Выбрать главу

Una minaccia

Min vide poco della città mentre cavalcava lentamente per Caemlyn, sotto il sole cocente di mezza mattina. Notò appena la gente e le portantine, o i carri e le carrozze che affollavano le strade, se non per guidare la sua giumenta baia attorno a essi. Uno dei suoi sogni era sempre stato quello di vivere in una grande città e in terre straniere, ma oggi le torri colorate coperte di mattonelle lucide e le ampie vedute delle strade che giravano attorno alla collina passarono inosservate. I gruppi di Aiel che camminavano in strada, con davanti a sé sempre uno spazio aperto, ottennero una seconda occhiata, come i perlustratori a cavallo dai nasi aquilini, spesso barbuti, ma solo perché le ricordavano delle storie che aveva iniziato a sentire fin dal Murandy. Merana si era arrabbiata per quello come anche per la vista dei resti carbonizzati lasciati dai fautori del Drago, ma Min pensava che le altre Aes Sedai fossero preoccupate. Meno parlavano dell’amnistia di Rand, meglio era.

Al margine della piazza davanti al palazzo reale tirò le redini di Rosa selvatica e si tamponò con cura il viso usando un fazzoletto bordato di merletto che ripose poi nella manica della giubba. Solo alcune persone punteggiavano l’ampio ovale, forse perché di guardia davanti al cancello principale d’entrata vi erano degli Aiel. Altri Aiel erano visibili sui balconi di marmo o passavano leggiadri fra i lunghi corridoi colonnati; sembravano leopardi. Il Leone Bianco di Andor garriva nella brezza sopra la cupola più alta del palazzo. Un’altra bandiera cremisi sventolava da una delle guglie, leggermente più bassa della cupola bianca, sollevata dalla brezza quel tanto che bastava per rendere riconoscibile l’antico simbolo Aes Sedai, nero e bianco.

La vista degli Aiel la fece rallegrare di aver rifiutato l’offerta di un paio di Custodi per scorta; sospettava che Aiel e Custodi facessero scintille. Be’, non era stata precisamente un’offerta e lei aveva mostrato il suo rifiuto andando via di soppiatto un’ora prima del previsto. Merana era originaria di Caemlyn e quando arrivarono, prima del tramonto, le condusse direttamente in quello che era ritenuto il miglior alloggio della Città Nuova.

Non furono gli Aiel a far titubare Min. Non del tutto, sebbene avesse sentito ogni tipo di racconto terribile sugli Aiel velati di nero. La giubba e le brache che aveva addosso erano delle migliori, la lana più soffice che potesse essere trovata a Salidar, rosa chiaro con dei piccoli fiori blu e bianchi ricamati sul bavero, sui polsini e lungo il lato esterno della gamba. Anche la camicia era di taglio maschile, ma di seta color crema. A Baerlon, dopo la morte del padre, le zie avevano cercato di farle indossare quello che ritenevano fosse l’abbigliamento decente per una donna, anche se forse la zia Miren aveva capito che dopo dieci anni trascorsi scorrazzando per le miniere vestita da ragazzo, avrebbe potuto essere troppo tardi per infilarla in un abito femminile. Ci avevano provato e Min le aveva combattute con la stessa ostinazione con cui aveva evitato di imparare a usare l’ago. A parte lo sfortunato episodio mentre serviva ai tavoli Al riposo del minatore — un postaccio, ma non vi era rimasta a lungo; Rana, Jan e Miren se n’erano occupate quando l’avevano scoperto, nonostante Min avesse vent’anni — non aveva mai indossato un abito di sua spontanea volontà. Adesso pensava che forse avrebbe dovuto farsene cucire uno invece di quella giubba e quelle brache. Un abito di seta, con il corpetto aderente, la scollatura profonda e...

Dovrà prendermi come sono, pensò, tirando irritata le redini. Non cambierò per un uomo. I suoi abiti però sarebbero stati semplici come quelli di ogni contadino non troppo tempo addietro, i capelli non acconciati in boccoli fin sotto le spalle, e una vocina le sussurrò in un orecchio: sarai qualsiasi cosa pensi lui voglia. Scalciò forte come faceva quando uno stalliere cercava di essere rozzo, e fece procedere Rosa selvatica un po’ più gentilmente. Odiava l’idea delle donne che diventavano deboli quando si trattava di uomini. C’era solo un problema; era abbastanza sicura che avrebbe scoperto molto presto cosa significasse.

