Dain corse avanti e attese, senza dubbio sperando in un invito a cena per quella sera. Come subalterno non poteva essere lui a invitare un ufficiale, ma senza dubbio sperava di parlare con il suo vecchio comandante, di Tar Valon, forse anche del suo defunto padre. Valda non pensava spesso a Geofram Bornhald; l’uomo era stato un rammollito. «Ci vedremo all’accampamento alle sei, per cena. Sobrio, Figlio Bornhald.»
Era sicuramente ubriaco. Rimase a bocca aperta e barcollò prima di salutare e andare via. Valda si chiese cosa fosse successo. Dain era un bravo ufficiale. Uno che si preoccupava fin troppo delle sottigliezze, come trovare una prova di colpevolezza quando non era possibile ottenerla, ma era pur sempre bravo. Non era debole come il padre. Era un peccato vederlo perdersi nell’acquavite.
Borbottando sottovoce — i soldati che bevevano proprio nella Fortezza della Luce erano un altro segno che Niall ormai era marcio fino al midollo — Valda andò alla ricerca delle sue stanze. Aveva intenzione di dormire nell’accampamento, ma un bagno caldo non gli sarebbe dispiaciuto.
Un giovane Figlio dalle spalle squadrate lo raggiunse nel corridoio di pietra, con il pastorale rosso della Mano della Luce dietro a un sole raggiato che gli risplendeva sul petto. Senza fermarsi o guardare Valda, l’Inquisitore mormorò rispettoso: «Il mio Lord Capitano Comandante forse desidera visitare la Cupola della Verità.»
Valda guardò torvo quell’uomo — non gli piacevano gli Inquisitori; a loro modo facevano un buon lavoro, ma non riusciva mai a sfuggire alla sensazione che avessero preso il pastorale perché in questo modo non avrebbero mai dovuto incontrare qualcuno armato — e incominciò a parlare ad alta voce, rispondendogli male, quindi si fermò. Gli Inquisitori erano indisciplinati: un semplice Figlio non si sarebbe mai rivolto in quel tono ozioso al lord capitano. Forse il bagno poteva aspettare.
Era stupefacente che la Cupola della Verità finalmente avesse recuperato parte della sua essenza. Bianco puro all’esterno, dentro una lamina d’oro, rifletteva la luce di migliaia di lampade. Spesse colonne bianche circondavano la sala, semplici e lucidate fino a brillare; ma la cupola era larga cento passi, senza alcun supporto, e saliva di cinquanta nel punto più alto, sormontando un semplice palco di marmo bianco, al centro del pavimento, dove il lord Capitano Comandante dei Figli della Luce si rivolgeva all’assemblea dei Figli nei momenti più solenni, durante le cerimonie più serie. Lui sarebbe stato lì, un giorno. Niall non avrebbe vissuto per sempre.
Dozzine di Figli si aggiravano in quella vasta sala — era una vista degna di nota, anche se se la godevano solo i Figli — ma il messaggio non era giunto, quindi poteva ammirare la Cupola. Ne era certo. Dietro quelle grandi c’erano file di colonne più piccole, semplici, lucide e alte, con delle nicchie in cui si ammiravano scene dei trionfi dei Figli, nuove o vecchie di centinaia di anni. Valda si fece avanti, guardando in ogni recesso. Alla fine vide un alto uomo dai capelli grigi che osservava uno dei dipinti, Serenia Latar portata al patibolo, la sola Amyrlin che i Figli fossero riusciti a impiccare. Era già morta, le streghe vive erano difficili da impiccare, ma non era quello il punto. Seicentonovantatré anni addietro, la giustizia seguiva la legge.
«Sei preoccupato, figlio mio?» La voce era bassa, quasi calma.
Valda si irrigidì leggermente. Rhadam Asunawa era Sommo Inquisitore, ma era pur sempre un Inquisitore. Valda era lord Capitano, Unto dalla Luce, non ‘figlio mio’. «Non che io sappia» rispose atono.
