Anche se a Rand sarebbe piaciuto saperne di più — come per esempio quando, dove e come — se lo avesse saputo Min glielo avrebbe già detto. «Allora dovrò solo tenermelo vicino» rispose, con la massima gaiezza che riuscì a trovare. Non gli piaceva che Min fosse spaventata.
«Non so se sarà sufficiente» mormorò Min. «Accadrà se Perrin non ci sarà, ma nulla di quanto ho visto mi ha rivelato che non accadrà se invece sarà presente. Sarà molto brutto, Rand. Il solo pensiero mi fa...»
Rand le sollevò il viso e fu sorpreso nel vedere che dagli occhi le scendevano delle lacrime. «Min, non sapevo che quelle visioni potessero farti del male» le disse con gentilezza. «Mi dispiace.»
«E pensi di sapere molto, pastore» mormorò Min. Estrasse un fazzoletto bordato di merletto da dentro la manica e si tamponò gli occhi. «Era solo polvere. Non fai lavorare abbastanza quella Sulin.» Il fazzoletto ritornò a posto con uno svolazzo. «Adesso devo tornare a La corona di Rose. Dovevo solo dirti ciò che ho visto su te e Perrin.»
«Min, fai attenzione. Forse non dovresti venire tanto spesso. Non penso che Merana sarebbe gentile con te se scoprisse cosa stai facendo.»
Il sorriso di Min sembrava quello di sempre e gli occhi parevano divertiti, anche se brillavano ancora di lacrime. «Lascia che sia io a preoccuparmi per me, pastore. Pensano che me ne vada in giro a bocca aperta per Caemlyn come tutti i sempliciotti di campagna. Se non venissi tutti i giorni, sapresti che stanno incontrando i nobili?» Lo aveva scoperto per caso il giorno precedente mentre stava recandosi a palazzo, vedendo apparire per un istante Merana alla finestra di un edificio che Min aveva scoperto appartenere a lord Pelivar. C’erano le stesse possibilità che Pelivar e i suoi ospiti fossero i soli a essere stati contattati quanto che Merana si fosse recata a pulire le fogne di Pelivar.
«Fai attenzione» ripeté lui con fermezza. «Non voglio che ti faccia del male.»
Per un istante Min lo studiò in silenzio, poi si alzò quanto bastava per baciarlo leggermente sulle labbra. Se non altro... Be’, era un tocco leggero, ma era il rituale giornaliero ogni volta che andava via e a Rand sembrava che quei baci diventassero sempre meno leggeri di giorno in giorno.
Malgrado quanto si era ripromesso, Rand disse: «Vorrei che tu non lo facessi.» Lasciare che gli sedesse sulle ginocchia era un conto, ma i baci stavano portando il gioco troppo avanti.
«Ancora niente lacrime, contadino» sorrise Min. «Nessun balbettio.» Arruffandogli i capelli come se avesse dieci anni, si diresse verso la porta ma, come a volte faceva, si mosse con un grazioso moto ondeggiante che forse non scatenò lacrime e balbettii, ma di sicuro gli fece sgranare gli occhi, per quanto cercasse con tutte le forze di non farlo. Quando si girò, gli occhi di Rand si ritrovarono sul volto di Min. «Come mai sei rosso, pastore? Credevo che il caldo non ti sfiorasse. Non importa. Volevo dirti che sarò prudente. Ci vediamo domani. Mi raccomando, indossa calzini puliti.»
Una volta che la porta si richiuse alle spalle di Min, Rand sospirò. Calzini puliti? Li cambiava tutti i giorni! C’erano solo due scelte. Avrebbe potuto continuare a far finta di nulla o rassegnarsi e balbettare. O magari avrebbe dovuto pregare; se avesse pregato forse si sarebbe fermata, o forse avrebbe usato la sua preghiera per prenderlo in giro, una cosa che a Min piaceva molto fare. La sola altra possibilità — incontri brevi, mostrarsi freddo e distante — era improponibile. Si trattava di un’amica; tanto valeva che fosse freddo con... Aviendha ed Elayne erano i due nomi che gli vennero in mente e non erano adatti al paragone. Con Mat e Perrin. La sola cosa che non capiva era perché si sentisse tanto a suo agio quando le stava vicino. Non avrebbe dovuto, visto quanto lo prendeva in giro, eppure con lei stava bene.
