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Quando alla fine l’uomo issò i remi e lasciò che la piccola imbarcazione affiancasse il vascello , Egwene si alzò, ignorando i commenti secondo cui lei li avrebbe fatti cadere entrambi nel fiume. «Ehi!» gridò Egwene. «Ehi! Posso salire a bordo?»

Era stata su diversi battelli fluviali ed era fiera di conoscere i termini appropriati — la gente di mare sembrava permalosa quando si trattava di usare le parole giuste — ma quel veliero era al di fuori della sua esperienza. Aveva visto dei battelli fluviali più lunghi, ma mai così alti. Alcuni della ciurma lavoravano al sartiame, o si arrampicavano sul pennone, uomini scuri a torso nudo, scalzi, che indossavano ampi pantaloni colorati legati in vita da alte fusciacche, e donne scure dalle bluse variopinte.

Stava per gridare di nuovo quando una scala di corda venne srotolata su un fianco della nave. Dal ponte non era giunta risposta, ma quello sembrava comunque un invito. Egwene si arrampicò. Era difficile — non arrampicarsi, ma mantenere chiusa la gonna: capiva perché le donne del Popolo del Mare indossassero i pantaloni — ma alla fine raggiunse il corrimano.

Lo sguardo ricadde subito sulla donna non lontana, sul ponte. La blusa e i pantaloni erano di seta azzurra e la fusciacca era più scura. Aveva tre anelli d’oro per ogni orecchio e una catenina con appesi dei piccoli medaglioni, che andava dall’orecchio al naso. Elayne gliene aveva parlato e ne aveva anche dato una dimostrazione usando il tel’aran’rhiod, ma vederlo di persona le fece senso. C’era anche qualcos’altro. Riusciva a percepire l’abilità di incanalare. Aveva trovato la Cercavento.

Egwene aprì bocca e una mano scura le scattò davanti agli occhi; brandiva un pugnale. Prima che lei potesse gridare, la lama tagliò le corde della scaletta. Sempre appesa all’ormai inutile oggetto, Egwene cadde.

Non gridò: fu solo un istante, quindi si ritrovò nel fiume, affondando. L’acqua le entrò in bocca e soffocò le urla. Aveva l’impressione di star ingoiando tutto il fiume. Cercò in preda al panico di togliersi la gonna da sopra la testa e liberarsi della scala. Non era in preda al panico. Non lo era. Quanto si era immersa? Attorno a lei era tutto scuro e fangoso. Da quale parte era la superficie?. Sentì una morsa tremenda al petto ed emise aria dal naso, guardando le bolle andare in basso e verso sinistra, strano. Nuotò verso la superficie. Quanto era distante? I polmoni le bruciavano.

La testa emerse violentemente alla luce del giorno e lei respirò tossendo. Con sua sorpresa il barcaiolo la raggiunse e la issò a bordo, dicendole di smetterla di agitarsi prima che li facesse capovolgere e aggiungendo che il Popolo del Mare era permaloso. L’uomo si protese per prenderle lo scialle prima che sprofondasse. Egwene glielo strappò di mano e l’uomo si ritrasse come se temesse che l’avrebbe colpito. La gonna era pesante, la blusa e la sottoveste erano appiccicate al corpo; la fascia dei capelli le era scesa davanti al viso. Ai suoi piedi si formò una pozza. La barca si era allontanata di una ventina di metri dalla nave. La Cercavento era affacciata, insieme ad altre due donne, una in seta verde e l’altra in broccato rosso ricamato in oro.

Orecchini, catene e medaglioni risplendevano al sole.

«Ti è stato rifiutato il dono di un passaggio» annunciò quella in verde, e quella in rosso gridò: «Dillo alle altre, camuffarvi non ci inganna. Tu non ci spaventi. A tutte voi è rifiutato il dono di un passaggio!»

L’uomo rugoso prese i remi, ma Egwene gli puntò un dito in mezzo agli occhi. «Fermati subito.» L’uomo obbedì. Non una parola gentile.

Inspirando profondamente abbracciò saidar e incanalò quattro flussi prima che la Cercavento potesse reagire. Conosceva il tempo atmosferico, vero? Avrebbe saputo dividere quattro flussi? Non molte Aes Sedai potevano farlo. Un flusso di Spirito, per lo schermo contro la Cercavento in modo da evitare che interferisse. Se sapeva come farla. Gli altri tre erano Aria, intessuti con delicatezza attorno a tutte le donne, per bloccare loro le braccia lungo i fianchi. Sollevarle non fu difficile, ma nemmeno facile.

