Выбрать главу

Un uomo alto con il naso aquilino spinse Basel da un lato e gli chiuse la porta in faccia. Il tabarro bianco e oro con il pastorale rosso che gli pendeva dalle spalle lo marchiava come Inquisitore. Non aveva mai incontrato Einor Saren, ma le era stato già indicato. Sul viso di quell’uomo vi era una certezza inalterabile. «Sei convocata dal lord Capitano Comandante» annunciò con freddezza. «Adesso.»

I pensieri di Morgase volarono più veloci delle farfalle che aveva nello stomaco. Era abituata a essere convocata — Niall non andava da lei, ora che l’aveva nella Fortezza —, chiamata al cospetto dell’uomo per subire un’altra lezione sui doveri nei confronti di Andor o per una ‘chiacchierata amichevole’ per mostrarle che Niall aveva a cuore il suo miglior interesse e quello di Andor. Abituata a questo, ma non a quel tipo di messaggero. Se avesse dovuto essere consegnata agli Inquisitori, non ci sarebbero stati sotterfugi di sorta che potessero tenere. Asunawa avrebbe inviato un numero sufficiente di uomini per trascinare via lei e tutti gli altri. Lui, lo aveva incontrato per un breve momento; le faceva gelare il sangue. Perché era stato inviato un Inquisitore? Formulò la domanda ad alta voce e Saren rispose con lo stesso tono glaciale.

«Mi trovavo con il lord Capitano Comandante e stavo dirigendomi da questa parte. Ho finito il servizio e adesso ti porto da lui. Dopotutto sei una regina e meriti del rispetto.» Il tutto era sembrato vagamente monotono, un po’ spazientito, fino alla fine, quando aveva aggiunto una nota d’ironia. Sicuramente non calore.

«Molto bene» rispose Morgase.

«Devo accompagnare la mia regina?» Tallanvor fece un inchino formale; almeno davanti agli altri mostrava il dovuto rispetto.

«No.» Si sarebbe portata Lamgwin. No. Nessuno degli uomini o avrebbe mostrato di avere bisogno di guardie del corpo. Saren la spaventava quasi quanto Asunawa, ma non gli avrebbe permesso di scorgere nemmeno un briciolo di paura sul suo volto. Morgase gli rivolse un sorriso disinvolto e tollerante. «Qui di sicuro non ho bisogno di protezione.»

Saren sorrise a sua volta, o almeno lo fecero le sue labbra. Sembrava che ridesse di lei.

Di fuori, con Basel e Lamgwin che la osservavano incerti, fu sull’orlo di cambiare idea sui suoi attendenti; lo avrebbe fatto, se non avesse parlato prima. Ma due uomini non avrebbero potuto proteggerla se quella fosse stata una trappola, e cambiare idea avrebbe solo mostrato una sua debolezza. Mentre camminava nel corridoio di pietra accanto a Saren, si sentiva in effetti debole, certo non una regina. Forse avrebbe gridato come chiunque altro se gli Inquisitori l’avessero portata nei loro sotterranei — be’, non aveva grandi dubbi; non era tanto stupida da credere che in quei casi la carne reale fosse diversa da qualsiasi altra — ma fino ad allora, sarebbe stata quel che era. Decise di far calmare le farfalle.

Saren le fece strada in un cortile lastricato dove uomini a torso nudo stavano colpendo con le spade dei pali di legno. «Dove stiamo andando?» chiese lei. «Non è la solita strada che seguo per andare allo studio del lord Capitano Comandante. Si trova altrove?»

«Sto scegliendo la via più breve» rispose brusco l’altro. «Ho cose più importanti da fare che...» non concluse la frase e nemmeno rallentò.

Morgase non ebbe altra scelta che seguirlo, in un corridoio dov’erano allineate file di brande e uomini, spesso a torso nudo e anche meno vestiti. Lei teneva gli occhi fissi sulla schiena di Saren e ripassava le frasi roventi che avrebbe detto a Niall. Attraversarono una stalla, dove l’odore dei cavalli e del letame era fortissimo, e alcuni fabbri ferravano i cavalli in un angolo, poi camminarono lungo altre camerate, quindi attraverso una cucina dove si sentiva un forte odore di stufato, un altro cortile e... Morgase s’immobilizzò.

In mezzo a un cortile si stagliava un patibolo. Tre donne e una dozzina di uomini ne riempivano ogni spazio, con le mani e i piedi legati e le teste nei cappi. Alcuni piangevano in modo pietoso; sembravano quasi tutti terrorizzati. Gli ultimi due uomini dal lato opposto erano Torwyn Barshaw e Paitr, in camicia, invece della livrea rossa e bianca che aveva fatto cucire per lui. Paitr non piangeva, ma lo zio sì. Il piccolo sembrava troppo terrorizzato persino per le lacrime.