Asunawa sospirò. Il volto incavato era il ritratto del martirio e della sofferenza, tanto che il sudore avrebbe potuto essere confuso con le lacrime, ma gli occhi infossati sembravano ardere di un calore che avesse squagliato via tutta la carne superflua. Sul mantello aveva solo il pastorale, non il sole raggiato, come se lui fosse al di fuori dei Figli. O forse al di sopra. «Questi tempi sono preoccupanti. La Fortezza della Luce sta ospitando una strega.»
Valda trattenne un’occhiata sarcastica prima ancora che si formasse. Codardi o no, gli Inquisitori potevano essere pericolosi anche per un lord Capitano. L’uomo non avrebbe mai potuto impiccare un’Amyrlin, ma probabilmente sognava di essere il primo a impiccare una regina. A Valda non importava se Morgase fosse morta, purché accadesse dopo che era stata usata a dovere, fino in fondo. Non disse nulla e le sopracciglia folte di Asunawa si abbassarono a un punto tale che sembrò lo osservasse da due caverne.
«I tempi sono preoccupanti» ripeté. «E a Niall non deve essere permesso di distruggere i Figli della Luce.»
Valda esaminò a lungo il dipinto. Forse l’artista era stato bravo, o forse no; non ne sapeva nulla di certe cose e gliene importava anche meno. Il tizio aveva dipinto bene le armature e le armi dei soldati, e la corda e la forca sembravano vere. Quelle erano cose che conosceva. «Sono pronto ad ascoltare» disse alla fine.
«Allora parleremo, figlio mio. Più tardi, quando ci saranno meno occhi per vedere e orecchie per sentire. Che la Luce ti illumini, figlio mio.» Asunawa si allontanò senza aggiungere parola, con il mantello bianco che sventolava leggermente e il rumore degli stivali che echeggiava, come se stesse cercando di affondare ogni passo nella pietra. Alcuni dei Figli si inchinarono profondamente al suo passaggio.
Niall osservò Valda smontare da cavallo e parlare con il giovane Bornhald da una piccola finestra che si affacciava alta sul cortile, quindi si allontanò rapido. Valda aveva sempre fretta: se ci fosse stato il modo di far rientrare i Figli da Tar Valon e lasciare Valda sul posto, Niall lo avrebbe fatto immediatamente. L’uomo era discreto in combattimento e ancora meglio nel sollevare le sommosse. La sua tattica era la carica, la strategia... l’attacco.
Niall scosse il capo e fece ritorno alla sala delle udienze. Aveva cose più importanti di Valda di cui preoccuparsi. Morgase opponeva ancora resistenza come un esercito arroccato su una montagna, fornito di acqua e con il morale alto. Rifiutava di ammettere che si trovava in una valle senza via d’uscita e che era il nemico ad avere la postazione sulla montagna.
Balwer si alzò dal tavolo mentre Niall entrava nell’anticamera. «È arrivato Omerna, mio signore. Ha lasciato quelle per te.» Balwer mise una mano su un fascio di carte legate con un fiocco rosso e appoggiate sul tavolo. «E questo.» Le labbra sottili si tesero ed estrasse un tubicino d’osso che aveva in tasca.
Niall lo prese mormorando ed entrò nell’anticamera. Omerna diventava sempre più inutile di giorno in giorno. Lasciare i rapporti a Balwer era una pessima idea, anche se erano pieni di stupidaggini, ma Omerna sapeva bene che quei tubicini con le tre strisce rosse non andavano affidati a nessuno se non a Niall in persona. Tenne l’oggetto vicino a una lampada per esaminare la cera. Integra, prima che la spezzasse lui con il pollice. Doveva accendere un fuoco sotto Omerna, instillargli la paura della Luce. Lo sciocco non sarebbe stato buono come copertura, a meno che non avesse giocato al meglio il suo ruolo di spia.