Выбрать главу

Mat si strinse nelle spalle. «Immagino che se la caverà bene se davvero sa usare quell’arco. Ti è andato qualcosa di traverso?» chiese a Juilin, che adesso stava soffocando con la birra. «Dammi un buon arco anziché una spada. Preferisco il bastone da combattimento, ma un buon arco va bene lo stesso. Spero solo che non si intrometterà quando sarà giunto il momento di portare Elayne da Rand.»

«Penso che lo sappia usare.» Thom si protese sul tavolo per dare un colpo in mezzo alla schiena di Juilin. «Penso che sia capace.»

Se Nynaeve e le altre avevano in mente di litigare — in tal caso Mat non avrebbe voluto trovarsi nemmeno a dieci chilometri in quel caso, medaglione o meno — con lui non lo davano a vedere. Tutto ciò che notava era un solido fronte comune e altri tentativi di incanalare su di lui, a cominciare da quando stava sellando Pips, la mattina dopo il primo tentativo di togliergli il medaglione. Fortunatamente fu bloccato da Nerim, secondo il quale sellare il cavallo di Mat era un suo compito, sottintendendo che poteva farlo meglio, mentre il colpo di freddo durò un attimo; Mat non diede segni esteriori di aver notato qualcosa. Aveva deciso che quella sarebbe stata la sua risposta. Nessuna occhiata, nessuno sguardo, nessuna accusa. Le avrebbe ignorate, lasciandola a cuocere nel loro brodo.

Ebbe molte opportunità di farlo. Il medaglione d’argento divenne freddo due volte prima che trovassero la strada, quindi diverse altre volte durante il giorno, la sera e tutti i giorni seguenti. A volte veniva e andava in un attimo e a volte era sicuro che durasse almeno un’ora. Non era mai in grado di capire chi fosse la responsabile. Quasi mai. Una volta, quando il caldo gli aveva fatto venire un’infiammazione sulla schiena e il fazzoletto attorno al collo sembrava stesse per tagliargli via la testa, vide che Nynaeve lo guardava mentre il medaglione diventava freddo. Lo guardava talmente male che un contadino di passaggio, che stava spronando il bue con un bastone per farlo andare più veloce, si guardò alle spalle come se temesse che quello sguardo potesse volgersi su di lui in qualunque momento e forse uccidere il bue. Solo quando Mat ricambiò l’occhiataccia Nynaeve sussultò cadendo quasi di sella, e il freddo svanì. Per il resto non fu in grado di capire. A volte vedeva due o tre di loro che lo osservavano, inclusa Aviendha, che ancora camminava guidando il cavallo. Altre volte, quando lui le osservava, vedeva che stavano parlando fra loro, oppure guardavano un’aquila che planava nel cielo terso o un grande orso bruno, alto una volta e mezzo un uomo, in piedi fra gli alberi sul fianco ripido di una collina visibile dalla strada. La sola cosa buona era che Elayne non sembrava affatto contenta. Non sapeva perché e non gli importava. Ispezionare i suoi uomini. Lanciargli delle frecciate mentre gli faceva i complimenti. Se fosse stato il tipo d’uomo che faceva certe cose, l’avrebbe presa a calci.

Per la verità cominciò a percepire qualcosa di più che una piccola soddisfazione. Qualsiasi cosa stessero facendo, non aveva nessun effetto che una punta di unguento di Nerim non potesse curare. Nerim supponeva si trattasse di geloni. Adesso Mat si stava dirigendo dalla stalla di Pips a L’anello meridionale, un edificio trasandato a due piani fatto di mattoni intonacati, in un villaggio trascurato pieno di mosche chiamato So Tehar, quando qualcosa di morbido lo colpì in mezzo alle spalle. Si voltò di scatto con l’odore di sterco di cavallo nel naso, pronto a trapassare lo stalliere o uno di quegli abitanti di So Tehar così scontrosi. Non c’erano né stalliere né tipacci. Solo Adeleas, impegnata a scrivere nel suo libretto mentre annuiva da sola. Aveva le mani pulite.

Mat entrò nell’edificio e ordinò del vino speziato alla locandiera, quindi cambiò idea e si fece portare dell’acquavite, un liquido opaco che la donna insisteva fosse ricavato dalle prugne, ma che aveva il sapore di un solvente. Juilin si limitò ad annusarlo, Thom neppure quello. Nalesean ne bevve un solo sorso prima di ordinare del vino speziato, e quell’uomo beveva di tutto. Mat perse il conto di quanti bicchierini vuotò, ma quale che fosse il numero, servirono sia Nerim che Lopin per infilarlo a letto. Non si era mai chiesto se il medaglione avesse dei limiti. Aveva abbastanza prove che avrebbe bloccato saidar, ma se la sola cosa che dovevano fare era raccogliere qualcosa con il Potere e lanciargliela... Meglio di niente, si ripeteva, disteso sul materasso pieno di bozzi mentre studiava le ombre sul soffitto. Molto meglio di niente. Ma se fosse stato in grado di alzarsi sarebbe ritornato alla locanda per bere dell’altra acquavite.

Era il motivo per cui era di pessimo umore, con la lingua che sembrava foderata di piume, un martellio costante nella testa e sudore copioso, quando durante il quinto giorno la strada culminò in una salita, per poi aprirsi su Ebou Dar che si stendeva disordinatamente ai loro piedi, e sull’ampio fiume Eldar, con una grande baia piena di imbarcazioni. La prima impressione che ebbe della città fu il bianco. Edifici bianchi, palazzi bianchi, torri e guglie bianche. Le cupole sembravano rape o pere bianche, spesso decorate da fasce cremisi, blu o oro, ma la gran parte della città era bianca e rifletteva la luce fin quasi a far male agli occhi.

