Bashere sbuffò di nuovo. «Nel modo migliore che conosci.» La voce atona si trasformò in un ringhio. «Sarà meglio che sia abbastanza, ragazzo, o io... Ascoltami bene. Una moglie non è un soldato di cavalleria che scatta quando strilli qualcosa. A modo suo, una donna è come una colomba. La devi tenere con la metà della forza che ritieni necessaria, o potresti farle del male, e tu non vorrai fare del male a Zarine. Mi capisci?» D’improvviso sorrise, in modo sconcertante, e la voce divenne quasi amichevole. «Forse sarai un ottimo genero, Aybara, ma se la renderai infelice...» stava di nuovo carezzando l’elsa della spada.
«Cerco di farla felice» rispose serio Perrin. «Farle del male è l’ultima cosa che voglio.»
«Bene. Perché sarebbe l’ultima cosa che faresti, ragazzo.» Anche quella frase fu pronunciata con un sorriso, ma Perrin non aveva dubbi che Bashere fosse serio. «Credo che sia il momento di portarti da Deira. Se lei e Zarine non hanno concluso ancora la loro discussione, sarà meglio che ci intromettiamo prima che si uccidano a vicenda. Si lasciano sempre prendere la mano quando litigano e Zarine adesso è troppo grossa perché Deira riesca a chiudere la questione sculacciandola.» Bashere appoggiò la coppa sul tavolo e proseguì mentre si dirigevano verso la porta. «Una cosa la devi sapere. Solo perché una donna dice di credere a qualcosa, non significa che sia vero. Oh, lo crede, ma una cosa non è necessariamente vera solo perché una donna crede che lo sia. Tienilo a mente.»
«Lo farò.» Perrin pensava di capire cosa volesse dire l’uomo. A volte Faile aveva solo una relazione superficiale con la verità. Mai su nulla di importante, ma se prometteva di fare qualcosa che non voleva fare, trovava sempre il modo di lasciarsi una via d’uscita dalla quale poter svicolare e al tempo stesso mantenere la promessa alla lettera, facendo però esattamente ciò che voleva lei. Quello che invece non capiva era cosa ciò avesse a che fare con l’incontro con la madre di Faile.
Affrontarono una lunga camminata attraverso il palazzo, fra colonnati e su per le scale. Non sembrava vi fossero troppi uomini della Saldea in giro, ma vide molti Aiel e Fanciulle, per non parlare dei servitori con la livrea rossa e bianca che si inchinavano o rivolgevano loro la riverenza. Vide anche uomini e donne vestiti di bianco, come quelli che avevano preso i cavalli. Questi ultimi erano affaccendati e trasportavano vassoi o asciugamani e coperte a occhi bassi: sembrava non notassero nessuno. Perrin vide con sorpresa che alcuni di loro indossavano la bandana rossa attorno alle tempie come facevano anche molti Aiel. Notò anche un’altra piccola cosa. Mentre gli uomini e le donne in bianco indossavano una bandana rossa, come anche altri uomini in abiti monocromi, le Fanciulle non lo facevano. Gaul gli aveva spiegato qualcosa sugli Aiel, ma non aveva mai parlato di quelle bandane.
Mentre lui e Bashere entravano in una stanza con le sedie intarsiate d’avorio e dei tavolini sistemati su un tappeto con motivi ricorrenti di rosso, oro e verde, Perrin colse il rumore sommesso di due voci di donna, proveniente da una sala interna. Non riusciva a sentire le parole attraverso quella porta spessa, ma aveva capito che una delle due era Faile. Improvvisamente si sentì il rumore di uno schiaffo, seguito quasi immediatamente da un altro, e Perrin sussultò. Solo un cretino integrale si sarebbe intromesso fra la moglie e sua madre durante una discussione — da quanto aveva capito, entrambe se la sarebbero presa con quel povero sciocco — e sapeva molto bene che Faile era in grado di difendersi da sola, in circostanze normali. Era anche vero che aveva visto donne forti, madri e nonne, permettere alle proprie madri di trattarle come bambine.
