuglio per il modo in cui lo aveva scavalcato — e uscì.

Lo lasciò da solo con un cadavere in una stanza che ora, per ragioni ignote, si era fatta più scura. Era perfetto. Quando vennero i gai’shain per portare via il corpo dell’Uomo Grigio, trovarono Rand che rideva sommessamente.

Padan Fain era seduto appoggiato su un poggiapiedi e studiava la bellezza della luce del sole mattutino riflessa sulla lama ricurva del pugnale che si passava da una mano all’altra. Portarlo appeso al cinturone non era abbastanza; di tanto in tanto aveva bisogno di toccarlo. Il grosso rubino incastonato sull’impugnatura risplendeva malevolo. Quel pugnale era parte di lui, o forse il contrario. Il pugnale faceva parte di Aridhol, la città che gli uomini chiamavano Shadar Logoth, ma in fondo anche lui apparteneva alla città. O forse ne era parte integrante. Era un’idea folle e lui lo sapeva bene, ma, essendo pazzo, non gli importava. La luce del sole risplendeva sull’acciaio, un metallo adesso più mortale di quando era stato forgiato a Thakan’dar.

Un fruscio colse la sua attenzione e Fain si voltò verso il Myrddraal seduto comodamente dall’altro lato della stanza. La creatura non provò a sostenerne il suo sguardo; aveva spezzato da tempo la sua volontà.

Fain tentò di ritornare alla contemplazione della lama, alla bellezza soave della morte perfetta, la bellezza di ciò che Aridhol era stata e sarebbe stata di nuovo, ma il Myrddraal aveva interrotto la sua concentrazione. L’aveva rovinata. Fain avrebbe quasi voluto ucciderlo. I Mezzi Uomini impiegavano molto a morire; quanto sarebbe durato se avesse usato il pugnale? Come se percepisse i suoi pensieri, il Myrddraal si mosse di nuovo. No, avrebbe potuto ancora essergli utile.

Per lui era comunque difficile concentrarsi a lungo su qualcosa. Tranne Rand al’Thor. Poteva percepire Rand al’Thor, poteva quasi indicarlo, così vicino. Al’Thor lo attirava, fino a fargli male. Di recente vi era qualcosa di diverso, una differenza che era apparsa all’improvviso, quasi come se qualcuno si fosse impossessato parzialmente di Rand al’Thor e nel farlo avesse respinto una parte della possessione di Fain. Non importava. Al’Thor gli apparteneva.

Avrebbe tanto voluto sentire il dolore di al’Thor; sicuramente gli aveva provocato del dolore. Per ora solo delle punture ma che, quando fossero state in numero sufficiente, lo avrebbero prosciugato. I Manti Bianchi si erano accaniti contro il Drago Rinato. Le labbra di Fain si ritrassero in un ghigno. Niall avrebbe supportato al’Thor quanto Elaida, ma era più ragionevole non dare nulla per scontato con quel maledetto Rand al’Thor. Be’, Fain li aveva carezzati entrambi con quanto portava con sé da Aridhol; si sarebbero fidati di chiunque, ma mai di Rand al’Thor.

La porta si spalancò e il giovane Perwyn Belman apparve nella stanza inseguito dalla madre. Nan Belman era una bella donna, anche se ormai Fain non prestava più attenzione alla bellezza femminile. Era un’Amica delle Tenebre che aveva pensato ai propri giuramenti solo come alla possibilità di sguazzare nella malevolenza, fino a quando Padan Fain era apparso sulla soglia di casa sua. Credeva che anche lui fosse un Amico delle Tenebre, con una posizione di rilevo, ma Fain era andato ben oltre; sarebbe morto nel momento in cui uno dei Prescelti gli avesse messo le mani addosso. Quel pensiero lo fece ridere.

Perwyn e la madre si ritrassero alla vista del Myrddraal, ma il ragazzo si riprese subito e raggiunse Fain, mentre la donna stava ancora tentando di recuperare il fiato.

«Mastro Mordeth, mastro Mordeth» disse il ragazzino saltando da un piede all’altro, con addosso la giubba rossa e bianca. «Ho delle notizie che ti interessano.»

Mordeth. Aveva usato quel nome? A volte non ricordava quale sceglieva. Infilò il pugnale sotto la giubba e rivolse loro un sorriso caloroso. «E di quali notizie può mai trattarsi, ragazzo?»

«Qualcuno stamattina ha provato a uccidere il Drago Rinato. Un uomo. Adesso è morto. Aveva superato gli Aiel e ogni ostacolo, entrando proprio nella stanza del Drago.»

Il sorriso di Fain divenne un ringhio. Cercare di uccidere al’Thor? Al’Thor era suo! Al’Thor sarebbe morto per mano sua e di nessun altro! Un momento. L’assassino aveva oltrepassato gli Aiel ed era entrato in camera di al’Thor? «Un Uomo Grigio!» Fain non riconobbe il suono della propria voce. Gli Uomini Grigi significavano i Prescelti. Si sarebbe mai liberato delle loro interferenze?

Doveva scaricare tutta quella rabbia prima che esplodesse. Quasi con indifferenza fece scorrere una mano vicino al viso del ragazzo, che sgranò gli occhi; incominciò a tremare talmente forte che gli battevano i denti.

Fain non capiva bene come funzionassero le sue capacità. Qualcosa dal Tenebroso e qualcosa da Aridhol. Dopo quel momento era stato libero, dopo che aveva cessato di essere Padan Fain e l’abilità aveva incominciato a manifestarsi. Tutto quello che sapeva era che adesso poteva fare diverse cose, se riusciva a toccare ciò con cui lavorava.

Nan si inginocchiò accanto alla sedia di Fain e lo afferrò per la giubba. «Ti prego, abbi pietà, è solo un bambino. Solo un bambino!»

Per un istante la studiò con cautela, con il capo reclinato. Era una donna graziosa. Le piantò un piede contro il petto e la scagliò a terra da un lato, per potersi alzare. Il Myrddraal, che osservava furtivo, voltò il viso privo di occhi da un lato quando si accorse che Fain lo guardava. Ricordava molto bene il suo... trucchetto.

Fain camminava avanti e indietro: doveva muoversi. La caduta di al’Thor doveva essere opera sua! Sua! Non dei Prescelti. Come avrebbe potuto colpire di nuovo quell’uomo? Colpirlo al cuore? C’erano quelle ragazzine ciarlanti a Il segugio di Culain, ma se al’Thor non si era fatto vivo quando i Fiumi Gemelli erano stati straziati, cosa gli sarebbe importato se Fain avesse incendiato la locanda e le smorfiose? Con cosa avrebbe dovuto lavorare? Erano rimasti pochi dei suoi originali Figli della Luce. Si era trattato solo di una prova — avrebbe costretto qualsiasi uomo che avesse ucciso al’Thor a pregarlo di essere scuoiato vivo! — ma gli era costato caro. Aveva il Myrddraal, una manciata di Trolloc nascosti fuori dalla città e alcuni Amici delle Tenebre riuniti a Caemlyn, ora in viaggio verso Tar Valon. Il magnetismo di al’Thor lo attirava. Era la caratteristica più peculiare degli Amici delle Tenebre. Non avrebbe dovuto esserci nulla a differenziare un Amico delle Tenebre da chiunque altro, ma di recente si era accorto di riconoscerli a prima vista, anche quelli che avevano solo pensato di prestare giuramento all’Ombra. Come se avessero un marchio fuligginoso sulla fronte.