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Rand esitò. Forse sarebbe stato abbastanza facile togliere quella parola dalle loro labbra, ma non dalla mente, e doveva comunque essere chiamata in qualche modo. Non ci aveva pensato. Perché non ‘Torre Nera’? Guardò la fattoria e le strutture per i futuri edifici — grandi, ma solo di legno — e il nome lo fece sorridere. «Lascia che lo usino.» Forse la Torre Bianca aveva iniziato umilmente. Non che la Torre Nera avrebbe avuto tempo di crescere, trasformandosi in qualcosa che potesse rivaleggiare con la Torre Bianca. L’ultimo pensiero cancellò il sorriso e Rand guardò i bambini con tristezza. Lui stava giocando come loro, fingeva che ci fosse una possibilità di costruire qualcosa di duraturo. «Raduna gli studenti, Taim. Devo dire loro alcune cose.»

Rand era giunto aspettandosi di riunirli attorno a sé, poi, visto quanti erano, avrebbe voluto parlare dal retro del carro traballante che adesso sembrava scomparso. Taim aveva fatto costruire una piattaforma dalla quale fare gli annunci ufficiali, un blocco di semplice pietra nera lucidato con tanta cura che brillava come uno specchio al sole, con due scalini intagliati sul retro. Si trovava in un’area aperta dietro la fattoria, e il terreno era stato spianato tutto attorno. Le donne e i bambini si riunirono da un lato per guardare e ascoltare.

Dal blocco Rand ebbe la possibilità di vedere degli indizi su quanto si fosse spinto lontano Taim con i suoi reclutamenti. Jahar Narishma, di cui Taim gli aveva parlato, il giovane con la scintilla innata, aveva gli occhi scuri grandi come quelli di una ragazza e il volto pallido, ma era molto scuro e portava i capelli acconciati in due lunghe trecce con dei campanelli d’argento legati in fondo. Taim gli aveva detto che era originario dell’Arafel, ma Rand aveva riconosciuto delle teste rasate con il codino, tipiche dello Shienar, e due uomini con i veli trasparenti, indossati di solito da uomini e donne a Tarabon. Vedeva occhi a mandorla della Saldea e tizi bassi e pallidi di Cairhien. Un vecchio uomo aveva la barba oleata e tagliata a punta come quella dei lord tarenesi, anche se assicurava di non esserlo, e non meno di tre avevano la barba che lasciava scoperto il labbro superiore. Sperava che non reclutando uomini a Illian Taim avesse destato l’interesse di Sammael. Rand si era aspettato soprattutto giovani, ma i volti freschi come quelli di Eben e Fedwin erano bilanciati da teste grigie o calve, alcune anche più grigie di quella di Damer. Adesso che ci pensava non c’era alcun mistero, nessun motivo per cui non dovessero esserci vecchi ai quali poteva essere insegnato qualcosa come ai giovani.

Rand non era bravo con i discorsi, ma aveva pensato a lungo a cosa voleva dire. Non alla prima parte, che comunque, con un po’ di fortuna, sarebbe finita presto. «Probabilmente avrete sentito dei racconti sulla Torre... la Torre Bianca... divisa. Be’, sono veri. Vi sono alcune Aes Sedai ribelli che potrebbero decidere di seguirmi e hanno inviato delle emissarie per parlarmi. Nove, che si trovano a Caemlyn proprio in questo momento e aspettano che io le riceva. Quindi, quando sentirete parlare di Aes Sedai a Caemlyn, non date ascolto a tutte le voci. Sapete per quale motivo si trovano qui e potrete ridere in faccia a chi vi riferirà qualcosa di diverso.»

Non vi fu alcuna reazione. Rimasero in piedi a fissarlo, senza quasi battere ciglio. Taim sembrava a dir poco beffardo. Rand toccò la sacca più grande che aveva in tasca e proseguì con la parte che aveva elaborato.

