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Per un istante Nynaeve la guardò indignata. Saltare su un piede? Era ridicolo! Ma in fondo non si trovava dalla donna per il suo blocco. Sollevò la gonna e cominciò a saltare. «Egwene... L’Amyrlin... Non ha detto molto. Qualcosa sul dover rimanere a Salidar...» Era meglio che funzionasse, o Egwene avrebbe sentito qualche parolina da lei, Amyrlin o meno.

«Penso che questo funzionerà meglio, Sheriam» disse Elayne, passandole un anello ritorto blu e rosso punteggiato, che era stato solo un pezzo di pietra quella stessa mattina. Per la verità non era diverso da tutti gli altri che aveva creato. Si erano appartate dalla folla e si trovavano all’imbocco di uno stretto corridoio illuminato dal sole rosso. Alle loro spalle si sentiva la musica dei violini e dei flauti.

«Grazie, Elayne.» Sheriam ripose il ter’angreal nel sacchetto appeso alla cintura senza nemmeno guardarlo. Elayne l’aveva colta in una pausa fra una danza e l’altra, con il viso leggermente arrossato sotto tutta quella fredda serenità da Aes Sedai, ma l’espressione degli occhi verde chiaro che aveva fatto tremare le ginocchia di Elayne da novizia era fissa sul suo volto. «Perché ho l’impressione che non è il solo motivo per cui sei venuta a cercarmi?»

Elayne fece una smorfia, giocando con il Gran Serpente sulla mano destra. La mano destra; doveva rammentarsi che adesso anche lei era un’Aes Sedai. «Si tratta di Egwene, l’Amyrlin. Immagino che sia preoccupata, Sheriam, e speravo che tu potessi aiutarla. Tu sei la Custode e non saprei a chi altro rivolgermi. Non so ancora di preciso come affrontare la situazione. Sai com’è Egwene, non si lamenterebbe nemmeno se le tagliassero un piede. Si tratta di Romanda, credo, anche se in verità ha parlato di Lelaine. Una o forse tutte e due sono andate da lei, credo, per quanto riguarda la permanenza a Salidar; ancora non vogliono muoversi perché è troppo pericoloso.»

«Mi sembra un buon consiglio» rispose lentamente Sheriam. «Non so nulla dei pericoli, ma è lo stesso avviso che le darei io.»

Elayne allargò le braccia, indifesa. «Lo so. Mi ha detto che l’hai fatto, ma... Non l’ha confessato apertamente, ma credo che abbia una vaga paura di quelle due. So che lei adesso è l’Amyrlin, ma credo che la facciano sentire come una novizia. Credo tema che se ora fa ciò che vogliono — anche se si tratta di buoni consigli — si aspetteranno che sia sempre così. Penso... Sheriam, se acconsente adesso ha paura che non potrà dire di no la prossima volta, e... anch’io lo temo. Sheriam, lei è l’Amyrlin Seat; non dovrebbe essere tenuta in pugno da Romanda, o Lelaine o chiunque altra. Tu sei l’unica che possa aiutarla. Non so come, ma sei la sola.»

Sheriam rimase in silenzio talmente a lungo che Elayne cominciò a pensare che l’altra donna le avrebbe risposto che le sue parole erano un cumulo di idiozie. «Farò ciò che posso» disse alla fine Sheriam.

Elayne trattenne un sospiro di sollievo prima di accorgersi che non avrebbe fatto alcuna differenza.

Protendendosi in avanti, Egwene appoggiò le braccia sulla vasca da bagno di rame e lasciò che le chiacchiere di Chesa fluissero libere mentre la donna le lavava la schiena. Aveva sognato a lungo un vero bagno, ma ora, dopo le saune aiel, sedere nell’acqua e sapone, profumata con un olio all’essenza di fiori, le procurava una strana sensazione. Aveva fatto il suo primo passo da Amyrlin, dato ordini al suo esercito in miniatura e dato il via all’attacco. Ricordava di avere sentito dire da Rhuarc che una volta iniziata la battaglia, un comandante non aveva più alcun vero controllo sugli eventi. Adesso la sola cosa che poteva fare era aspettare. «Anche così,» disse sommessamente «penso che le Sapienti sarebbero orgogliose.»