Smontò da cavallo davanti ai cancelli del palazzo e carezzò la giumenta, per dirle che non era stata sua intenzione scalciare, mentre guardava incerta gli Aiel. La metà erano donne, tutte molto più alte di lei. Gli uomini erano come Rand, almeno la maggior parte, e alcuni anche più alti. La osservavano tutti — be’, sembrava che osservassero ogni cosa, ma sicuramente anche lei — e nessuno batteva ciglio, almeno che lei vedesse. Portavano quelle lance e gli scudi, gli archi dietro la schiena e le faretre ai fianchi, e dei pesanti pugnali. Sembravano pronti a uccidere. Quelle fasce di panno nero che pendevano davanti al petto dovevano essere i famosi veli. Aveva sentito dire che gli Aiel non uccidevano mai senza coprirsi il volto. Spero sia vero, si disse.

Min si rivolse alla donna più bassa. Aveva i capelli rosso acceso corti come li portava lei una volta; il volto abbronzato sembrava scolpito nel legno ed era anche un po’ più bassa di Min. «Sono venuta a vedere Rand al’Thor» disse lei, vagamente incerta. «Il Drago Rinato.» Ma questi non battevano mai ciglio? «Mi chiamo Min. Mi conosce e ho un messaggio importante per lui.»

La donna si rivolse agli altri Aiel, gesticolando rapidamente con la mano libera. Il resto delle donne rise, mentre questa si rivolgeva di nuovo a lei. «Ti porterò da lui, Min, ma se non ti conosce andrai via molto più rapidamente di come stai entrando.» Alcune delle altre Aiel risero anche a quella battuta. «Mi chiamo Enaila.»

«Mi conosce» rispose Min, arrossendo. Lei aveva un paio di pugnali nelle maniche della giubba che le aveva dato Thom Merrilin insegnandole come usarli, ma aveva anche l’impressione che quella donna avrebbe potuto prenderglieli e scuoiarla. Sul capo di Enaila dardeggiò un’immagine che scomparve subito. Una ghirlanda di qualche tipo; Min non aveva idea di cosa significasse. «Devo portare dentro anche la giumenta? Non credo che Rand voglia vedere anche lei.» Con sua sorpresa alcuni Aiel ridacchiarono, uomini e donne, ed Enaila mosse le labbra come se anche lei volesse ridere.

A quel punto giunse un uomo per prendere Rosa selvatica — Min pensava che fosse un Aiel anche lui, malgrado la statura bassa e gli indumenti bianchi — e lei seguì Enaila oltre il cancello, attraverso un ampio cortile e quindi nel palazzo. Fu una specie di sollievo vedere i servitori con le divise bianche e rosse che correvano lungo i corridoi tappezzati di arazzi guardare circospetti gli Aiel, ma non molto diversamente da come avrebbero guardato un cane strano. Min cominciava a credere che il palazzo fosse pieno solo di Aiel, che avrebbe trovato Rand circondato da loro, forse vestito con giubba e brache in tutte le sfumature di marrone, grigio e verde, e che l’avrebbe fissata senza battere ciglio.

Enaila si fermò davanti a delle alte porte totalmente spalancate, intagliate con dei leoni, e gesticolò rapida con una mano alla donna aiel di guardia. Erano tutte donne. Una, che aveva i capelli biondo chiaro ed era molto più alta della maggioranza degli uomini, fece dei cenni in risposta. «Aspetta qui» le disse Enaila, quindi entrò.

Min fece un solo passo per seguirla e una lancia si trovò sul suo percorso, impugnata quasi distrattamente dalla donna bionda. Forse tutto sommato non era tanto distratta, ma a Min non importava. Poteva vedere Rand.

Stava seduto su un grande trono dorato che sembrava tutto fatto di draghi, aveva addosso una giubba rossa pesantemente lavorata in oro e impugnava una specie di pezzo di lancia a tasselli verdi e bianchi. Su un alto piedistallo alle sue spalle c’era un altro trono, anche quello dorato, ma su esso risaltava un leone ricavato da gemme bianche in campo rosso. Il trono del Leone, come dicevano le voci. Al momento avrebbe potuto usarlo come poggiapiedi, per quanto le importava. Rand sembrava stanco. Era così bello che le doleva il cuore. Le immagini danzavano continuamente intorno a lui. Con le Aes Sedai e i Custodi, quell’inondazione visiva era qualcosa cui lei cercava di sfuggire; non riusciva a capirne il significato come con le persone normali, ma era sempre presente. Con Rand invece dovette costringersi a guardare le immagini, perché altrimenti lo avrebbe solo fissato in volto. Una di quelle immagini l’aveva vista fin dalla prima volta. Migliaia di luci sfavillanti, come stelle o lucciole, che si catapultavano nel buio profondo, cercando di riempirlo, e ne venivano ingoiate. Adesso sembrava che vi fossero più luci di quante ne avesse viste prima, ma il buio le inglobava a gran velocità. C’era anche qualcos’altro, qualcosa di nuovo, un’aura gialla, marrone e porpora che le fece chiudere lo stomaco.