«Avete bisogno di un nome. Nella lingua antica. Aes Sedai significa Servitrici di Tutti, o qualcosa di simile. La lingua antica non si traduce con facilità.» Lui ne conosceva solo poche parole, da Asmodean, qualcuna imparata da Moiraine e altre che apprendeva di volta in volta da Lews Therin. Era stato Bashere, però, a suggerire quella giusta. «Un’altra parola nella lingua antica è asha’man. Significa guardiano, o guardiani. Forse difensori o qualche altro termine simile. Vi ho detto che la lingua antica è molto flessibile. Guardiano mi sembra la traduzione più appropriata. Non un comune difensore o guardiano. Non potreste definire asha’man un uomo che difende una causa ingiusta e nemmeno uno cattivo. Un asha’man difendeva la verità, la giustizia e i diritti di tutti. Un guardiano che non si sarebbe arreso nemmeno dopo che fosse svanita la speranza.» La Luce sola sapeva se la speranza sarebbe svanita una volta giunta Tarmon Gai’don, se non prima. «Voi siete qui per diventare come loro. Quando avrete finito l’addestramento, sarete Asha’man.»

I mormorii si levarono come un fruscio di foglie al vento mentre il nome venne ripetuto, ma si spensero subito. Volti attenti lo osservavano; poteva quasi vedere le orecchie impazienti di sentire le parole successive. Se non altro era leggermente meglio di prima. Il sacchetto di stoffa tintinnò sommessamente quando l’estrasse dalla tasca.

«Le Aes Sedai iniziano diventando novizie, quindi Ammesse e alla fine Aes Sedai. Anche voi avrete dei gradi, ma non come i loro. Nessuno verrà mandato via, fra noi.» Mandato via? Luce, avrebbe fatto di tutto tranne che legarli mani e piedi per evitare che andassero via, se potevano incanalare. «Quando un uomo arriva alla Torre Nera...» davvero non gli piaceva quel nome «...verrà chiamato soldato, perché questo è ciò che diventa quando si unisce a noi, ciò che diventerete voi, soldati che combattono l’Ombra e chiunque si opponga alla giustizia e opprima i deboli. Quando un soldato raggiungerà una certa perizia nelle sue capacità, verrà chiamato Dedicato e avrà una di queste.» Dal sacchetto estrasse l’emblema che aveva creato l’argentiere, una piccola spada d’argento, perfetta, con la lunga elsa a croci inclinate e la lama ricurva.

«Taira.»

Taim si diresse verso il blocco con passo rigido, e Rand si inchinò per appuntare la spada d’argento sull’alto collo della giubba. Sembrava risplendere anche di più contro la lana nera. Il volto di Taim era espressivo come la roccia sotto i piedi di Rand, che gli passò il sacchetto sussurrando: «Consegnale a chiunque pensi sia pronto. Sii sicuro di scegliere bene.»

Tirandosi su, sperò che i gioielli fossero in numero sufficiente. Non si aspettava affatto tutti quegli uomini. «I Dedicati che imparano abbastanza verranno chiamati Asha’man e indosseranno questo.» Prendendo il piccolo sacchetto di velluto, ne mostrò il contenuto. Il sole brillava sull’oro finemente lavorato e sullo smalto rosso. Una sagoma sinuosa esattamente come quella sulla bandiera del Drago. Anche quella fu appuntata sul colletto di Taim, dall’altro lato, quindi ora spada e Drago risplendevano da entrambi i lati della gola. «Suppongo che io sia stato il primo Asha’man,» disse Rand agli studenti «ma Mazrim Taim è il secondo.» Il volto di Taim faceva sembrare morbida la pietra; cosa c’era di sbagliato in quell’uomo? «Spero che tutti voi diventerete Asha’man, ma che succeda o meno, ricordatevi che siamo tutti soldati. Ci aspettano molte battaglie, forse non sempre quelle che penseremo e, alla fine, l’Ultima Battaglia. Che la Luce voglia sia l’ultima. Se la Luce risplende su di noi, vinceremo. Vinceremo perché dobbiamo.»

Nei suoi piani, avrebbero dovuto acclamarlo una volta che si fosse fermato. Rand non si considerava il tipo di oratore che poteva far saltare e gridare gli uomini, ma questi sapevano perché si trovavano lì. Dire loro che avrebbero vinto avrebbe dovuto sortire qualche effetto, anche flebile. Invece vi fu solo silenzio.

Rand scese dal blocco di pietra e Taim scattò: «Tornate alle vostre lezioni o ai vostri doveri.» Gli studenti — i soldati — si incamminarono quasi con lo stesso silenzio con cui avevano assistito al discorso, se non per qualche mormorio. Taim fece un cenno verso la fattoria. Strinse il sacchetto con tale forza che fu stupefacente che nessuna spilla lo pungesse. «Il mio lord Drago ha tempo per un boccale di vino?»