Le chiacchiere a vanvera di Lews Therin erano diventate più forti da quando erano state menzionate le Aes Sedai, e adesso l’uomo disse con chiarezza: Se stanno complottando con i nobili, devo fare qualcosa al riguardo.
Vai via, ordinò Rand.
Nove sono pericolose, anche senza addestramento. Troppo pericolose. Non puoi lasciarle fare. No, oh, no.
Vai via, Lews Therin!
Non sono morto! gridò la voce. Merito di morire, ma sono vivo! Vivo! Vivo!
Sei morto!
La voce scemò, sempre gridando ‘vivo!’ fino a quando non la sentì più.
Rand tremava ancora quando riempì di nuovo la coppa e bevve il vino tutto d’un fiato. Adesso il sudore gli imperlava la fronte e aveva la camicia incollata addosso. Ritrovare la concentrazione fu uno sforzo. Lews Therin stava diventando più insistente. Di una cosa era certo. Se Merana stava complottando con i nobili, specialmente quelli pronti a dichiarare la ribellione se non avesse ritrovato Elayne abbastanza in fretta da soddisfarli, allora avrebbe dovuto fare qualcosa.
Sfortunatamente non aveva idea di cosa.
Uccidile, sussurrò Lews Therin. Nove sono troppo pericolose, ma se ne uccido qualcuna, se le caccio via... uccidile... che mi temano... non morirò ancora... merito la morte, ma voglio vivere... Cominciò a piangere, ma continuò a divagare.
Rand riempì di nuovo la coppa e cercò di non ascoltare.
Una volta in vista della Porta dell’Origano, l’accesso alla Città Interna, Demira Eriff rallentò. Diversi uomini nelle strade affollate la guardarono con ammirazione mentre le passavano vicino e, forse per la millesima volta, lei si ripropose di smettere di indossare abiti della sua terra natia, Arad Doman, e per la millesima volta lo dimenticò. I vestiti non erano importanti — aveva fatto ricucire sempre gli stessi per anni — e se un uomo non si accorgeva che era un’Aes Sedai e diventava troppo sfacciato, le bastava solo fargli sapere con chi stesse facendo il cascamorto. Li faceva fuggire abbastanza in fretta, di solito più in fretta di quanto potessero correre.
Tutto ciò che le interessava in quel momento era la Porta dell’Origano, un imponente arco di marmo candido incorniciato nel bianco risplendente delle mura e il torrente di persone, carri e calessi che passavano, controllati da una dozzina di Aiel e che, sospettava, non era così irregolare come poteva sembrare a un primo sguardo. Forse avrebbero riconosciuto un’Aes Sedai a vista. A volte vi riuscivano persone inaspettate, e poi lei era stata seguita fin da La corona di Rose; quelle giubbe e brache fatte apposta per scomparire fra le rocce e i cespugli erano ben visibili in città. Se anche avesse voluto entrare nella Città Interna, se anche fosse stata disposta a incorrere nella furia di Merana entrando senza chiedere il permesso di al’Thor, non avrebbe potuto. Le scottava davvero, l’idea che Aes Sedai dovessero chiedere ‘permesso’ a un uomo. La sola cosa che voleva era un incontro con Milam Hardner, secondo bibliotecario nel palazzo reale e suo agente informatore da quasi trent’anni.
La biblioteca nel palazzo non poteva essere paragonata a quella della Torre Bianca, la biblioteca reale di Cairhien o la libreria di Terhana a Bandar Eban, ma tanto valeva che sognasse di volare, prima di riuscire ad accedere a una di quelle. Se il suo messaggio aveva raggiunto Milam, avrebbe iniziato a cercare i libri che le servivano. Nella biblioteca del palazzo avrebbero potuto essere conservate informazioni sui sigilli della prigione del Tenebroso e forse c’era anche un catalogo dei luoghi di ritrovamento, anche se probabilmente sarebbe stato desiderare troppo. In molte biblioteche erano conservati volumi abbandonati negli angoli, che avrebbero dovuto essere catalogati da molto tempo e che invece erano rimasti dimenticati per secoli, a volte anche di più. In molte biblioteche erano conservati tesori che nemmeno i bibliotecari conoscevano.