«Finora non lo hanno fatto e farai meglio a sperare che non comincino adesso. Come ho detto, vedi di darmi ascolto.»
«Ho sentito, mio lord Drago, e naturalmente obbedisco.» L’uomo con il naso aquilino si inchinò leggermente. «Ma undici rimane un numero pericoloso.»
Rand rise pur non volendo. «Taim, ho intenzione di insegnar loro a ballare al suono del mio flauto.» Luce, da quanto tempo non suonava più il flauto? Dov’era il suo flauto? Sentì Lews Therin ridere.
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La corona di Rose
La carrozza presa a nolo da Merana ondeggiò lentamente fra le strade affollate mentre si dirigeva verso La corona di Rose. Esteriormente lei era calma, una donna dai capelli scuri con gli occhi freddi color nocciola, le dita affusolate ripiegate serenamente sulla gonna di seta grigia, ma in realtà non era affatto serena. Trentotto anni prima si era trovata per caso a dover negoziare un trattato fra l’Arad Doman e Tarabon che in teoria avrebbe dovuto porre fine alla disputa sulla piana di Almoth, con i Domanesi e Taraboniani che si agitavano a ogni svolta e che per quasi tre volte avevano dato il via a una guerra nel mezzo della trattativa, mentre mantenevano volti sorridenti e un’apparente buona volontà. Quando le firme si asciugarono sul foglio, ebbe l’impressione che fosse stata lanciata giù da una collina in un barile pieno di schegge e, dopo tutto quel tormento, il trattato risultò avere molto meno valore della cera e i nastri che aveva usato per sigillarlo. Sperava che quanto aveva avviato quel pomeriggio al palazzo reale sarebbe finito meglio — doveva — ma dentro di sé le sembrava di essere appena uscita da un altro barile.
Min era seduta nel retro a occhi chiusi; la giovane sembrava schiacciare pisolini ogni volta che un’Aes Sedai non le parlava.
Le altre due Sorelle nella carrozza lanciavano delle occhiate occasionali alla ragazza. Seonid, fredda e riservata con addosso un abito di broccato verde, e Masuri, magra e dagli occhi vispi, con un abito marrone ricamato con motivi di viticci sull’orlo. Si erano tutte vestite formalmente, usando i colori delle Ajah di appartenenza e lo scialle.
Merana era certa che le altre condividessero i suoi pensieri quando osservavano Min. Seonid di sicuro doveva capire, ma chi poteva esserne certa? La donna era molto metodica e pratica con i suoi Custodi, come con una coppia di bei cani da caccia ai quali era affezionata. Masuri poteva capire. Le piaceva ballare e anche civettare, benché avrebbe abbandonato qualsiasi uomo se avesse sentito parlare di un antico manoscritto nascosto da qualche parte. Merana non si era più innamorata da prima del quinto trattato a Falme, ma ricordava la sensazione, e la sola cosa che le era servita era stata uno sguardo a Min che fissava al’Thor: una donna che aveva gettato il buon senso dalla finestra con il cuore che le andava al galoppo.
Non era certo una prova che Min avesse ignorato le loro direttive, infranto la sua promessa e riferito tutto ad al’Thor, ma lui sapeva di Salidar. Sapeva che Elayne si trovava lì e si era divertito — divertito! — ai loro tentativi di essere evasive. A parte le possibili rivelazioni di Min — d’ora in poi avrebbero dovuto essere caute con quanto dicevano in sua presenza — era una situazione spaventosa quando la si aggiungeva a tutto il resto. Merana non era abituata ad avere paura. Era stata spesso spaventata, l’anno seguente la morte di Basan — non aveva mai legato un altro Custode, in parte perché non voleva passare attraverso tutto quel dolore ancora una volta, in parte perché aveva semplicemente troppo da fare per cercare l’uomo giusto — ma era stata l’ultima volta che aveva conosciuto qualcosa di più che la semplice apprensione. Prima della Guerra Aiel. Adesso aveva paura, e non le piaceva affatto. Tutto poteva ancora finire, non era accaduto nulla di disastroso, ma al’Thor in persona le trasformava le ginocchia in acqua.
La carrozza presa a nolo si fermò nella stalla de La corona di Rose, e lo stalliere, che aveva delle rose ricamate sul grembiule, uscì per prendere le briglie e aprire le porte.