Il cancello al quale conduceva la strada era un arco ampio e alto tutto intonacato di bianco, talmente profondo che Mat cavalcò all’ombra per venti passi prima di riemergere al sole. La città sembrava fatta di edifici quadrati, canali e ponti, grandi piazze piene di gente con al centro fontane o statue, canali larghi e stretti affollati da uomini che dirigevano le chiatte con i pali, ponti di tutte le dimensioni, alcuni bassi, altri che si inarcavano, altri ancora abbastanza grandi da ospitare dei negozi. I palazzi con dei portici a colonne sorgevano vicino ai negozi di tappeti e abiti, le case di quattro piani con le grandi finestre arcuate nascoste dietro persiane erano costruite vicino alle stalle, le coltellerie o le pescherie.

Fu in una di quelle piazze che Vandene tirò le redini per conferire con Adeleas, mentre Nynaeve le guardava torva ed Elayne le fissava come se avesse dei ghiaccioli che le pendevano dal naso e dal mento. Su richiesta di Elayne, Aviendha era montata in sella al suo cavallo marrone per entrare in città, ma adesso era smontata di nuovo, con la stessa goffaggine con cui era salita in groppa. Si guardava intorno quasi con la stessa curiosità di Olver, rimasto a occhi sgranati fin da quando avevano avvistato la città. Birgitte sembrava volesse tallonare Elayne, imitando quanto Jaem faceva con Vandene.

Mat colse l’occasione per sventolarsi con il cappello e guardarsi intorno.

Il palazzo più grande che aveva visto riempiva tutto un lato della piazza, era pieno di cupole, guglie, colonnati, ed era alto quattro piani. Sugli altri tre lati dello slargo si alternavano case eleganti, locande e negozi, tutti bianchi. La statua di una donna con gli abiti fluttuanti, più alta di un Ogier, era deposta su un piedistallo ancora più alto nel mezzo della piazza e aveva un braccio alzato che puntava verso sud, in direzione del mare. Solo una manciata di persone attraversava il lastricato bianco della piazza, ma non c’era da meravigliarsene, con quel caldo. Alcuni stavano pranzando su uno dei gradini più bassi del piedistallo, con i piccioni e i gabbiani che sciamavano lottando per le briciole. L’intera città era l’immagine della tranquillità. Mat non capiva perché avesse improvvisamente sentito i dadi rotolargli nella testa.

Conosceva bene quella sensazione. A volte la provava quando la sua fortuna era molto forte nel gioco d’azzardo. Era sempre presente quando c’era una battaglia in vista e sembrava manifestarsi anche quando doveva prendere una decisione vitale, il tipo di scelta che, se sbagliata, avrebbe potuto farlo finire con la gola squarciata.

«Adesso entreremo da uno dei cancelli secondari» annunciò Vandene mentre Adeleas annuiva. «Merilille farà in modo che ci vengano assegnate delle stanze per rinfrescarci.»

Doveva significare che quello era il palazzo di Tarasin, dove regnava e governava sul trono dei Venti la regina Tylin Quintara della casata Mitsobar, forse per almeno centosessanta chilometri attorno a Ebou Dar. Una delle poche cose che era riuscito ad apprendere durante quel viaggio era che le Aes Sedai dovevano incontrare una del loro gruppo a palazzo e, ovviamente, Tylin. Avrebbero incontrato la regina. Mat guardò la grande massa di marmo splendente e roccia intonacata di bianco, chiedendosi che effetto avrebbe fatto rimanere là dentro. Di solito gli piacevano i palazzi; gli piacevano i posti con servitori e oro e i letti di piume non facevano certo male, ma un palazzo reale avrebbe significato nobili ogni volta che si girava. Mat doveva prendere i nobili a piccole dosi, a volte anche Nalesean poteva risultargli irritante. Un palazzo di quelle dimensioni avrebbe significato dover sempre gironzolare nel luogo in cui si trovavano Elayne e Nynaeve o cercare di organizzare dei turni di guardia per tenerle d’occhio. Non era certo se fosse meglio che lo lasciassero o meno andare con loro come guardia del corpo. Poteva quasi sentire la voce fredda di Elayne, ‘Per favore, trovate una sistemazione per mastro Cauthon e i miei uomini. Accertatevi che vengano nutriti e dissetati’. Lo avrebbe fatto. Avrebbe fatto le sue comparse per le ispezioni, per dirgli poi di fare qualsiasi cosa avesse già in mente di fare, ma se c’era un posto dove lei e Nynaeve sarebbero rimaste fuori dai guai, quello era il palazzo reale. In fondo quello che voleva lui era un luogo dove rilassarsi e bere del vino freddo speziato con una ragazza sulle ginocchia che gli carezzasse le tempie. Dei panni umidi sulla fronte sarebbero stati ottimi. Aveva mal di testa. La lezione formale che gli aveva offerto Elayne quella mattina, sui mali del bere, aggiungendo anche degli esempi, gli risuonava ancora nelle orecchie. Era un altro motivo per cui doveva puntare i piedi. Era stato troppo debole per rispondere, appena sceso dal letto, mentre si chiedeva se sarebbe riuscito a montare in sella a Pips, e la donna aveva già parlato troppo. Se non vi poneva un freno adesso, prima o poi le avrebbe rivolto un inchino!