Elayne l’abbracciò ridendo. «Oh, Egwene, alle Ammesse piacerà tantissimo insegnare a questo tipo di novizie.»
«Dovranno imparare come» rispose Egwene con fermezza. Non vedeva il problema. Le Aes Sedai dicevano sempre che per essere novizia forse a un certo punto si diventava troppo vecchie, ma se c’era la voglia d’imparare... Avevano già cambiato parzialmente idea; fra la folla aveva visto alcune che indossavano il bianco, e avevano volti più vecchi di quello di Nynaeve. «La Torre è sempre stata severa nell’escludere la gente, Elayne. Se non sei abbastanza forte, sei fuori. Se rifiuti di fare l’esame, vieni mandata via; fallisci le prove, e sei fuori. Invece dovrebbe essere permesso a tutte di rimanere, se vogliono.»
«Ma gli esami servono per verificare che una donna sia abbastanza forte» protestò Elayne. «Non solo con l’Unico Potere, ma come persona. Sicuramente non vorrai avere Aes Sedai che crollano la prima volta che si trovano sotto pressione. O che possono incanalare a stento.»
Egwene tirò su con il naso. Sorilea sarebbe stata cacciata dalla Torre senza nemmeno essere stata esaminata come Ammessa. «Forse quelle donne non potranno essere Aes Sedai, ma non significa che siano inutili. Dopotutto sono persone che, entro certi limiti, sanno comunque usare il Potere, altrimenti non verrebbe permesso loro di andar via. Il mio sogno è di concedere a ogni donna che riesce a incanalare la possibilità di essere in qualche modo connessa alla Torre. Tutte, fino all’ultima.»
«Le Cercavento?» Elayne trasalì quando Egwene annuì.
«Non le hai tradite, Elayne. Non riesco a credere che siano riuscite a mantenere il segreto tanto a lungo.»
Elayne sospirò profondamente. «Be’, quel che è fatto è fatto. ‘Non puoi rimettere il miele sul favo’. Ma se le tue Aiel ottenessero una protezione speciale, lo stesso dovrebbe valere anche per il Popolo del Mare. Lascia che siano le Cercavento a insegnare alle proprie ragazze. Che nessuna donna del Popolo del Mare venga presa da un’Aes Sedai, qualunque cosa vogliano.»
«Affare fatto.» Egwene si sputò sul palmo della mano e la protese, dopo un istante Elayne fece lo stesso e sorrise mentre si stringevano la mano consolidando l’affare.
Lentamente il sorriso si cancellò dal volto della ragazza. «Si tratta di Rand e della sua amnistia, Egwene?»
«In parte. Elayne, come può quell’uomo essere tanto...» Non ebbe modo di concludere la frase, e non ci sarebbe comunque stata risposta. L’altra donna annuì con una vaga tristezza, forse in segno di comprensione, di accordo o per entrambe le cose.
La porta si aprì e una donna robusta con un abito di lana nera fece la sua comparsa. Aveva un vassoio d’argento fra le mani con tre coppe, anch’esse d’argento, e una brocca dal collo lungo. Aveva il volto consumato, da contadina, ma gli occhi scuri brillavano mentre studiava Egwene ed Elayne con sguardo sfuggente. Egwene rimase sorpresa per un istante nel vedere lo stretto collare d’argento sopra l’abito vecchio e grigio, quindi alle sue spalle entrò Nynaeve e chiuse la porta. Doveva aver corso come il vento, perché aveva anche trovato il tempo di cambiare l’abito da Ammessa con uno di seta blu scura ricamata con dei motivi a spirale color oro attorno alla scollatura e sull’orlo. La scollatura non era profonda come quelle che portava Berelain, ma comunque decisamente più profonda di quanto Egwene si sarebbe mai aspettata di vedere sull’amica.
«Questa è Marigan» annunciò Nynaeve, lanciandosi la treccia dietro la schiena con un movimento fluido. Il Gran Serpente risplendeva sulla mano destra.
Egwene stava per chiedere perché avesse messo tanta enfasi nel pronunciare il nome della donna, quindi si accorse di colpo che il collare di ‘Marigan’ era identico al bracciale di Nynaeve. Non poté fare a meno di fissarla. La donna di sicuro non aveva l’aspetto che Egwene si sarebbe aspettata da una Reietta. Lo disse, e Nynaeve rise.
«Guarda, Egwene.»