Raddrizzò le spalle e si diresse verso la porta principale, ma Bashere lo precedette, bussando delicatamente come se avessero a disposizione tutto il tempo del modo. Ma certo. Bashere non aveva potuto sentire quello che alle orecchie di Perrin ricordava il verso di due gatti in un sacco. Tutti e due bagnati.
Il bussare di Bashere fece interrompere i ringhi come se fossero stati tagliati con un coltello. «Avanti» rispose una voce composta.
La sola cosa che poté fare Perrin fu non superare Bashere e, una volta all’interno, cercare Faile con lo sguardo ansioso, trovandola su una grande sedia con i braccioli proprio dove la luce proveniente dalla finestra diventava meno intensa. Lì i tappeti erano quasi tutti rosso scuro e gli facevano venire in mente il sangue: uno dei due dipinti mostrava una donna a dorso di cavallo che uccideva un leopardo con una lancia. L’altro rappresentava una battaglia furiosa che si svolgeva attorno alla bandiera del Leone Bianco di Andor. L’odore di Faile era un misto di emozioni che non riusciva separare e sulla guancia sinistra aveva l’impronta rossa di una mano, ma gli sorrise, anche se debolmente.
La madre di Faile fece battere le palpebre a Perrin. Con tutto quel parlare di colombe che gli aveva propinato Bashere, si era aspettato di vedere una donna fragile, ma lady Deira era decisamente più alta del marito e... statuaria. Non grossa come comare Luhan, che era rotonda, o come Daise Congar, che avrebbe potuto sostituire un fabbro nel lavoro con il martello. Era florida, cosa che un uomo non avrebbe dovuto pensare della propria suocera, e si capiva da chi avesse preso Faile. Il volto di Faile era quello della madre, senza le striature bianche fra i capelli neri all’altezza delle tempie. Se Faile le fosse somigliata una volta raggiunta la sua età, si sarebbe ritenuto un uomo molto fortunato. Il naso prominente dava a lady Deira l’aspetto di un’aquila, mentre gli occhi scuri a mandorla si fissavano su di lui. Un’aquila dagli occhi rapaci, pronta ad affondare gli artigli in un coniglio particolarmente insolente. Odorava di furia e disprezzo. La vera sorpresa fu però l’impronta rossa di una mano stampata sulla guancia.
«Papà, stavamo proprio parlando di te» disse Faile con un sorriso affettuoso, andando verso di lui per prendergli le mani. Lo baciò sulle guance e Perrin provò una fitta improvvisa di malumore; un padre non meritava tutta quell’attenzione quando c’era anche il marito presente, che aveva ricevuto solo un breve sorriso.
«Dovrei andare via e nascondermi, Zarine?» rise Bashere. Fu una risata ricca. L’uomo non sembrò neppure notare che la moglie e la figlia si erano scambiate degli schiaffi!
«Preferisce farsi chiamare Faile, Davram» intervenne con fare assente lady Deira. Con le braccia incrociate sotto il seno abbondante, scrutò Perrin dall’alto in basso senza fare alcuno sforzo per nasconderlo.
Perrin sentì Faile sussurrare al padre: «Adesso dipende da lui.»
Supponeva che fosse così, se lei e la madre erano arrivate alle mani. Raddrizzò le spalle e si preparò a dire a lady Deira che sarebbe stato gentile con Faile come lo sarebbe stato con un gattino, che sarebbe stato mite come un agnellino. L’ultima parte era una bugia — Faile avrebbe infilato un uomo mite allo spiedo e lo avrebbe arrostito per cena —, ma doveva mantenere la pace. Inoltre, cercava davvero di essere gentile con sua moglie. Effettivamente forse lady Deira era il motivo per cui Bashere parlava tanto di gentilezza; nessuno avrebbe avuto il coraggio di comportarsi in qualunque altro modo con una donna simile.