Dall’imbarcazione giunse un certo clamore mentre le donne fluttuavano in aria fino a trovarsi sopra al fiume. Egwene sentiva che il barcaiolo gemeva, ma non le interessava. Le donne del Popolo del Mare non scalciavano nemmeno. Con uno sforzo le fece andare più in alto, dieci o dodici metri sopra la superficie: nonostante tutti i suoi sforzi, sembrava essere il limite massimo. Be’, non vorrai fare loro del male, pensò, rilasciando i flussi. Stavolta devono urlare!

Le donne del Popolo del Mare assunsero la posizione di una palla appena cominciarono a cadere, quindi distesero le braccia davanti a loro. Entrarono in acqua facendo pochi schizzi. Dopo qualche momento le loro teste scure emersero in superficie e le donne cominciarono a nuotare veloci verso la nave.

Egwene chiuse la bocca. Se le sollevassi per le caviglie e immergessi le teste, loro... ma cosa stava pensando? Dovevano gridare perché l’aveva fatto lei? Erano bagnate allo stesso modo. Devo assomigliare a un topo bagnato! Incanalò con cautela — lavorare su se stesse richiedeva cautela, non si vedevano mai i flussi con chiarezza — e l’acqua le scivolò di dosso e dagli abiti, formando una bella pozza.

Il barcaiolo la fissava a bocca aperta e occhi sgranati, cosa che le fece capire cos’avesse combinato. Incanalare nel mezzo di un fiume, con nulla che la nascondesse agli occhi delle Aes Sedai che avrebbero potuto vederla. Sole o no, sentì improvvisamente freddo.

«Adesso puoi riportarmi a riva.» Non aveva modo di sapere chi ci fosse sul molo; a quella distanza non avrebbe distinto un uomo da una donna. «Non in città, sulla riva del fiume.» Il tizio si lanciò sui remi e quasi cadde per la foga.

La fece sbarcare in un punto dove la riva era tutta di rocce lisce grandi quanto la testa di un uomo. Non c’era nessuno in vista, ma lei balzò fuori dell’imbarcazione non appena la barca sfiorò la riva, raccolse la gonna e corse a rotta di collo su per il pendio, fino a quando giunse alla sua tenda dove crollò ansimando, tutta madida di sudore. Non si avvicinò di nuovo alla città. Se non, naturalmente, per incontrare Gawyn.

I giorni trascorsero e il vento era ormai quasi incessante, e trasportava polvere e sabbia, giorno e notte. La quinta notte Bair accompagnò Egwene nel Mondo dei Sogni, un’escursione veloce a mo’ di prova, una camminata in quella parte del tel’aran’rhiod che Bair conosceva meglio, il deserto Aiel, una terra arida e frastagliata che faceva sembrare anche il caldo di Cairhien gradevole. Un viaggio veloce, poi Bair e Amys vennero a svegliarla per verificare se l’escursione avesse avuto effetti negativi. Nonostante quanto la facessero correre e saltare, per quanto spesso la guardassero negli occhi o le ascoltassero il cuore, erano tutte d’accordo, e Amys la sera seguente la guidò in una breve escursione nel deserto, seguita poi da un’altra visita stancante, che la rese felice alla fine di strisciare nel suo pagliericcio e cadere in un sonno profondo.

Quelle due sere non fece ritorno da sola nel Mondo dei Sogni, più per la stanchezza che per altri motivi. Prima di quel momento si era detta tutti i giorni che doveva farla finita — sarebbe stato davvero un bell’affare se l’avessero colta a infrangere il divieto proprio quando erano pronte a toglierlo — ma ogni volta decideva che si trattava solo di una visita breve e che non ci sarebbero stati problemi. Il posto che evitava era fra il tel’aran’rhiod e il mondo reale, il posto dove i sogni erano in sospensione. Lo evitava in particolar modo dopo che aveva scoperto di pensare che se fosse stata davvero molto cauta forse sarebbe riuscita a scrutare nei sogni di Gawyn senza esservi trascinata dentro, e poi, se anche fosse successo, si sarebbe trattato comunque di un sogno. Cercava sempre di rammentarsi che era una donna adulta, non una ragazza sciocca. Era contenta che nessun’altra sapesse che tipo di groviglio avesse creato l’uomo nei suoi pensieri. Amys e Bair avrebbero riso fino alle lacrime.