Come se il solo pensarne il nome lo avesse evocato, il grosso esploratore apparve fra gli alberi con quattro cavalieri. Era uscito prima dell’alba con sei uomini.
Mat sollevò il pugno per segnalare di fermarsi e fra la colonna si diffuse un mormorio. Il suo primo ordine quando avevano lasciato il passaggio era stato: «Niente tamburi, niente trombe, flauti o maledette canzoni.» E anche se all’inizio aveva scorto qualche muso lungo, dopo il primo giorno nella foresta, dove non era mai possibile vedere con chiarezza a più di cento passi di distanza e raramente più lontano, nessuno fece obiezioni.
Dopo aver appoggiato la lancia sulla sella, Mat attese fino a quando Vanin lo affiancò, toccandosi la fronte con le nocche in segno di saluto. «Le hai trovate?»
L’uomo accaldato si sporse da un lato della sella per sputare fra una fessura dei denti. Sudava tanto che sembrava si stesse squagliando. «Le ho trovate. Otto o dieci chilometri a est. Ci sono Custodi in quella parte della foresta. Ne ho visto uno prendere Mar; è uscito fuori dal nulla, avvolto in uno di quei mantelli, e lo ha buttato giù dalla sella. Lo ha ammaccato ma non l’ha ucciso. Suppongo che Ladwin non si sia fatto vivo per lo stesso motivo.»
«Quindi sanno che siamo qui.» Mat respirò pesantemente con il naso. Non si aspettava che i due uomini avrebbero nascosto qualcosa a dei Custodi, tantomeno alle Aes Sedai. Ma in fondo quelle donne prima o poi sarebbero venute a conoscenza della loro presenza. Lui avrebbe preferito che fosse successo il più tardi possibile. Colpì una mosca azzurra, ma quella volò via lasciandogli una macchia di sangue sul polso. «Quante?»
Vanin sputò di nuovo. «Più di quante mi fossi mai immaginato d’incontrare. Sono entrato nel villaggio a piedi e c’erano Aes Sedai ovunque. Forse due o trecento. O quattrocento. Non volevo farmi vedere a contarle.» Prima che il colpo avesse il tempo di assestarsi, l’uomo ne sferrò un altro. «Hanno anche un esercito. Accampato verso nord. Più uomini di quanti ne hai tu. Forse il doppio.»
Talmanes, Nalesean e Daerid si erano avvicinati proprio a quel punto della conversazione, sudando e schiacciando mosche e ‘mordimi’. «Avete sentito?» chiese Mat, e il gruppo annuì. La sua fortuna in battaglia era un conto, ma essere in minoranza, due contro uno, con centinaia di Aes Sedai incluse nel tutto, andava oltre ogni buona sorte. «Non siamo venuti qui per combattere» rammentò loro, anche se l’osservazione non lo fece sentire meglio. Ciò che contava era per quale motivo le Aes Sedai volessero quell’esercito.
«Preparate la Banda per un eventuale attacco» ordinò Mat. «Liberate più spazio possibile e usate travi per costruire delle barricate.» Talmanes fece una smorfia brutta quasi quanto quella di Nalesean. A loro piaceva stare in sella e muoversi quando combattevano. «Cercate di ragionare. Potrebbero esserci dei Custodi che ci osservano anche ora.» Fu sorpreso nel vedere Vanin annuire e lanciare un’occhiata allusiva alla loro destra. «Se ci vedono prepararci alla difesa, sarà chiaro che non intendiamo attaccare. Potrebbero decidere di lasciarci in pace e, se non lo facessero, se non altro saremo pronti.» Talmanes capì prima di Nalesean. Daerid era d’accordo fin dall’inizio.
Mentre giocava con la barba oleata, Nalesean mormorò: «Allora cosa intendi fare? Restartene qui ad aspettare?»
«È esattamente ciò che farai tu» rispose Mat. Che Rand sia folgorato, lui e il suo ‘forse cinquanta Aes Sedai’! Che siano folgorati lui e siate impuniti, intimoritele un po’ pensò. Aspettare lì fino a quando non fosse giunto qualcuno dal villaggio per chiedere chi fossero e cosa volessero sembrava un’idea molto buona. Nessun intervento del ta’veren, stavolta. Tutte le battaglie avrebbero dovuto cercarlo, certamente non vi sarebbe andato incontro di sua spontanea volontà.
«Si trovano da quella parte?» chiese Aviendha indicando. Senza attendere la risposta si piazzò il fagotto in spalla e cominciò ad avviarsi verso ovest.