«Per la Luce!» gridò un ufficiale dei Manti Bianchi, e un altro Manto Bianco sollevò la leva in fondo al patibolo.

Le botole si aprirono fragorosamente e le vittime sparirono dalla visuale. Alcune delle corde tese tremarono mentre le persone che vi si trovavano impiccate soffocavano lentamente invece di morire di colpo con il collo spezzato. Paitr era uno di loro. E con lui era morta la sua possibilità di fuga. Forse avrebbe dovuto preoccuparsi per lui, ma pensava solo alla fuga, l’unico modo di sfuggire alla trappola in cui si era infilata da sola. Per lei e Andor.

Saren la guardava, aspettandosi chiaramente che svenisse o vomitasse.

«Così tanti tutti assieme?» chiese, fiera della propria fermezza. La fune di Paitr aveva smesso di tremare. Adesso oscillava lentamente da un lato all’altro. Nessuna via di fuga.

«Impicchiamo Amici delle Tenebre ogni giorno» rispose freddo Sarene. «Forse ad Andor li avresti rilasciati con una ramanzina. Noi non lo facciamo.» Morgase incontrò lo sguardo dell’uomo. La via più breve? Quindi quella era la nuova tattica di Niall. Non la sorprendeva che non fosse stata fatta parola del suo tentativo di fuga. Niall era troppo subdolo. Lei era un ospite di riguardo, Paitr e suo zio erano stati impiccati per caso, per qualche crimine che non aveva nulla a che fare con lei. Chi sarebbe stato il prossimo ad andare al patibolo? Lamgwin o Basel? Lini o Tallanvor? Strano, quella di Tallanvor con la corda al collo le faceva più male che l’immagine di Lini. La mente giocava brutti scherzi. Da dietro le spalle di Sarene vide Asunawa, affacciato a una finestra che dava sul patibolo. La fissava. Forse quella era opera sua, non di Niall. Non faceva differenza. Non poteva lasciare che i suoi morissero per nulla. Non poteva lasciare che Tallanvor morisse. Brutti scherzi della mente.

L’uomo inarcò un sopracciglio e disse: «Se la scena ti ha indebolito le ginocchia, suppongo che possiamo aspettare fino a quando ritroverai la forza.» Una voce spensierata, per niente colpita da ciò che aveva visto. Luce, sperava di non vomitare.

Il volto di Sarene si oscurò, quindi l’uomo si voltò e riprese a camminare. Lei lo seguì, senza guardare la finestra di Asunawa e cercando di non pensare al patibolo.

Forse era davvero la via più breve, poiché nel corridoio seguente Sarene la guidò su una ripida rampa di scale, facendola entrare nella sala delle udienze di Niall più rapidamente di quanto ricordasse dalle visite precedenti. Come sempre Niall non si alzò e per lei non c’era una sedia disponibile, quindi fu costretta a rimanere in piedi, come una questuante. L’uomo sembrava distratto, seduto in silenzio mentre la fissava senza vederla.

Aveva vinto e nemmeno la vedeva. La cosa la irritava. Luce, aveva vinto. Forse avrebbe dovuto tornare nelle sue stanze. Se avesse chiesto a Lamgwin, Basel o Tallanvor di scavare un passaggio per lei, ci avrebbero provato. Sarebbero morti, come anche lei. Non aveva mai avuto una spada, ma se avesse dato quell’ordine, Morgase ne avrebbe presa una. Sarebbe morta ed Elayne sarebbe salita sul trono del Leone. Lo avrebbe fatto, non appena al’Thor fosse stato cacciato via. La Torre Bianca si sarebbe accertata che Elayne prendesse ciò che le spettava. La Torre. Se la Torre avesse assicurato il trono a Elayne... sembrava una follia, eppure si fidava della Torre anche meno di quanto si fidasse di Niall. No, doveva salvare Andor da sola. Ma a che prezzo... Doveva pagarlo.

Morgase parlò a fatica. «Sono pronta a firmare il tuo trattato.»

Sembrava che Niall non avesse sentito. Quindi batté le palpebre e si mise a ridere all’improvviso in modo sarcastico, scuotendo il capo. Anche quello la irritò. Fare finta di essere sorpreso. Non aveva tentato di fuggire. Era un’ospite. Avrebbe tanto voluto vedere lui su quel patibolo.