La sala comune era in sintonia con i tre piani di pietra bianca finemente decorata, tutta rivestita di pannelli scuri lucidati e con dei camini laterali coperti di marmo bianco. Su una delle mensole era in mostra un grande orologio, con un carillon finemente dorato per battere le ore. Le cameriere indossavano un abito blu, con il grembiule bianco ricamato con un anello di rose; erano tutte sorridenti, educate, efficienti, e quelle che non erano carine erano addirittura belle. La corona di Rose era la locanda preferita dei nobili di campagna che non possedevano delle residenze a Caemlyn, ma ora ai tavoli nel retro erano seduti i Custodi, con Alanna e Verin. Se i desideri di Merana si fossero avverati, avrebbero dovuto attendere in cucina con le cameriere. Le altre Sorelle erano tutte fuori. Non c’era tempo da perdere.
«Se non vi dispiace,» disse Min «vorrei camminare un po’. Mi piacerebbe visitare Caemlyn prima che sia buio.»
Merana le diede il permesso e, mentre la ragazza usciva di corsa, scambiò delle occhiate con Seonid e Masuri, chiedendosi quanto ci avrebbe messo a ritornare a palazzo.
Apparve subito comare Cinchonine, rotonda come ogni locandiera che Merana avesse visto, rivolgendo inchini e sfregandosi le mani. «C’è qualcosa che posso fare per te, Aes Sedai? Devo portarti qualcosa?» Aveva ospitato spesso Merana, sia prima che dopo aver scoperto che era Aes Sedai, e trattandola sempre bene.
«Del tè al mirtillo» le rispose lei, sorridendo. «Nella sala da pranzo privata al piano superiore.» Il sorriso svanì quando la locandiera si fu allontanata alla ricerca di una delle cameriere. Merana fece un cenno secco a Verin e Alanna perché la seguissero sulle scale, e salirono tutte e cinque in silenzio.
Le finestre nella sala offrivano una buona visuale delle strade per chi avesse voglia di guardare fuori, cosa che a Merana non interessava molto. Chiuse quelle aperte per eliminare parte del rumore e rivolse loro la schiena. Seonid e Masuri si erano sedute, mentre Alanna e Verin erano rimaste in piedi fra le altre due. Il vestito di lana scura di Verin sembrava stropicciato anche se non lo era e la donna aveva una macchia d’inchiostro sulla punta del naso, ma gli occhi erano come quelli di un uccello, attenti e perspicaci. Anche lo sguardo di Alanna brillava, ma probabilmente per la rabbia, e di tanto in tanto le tremavano le mani, che stringevano il corpetto giallo del vestito azzurro. Sembrava che vi avesse dormito dentro, ma per lei c’erano delle scusanti. Alcune, ma non in numero sufficiente.
«Non so ancora, Alanna,» iniziò a dire Merana con fermezza «se le tue azioni avranno un effetto sfavorevole. Non ha parlato del tuo legame con lui — sempre una sua scelta — ma è stato pungente, molto pungente e...»
«Ha imposto altre restrizioni?» intervenne Verin, chinando appena il capo. «A me sembra che vada tutto bene. Non è fuggito sapendo del vostro arrivo. Vi ha ricevute in tre, con un certo livello di cortesia, o altrimenti sareste furiose. Ha un po’ paura di noi, il che è un bene, o non avrebbe posto dei limiti ma, a meno che non ne abbia aggiunti altri, abbiamo la stessa libertà di prima, quindi non è terrorizzato. Dobbiamo evitare di spaventarlo ulteriormente.»
La difficoltà di Merana consisteva nel fatto che Verin e Alanna non facevano parte della sua delegazione, per cui su di loro non aveva alcuna autorità. Avevano sentito le novità su Logain e le Rosse e avevano concordato che a Elaida non poteva essere permesso di rimanere sullo scanno dell’Amyrlin, ma non significava nulla. Alanna non era un problema vero, ma solo potenziale. Lei e Merana erano talmente vicine nell’uso del potere che il solo modo di dire chi fosse più forte sarebbe stata una gara, del tipo che facevano le novizie fino a quando non venivano scoperte. Alanna era stata novizia per sei anni, Merana solo per cinque ma, cosa più importante, Merana era Aes Sedai da dieci anni il giorno in cui la levatrice aveva porto Alanna alla madre. Quello bastava. Merana aveva la precedenza. Nessuna pensava in questi termini a meno che qualcosa non la inducesse a farlo, ma entrambe sapevano e si erano adeguate automaticamente. Alanna non avrebbe preso ordini, ma la deferenza istintiva sarebbe sicuramente subentrata accompagnata alla consapevolezza di ciò che aveva fatto.