38

Un freddo improvviso

Il sole rovente continuava a salire alle sue spalle e Mat era contento dell’ombra che il cappello a falde larghe gli proiettava sul viso. Quella foresta dell’Altara era brulla come in inverno e arida, con i pini, le eriche e gli altri sempreverdi che somigliavano a querce, larici e alberi della gomma spogli. Il pomeriggio era ancora lontano e, con esso, il caldo peggiore, ma la giornata era già come un forno. La giubba era appoggiata sulle bisacce da sella, eppure lui era madido di sudore. Gli zoccoli di Pips calpestavano le foglie morte e le felci che coprivano il sottobosco, mentre la Banda continuava a spostarsi rumorosamente nella foresta. Apparvero alcuni uccelli, lampi veloci fra i rami, e nemmeno uno scoiattolo. Era però pieno di mosche e di ‘mordimi’, come se si trovasse nella calura estiva invece che a meno di un mese dalla Festa delle Luci. Non era diverso da quanto aveva sperimentato sull’Erinin, ma a quella latitudine lo metteva a disagio. Che il mondo intero stesse davvero bruciando?

Aviendha camminava accanto a Pips con il fagotto dietro le spalle, senza preoccuparsi per gli alberi morenti o i morsi delle mosche e facendo molto meno rumore del cavallo, malgrado la gonna.

Controllava con attenzione la zona circostante come se non si fidasse dell’azione preventiva degli esploratori e fiancheggiatori della Banda per proteggersi da un’imboscata. Non aveva mai accettato un passaggio a cavallo, nemmeno una volta, cosa che Mat non si era comunque aspettato facesse, sapendo cosa pensavano gli Aiel a quel proposito, ma non aveva nemmeno causato problemi, se non si considerava provocatorio il fatto che affilasse il coltello ogni volta che si fermavano. C’era stato l’incidente con Olver. In sella all’alto castrone grigio che Mat gli aveva riportato tra i cavalli di riserva, il ragazzo le rivolgeva di continuo occhiate sospettose. La seconda sera aveva provato ad accoltellarla, gridando qualcosa sugli Aiel che avevano ucciso suo padre. Aviendha si era limitata a togliergli il pugnale, ma anche dopo che Mat gli ebbe dato uno schiaffo e cercato di spiegare la differenza fra Shaido e altri Aiel — qualcosa che a sua volta non era affatto sicuro di capire — Olver la guardava sempre male. Non gli piacevano gli Aiel. Aviendha invece sembrava a disagio con Olver, cosa che Mat non riusciva a capire.

Gli alberi erano abbastanza alti da consentire il passaggio d’aria fra le fronde diradate, ma la bandiera della Mano Rossa pendeva floscia, come anche le due che Mat aveva recuperato dopo che Rand li aveva fatti scivolare attraverso un passaggio per atterrare di notte su un prato: una bandiera del Drago, con la sagoma rossa e dorata nascosta fra le pieghe, e una di quelle che la Banda chiamava le bandiere di al’Thor, l’antico simbolo Aes Sedai, anch’esso nascosto, grazie al cielo. Un portabandiera brizzolato aveva quella della Mano Rossa, un tipo dagli occhi piccoli e con più cicatrici di Daerid, che insisteva nel voler portare lo stendardo per parte della marcia ogni giorno, cosa che pochi portabandiera facevano. Talmanes e Daerid avevano offerto degli uomini per le altre due bandiere, giovani sbarbati che si erano dimostrati abbastanza solidi per coprire delle piccole responsabilità.

Avevano trascorso tre giorni nell’Altara, tre giorni in una foresta senza incontrare un solo fautore del Drago — o chiunque altro — e Mat sperava di prolungare la loro solitudine, almeno per quel quarto giorno prima di raggiungere Salidar. A parte le Aes Sedai, c’era il problema di come evitare che Aviendha si scagliasse alla gola di Elayne. Non aveva dubbi sul motivo che la spingeva ad affilare il coltello: la lama brillava come una gemma. Temeva fortemente che avrebbe dovuto portare la Aiel a Caemlyn sotto scorta, con la maledetta erede al trono che avrebbe chiesto di impiccarla a ogni passo. Rand e le sue maledette donne! Per come la vedeva Mat, ogni evento che avesse rallentato la Banda e lo avesse trattenuto da quanto lo aspettava a Salidar, era il benvenuto. Fermarsi presto e partire tardi aiutava. Come anche il carro dei viveri che li seguiva, lentissimo, visto che si trovavano in una foresta. La Banda non poteva cavalcare più lentamente di così, ma Vanin era sicuro che presto avrebbero trovato qualcosa.