Mat la seguì. Maledetti Aiel! Probabilmente l’avrebbe presa qualche Custode e si sarebbe ritrovato senza testa. O forse no. Data la natura dei Custodi, se Aviendha avesse provato a pugnalarli, forse le avrebbero fatto del male. Inoltre, se stava andando da Elayne per accapigliarsi su Rand, o peggio, accoltellarla... Aviendha era veloce, stava quasi correndo, era impaziente di raggiungere Salidar. Sangue e maledette ceneri!
«Talmanes, devi comandare il gruppo! Tornerò, ma tu non muoverti a meno che qualcuno non assalti la Banda. Questi quattro ti diranno cosa potresti trovarti ad affrontare. Vanin, tu vieni con me. Olver, rimani con Daerid nel caso abbia bisogno di inviare dei messaggi. Puoi insegnargli a giocare a serpenti e volpi» aggiunse sorridendo.
«Mi ha detto che gli piacerebbe imparare.» Daerid rimase a bocca aperta, ma Mat era già andato via. Sarebbe stato un bell’affare se si fosse ritrovato a Salidar con un Custode con la testa ammaccata. Come poteva fare per eliminare quella possibilità? Le bandiere attirarono la sua attenzione. «Resta qui» disse al portabandiera brizzolato. «Voi due, venite con me. E tenete quelle due cose ripiegate.»
Lo strano gruppetto raggiunse Aviendha rapidamente. Se c’era qualcosa che potesse convincere i Custodi a lasciarli passare incolumi, sarebbe stata un’occhiata al gruppo. Una donna con quattro uomini non rappresentava una minaccia, tanto più se non facevano alcuno sforzo per nascondersi e portavano due bandiere. Mat controllò il secondo capo squadriglia. Non c’era ancora un cenno di brezza, ma tenevano comunque le bandiere attaccate all’asta e avevano i volti tesi. Solo uno sciocco sarebbe voluto andare dalle Aes Sedai con quelle bandiere spiegate da un refolo improvviso.
Aviendha lo guardò in tralice, poi cercò di sfilargli il piede dalla staffa. «Fammi salire» ordinò brusca.
Perché, per la Luce, voleva cavalcare proprio adesso? Be’, non l’avrebbe lasciata arrampicarsi per conto suo, probabilmente disarcionandolo nel tentativo. Mat aveva visto gli Aiel salire a cavallo una volta o due.
Schiacciando un’altra mosca, si sporse in avanti e la prese per mano. «Tieniti forte» le disse, sollevandola e facendola accomodare alle sue spalle, sbuffando. Era alta quasi quanto lui e molto forte. «Mettimi un braccio attorno alla vita.» La donna lo guardò e si girò goffamente fino a quando non fu cavalcioni, con le gambe nude fin sopra al ginocchio, per niente preoccupata di quel fatto. Belle gambe, ma lui non si sarebbe impelagato con un’altra Aiel, anche se non fosse stata innamorata di Rand.
Dopo un breve periodo, la donna parlò. «Il ragazzo, Olver. Gli Shaido hanno ucciso suo padre?»
Mat annuì senza voltarsi. Sarebbe mai riuscito a vedere un Custode prima che fosse troppo tardi? Vanin faceva strada e cavalcava floscio come un sacco vuoto, alla sua maniera, ma aveva un occhio attento. «Sua madre è morta di fame?» chiese Aviendha.
«Di quello o di malattia.» I Custodi indossavano quei mantelli che si mimetizzavano su tutto. Sarebbe stato facile oltrepassarne uno senza vederlo. «Olver non è stato troppo chiaro e io non ho insistito. L’ha seppellita lui. Perché? Credi di dovergli qualcosa visto che sono stati gli Aiel a sterminare la sua famiglia?»
«Dovergli qualcosa?» Sembrava stupita. «Non li ho uccisi io, e anche se lo avessi fatto, erano assassini dell’albero. Come potrei avere un toh?» Rispose senza fare una pausa, quindi proseguì continuando sulla stessa linea. «Non ti prendi cura di lui come si deve, Mat Cauthon. Capisco che voi uomini non sapete nulla su come si crescono i bambini, ma lui è troppo piccolo per trascorrere tutto quel tempo con gli adulti.»
A quel punto Mat la guardò e batté le palpebre. Aveva tolto la fascia che aveva in testa e si stava facendo scorrere un pettine di pietra verde fra i capelli rosso scuro. La cosa sembrava prendere tutta la sua concentrazione. Quello, e lo sforzo di non cadere da cavallo. Portava una collana d’argento dalla lavorazione complessa e un grosso bracciale d’avorio intagliato.