Egwene fece più che guardare, balzò quasi dalla sedia e abbracciò saidar. Non appena Nynaeve parlò il bagliore circondò ‘Marigan’. Solo per un istante, ma prima che scomparisse la donna con addosso l’abito semplice di lana era apparsa completamente diversa. Per la verità si trattava di piccoli cambiamenti, ma sommati uno all’altro davano l’immagine di un’altra persona. Di bell’aspetto anche se non bellissima, ma con lineamenti non consumati. Era una persona fiera, addirittura regale. Solo gli occhi erano rimasti invariati: brillanti e, benché fossero sfuggenti, Egwene non ebbe difficoltà a credere che quella donna fosse Moghedien.
«Come?» fu la sola domanda. Ascoltò con attenzione tutto ciò che Nynaeve ed Elayne le spiegarono sulla tessitura dei travestimenti e sui flussi invertiti, ma lo sguardo restò fisso su Moghedien. Era fiera e boriosa, felice di essere di nuovo se stessa.
«Ritorna alla forma precedente» ordinò Egwene alla fine delle spiegazioni. Il bagliore di saidar durò di nuovo pochi istanti, quindi non rimasero flussi visibili. Moghedien era di nuovo semplice e logora, una donna di campagna che sembrava più vecchia di quanto fosse. I suoi occhi scuri brillarono verso Egwene, pieni di odio, forse anche di ripugnanza contro se stessa.
Accorgendosi che aveva ancora in pugno saidar, Egwene si sentì sciocca per un istante. Né Nynaeve né Elayne avevano abbracciato la fonte. Ma Nynaeve aveva il bracciale. Egwene si alzò senza mai distogliere lo sguardo da Moghedien e protese una mano. Nynaeve sembrava impaziente di liberarsi di quell’oggetto dal polso, cosa che Egwene capiva benissimo.
Nel passarglielo, la donna disse: «Appoggia il vassoio sul tavolo, Marigan. E comportati bene. Egwene ha vissuto con gli Aiel.»
Lei si fece roteare la fascia d’argento fra le mani e cercò di non rabbrividire. Un lavoro intelligente, costruito tanto bene che sembrava un pezzo unico. Lei una volta si era trovata dall’altro lato dell’a’dam. Un marchingegno seanchan con un guinzaglio d’argento che collegava il bracciale al collare, ma era la stessa cosa. Lo stomaco le si rivoltò come non le era successo davanti al Consiglio o alla folla; sembrava che adesso volesse porre rimedio alla calma precedente. Egwene si chiuse il bracciale intorno al polso. Aveva una vaga idea di cosa aspettarsi, ma sobbalzò lo stesso. Le emozioni dell’altra donna erano ai suoi piedi, come del resto le sue condizioni di salute, il tutto racchiuso in una parte della mente di Egwene. Si trattava soprattutto di una paura palpitante, e il disprezzo per se stessa che le era parso di vedere negli occhi della donna era quasi altrettanto forte. A Moghedien non piaceva il suo aspetto attuale. Forse in particolar modo adesso, dopo il breve ritorno alla sua immagine reale.
Egwene pensò a chi stava guardando in quel momento; una Reietta, una donna il cui nome era stato usato nei secoli per spaventare i bambini, una donna che aveva meritato la morte già centinaia di volte, per tutti i crimini che aveva commesso. Pensò anche alle conoscenze racchiuse in quella testa e si costrinse a sorridere. Non fu un sorriso gradevole; in effetti non era sua intenzione, ma non pensava che sarebbe riuscita a farne uno più attraente, per quanto provasse. «Hanno ragione. Ho vissuto con gli Aiel, quindi se ti aspetti che sia gentile come Nynaeve ed Elayne, levatelo dalla testa. Fai un solo passo falso con me e ti farò implorare la morte, ma non ti ucciderò. Farò solo in modo di rendere permanente quella faccia. D’altro canto, se facessi più che un passo falso...» Il sorriso di Egwene si allargò, mostrando tutti i denti.
La paura sfiorò un picco talmente brusco che assorbì tutte le altre emozioni, colpendo la sua barriera difensiva. In piedi davanti al tavolo, Moghedien si afferrò la gonna e le nocche le sbiancarono; era tesa e tremava visibilmente. Nynaeve ed Elayne guardavano Egwene come se non l’avessero mai vista prima. Luce, si aspettavano che fosse gentile con una delle Reiette? Sorilea avrebbe appeso la donna al sole per ridurla all’obbedienza, se non le avesse semplicemente tagliato la gola.