Mahiro Shukosa sedeva a un tavolo da solo: stava lavorando a uno dei rompicapo della taverna e le due spade che di solito portava dietro la schiena erano appoggiate contro il muro, a portata di mano. Con le tempie grigie e il naso nobile, Mahiro era in un certo qual modo attraente, anche se solo una donna innamorata lo avrebbe definito bello. Un tempo signore a Kandor, aveva visto le corti di quasi ogni terra viaggiando con una piccola biblioteca, e vinceva o perdeva le scommesse con lo stesso sorriso. Poteva declamare poesie e suonare l’arpa, o danzare magnificamente. In breve, oltre a essere il Custode di Rafela, era esattamente il tipo d’uomo che le piaceva prima che incontrasse Rand. Ancora li trovava interessanti, quando li guardava nella prospettiva che si stava occupando di Rand. Che fosse fortuna o meno, Mahiro la vedeva in un modo che Min sospettava potesse essere insolito a Kandor, come una specie di sorella minore che occasionalmente aveva bisogno di parlare con qualcuno o di ricevere consigli affinché non si spezzasse il collo mentre seminava avena selvatica. Le aveva detto che aveva delle belle gambe e che lui non le avrebbe mai toccate, ma avrebbe spezzato il collo di ogni uomo che avesse pensato di farlo senza il permesso di Min.
Dopo aver assemblato con destrezza i pezzi di ferro del rompicapo, lo sistemò nel gruppo di quelli che aveva già risolto e ne prese un altro dalla pila davanti a sé. «Allora, cavoletto,» le disse con un sorriso «sei tornata con il collo sano, senza essere stata sequestrata o sposata.» Un giorno gli avrebbe chiesto cosa volesse dire: glielo ripeteva sempre.
«È successo qualcosa da quando sono uscita, Mahiro?»
«Intendi dire a parte le Sorelle che sono ritornate da palazzo come un uragano delle montagne?» Come sempre, il rompicapo si separò fra le sue mani come se qualcuno vi avesse incanalato.
«Cosa le ha fatte arrabbiare?»
«Al’Thor, immagino.» Il rompicapo si ricompose con la stessa facilità e venne messo da parte; ne prese immediatamente uno dei nuovi. «L’ho risolto un anno fa» le confessò.
«Ma cosa è successo, Mahiro?»
L’uomo la fissò; gli occhi di un leopardo sarebbero somigliati a quelli di Mahiro, se fossero stati neri. «Min, un cucciolo che mette il naso nel pollaio sbagliato potrebbe perdere le orecchie a furia di morsi.»
Min sussultò. Tutto fin troppo vero. Quali sciocchezze faceva una donna solo perché era innamorata! «Esattamente ciò che vorrei evitare, Mahiro. Il solo motivo per cui sono qui è portare messaggi avanti e indietro fra Merana e il palazzo, ma vado là dentro senza avere idea di dove mi sto avviando. Non so perché le Sorelle abbiano smesso di incontrarlo ogni giorno, perché abbiano ripreso, o perché oggi siano andate in sette invece che solo in tre. E per il fatto di non sapere, potrei ritrovarmi con ben altro che qualche morso sulle orecchie. Merana non mi dirà nulla. Non mi dice mai nulla, tranne ‘vai lì e fai questo’. Puoi darmi almeno un suggerimento, Mahiro? Per favore?»
L’uomo cominciò a studiare il suo rompicapo, ma Min sapeva che stava pensando, perché i pezzi scivolavano fra le sue mani ma nessuno si liberava.
Un movimento nel retro della sala comune attirò l’attenzione di Min, che voltò quasi la testa prima di immobilizzarsi. Due Aes Sedai stavano ritornando dai bagni, a giudicare dall’aspetto fresco. L’ultima volta che aveva visto quella coppia era stato mesi addietro, prima che lasciassero Salidar perché Sheriam aveva avuto l’intuizione che Rand fosse da qualche parte nel deserto Aiel. Le donne, Bera Harkin e Kiruna Nachiman, avrebbero dovuto essere ancora nel deserto Aiel, non a Caemlyn.
A parte il volto senza i segni dell’età, Bera somigliava a una contadina, con i capelli castani tagliati corti attorno al viso quadrato, ma al momento esprimeva una torva determinazione. Kiruna, elegante e statuaria, sembrava ogni giorno esattamente ciò che era, la sorella del re di Arafel, una dama potente. Gli occhi larghi e scuri brillavano come se stesse per ordinare un’esecuzione, godendosela. Immagini e aure lampeggiarono su di loro come succedeva sempre intorno alle Aes Sedai e i Custodi. Una di esse colse l’attenzione di Min quando si accese su tutte e due le donne nello stesso momento, giallo, marrone e viola scuro. I colori non significavano nulla, ma quell’aura fece bloccare il respiro di Min.
Il tavolo non era lontano dalle scale, ma le due donne non la guardarono mentre si voltavano per salirle. Nessuna delle due le aveva rivolto più che un paio d’occhiate a Salidar, e adesso erano prese dalle proprie conversazioni.
«Alanna avrebbe dovuto mettergli giudizio da parecchio.» La voce di Kiruna era bassa ma vicina alla rabbia. «Io lo avrei fatto. Quando Alanna arriverà glielo dirò, e che il Tenebroso vada in malora.»
«Dovrebbe essere messo al guinzaglio» concordò atona Bera «prima che arrechi altro danno ad Andor.» Lei era Andorana. «Prima sarà, meglio sarà.»
Mentre le due salivano le scale, Min si accorse che Mahiro la guardava. «Come hanno fatto ad arrivare qui?» gli chiese, sorpresa che la sua voce suonasse perfettamente ordinaria. Kiruna e Bera portavano il numero di Aes Sedai a tredici. Tredici Aes Sedai. E c’era quell’aura.
«Hanno seguito le voci su al’Thor. Si trovavano a metà strada da Cairhien quando hanno saputo che era qui. Io mi terrei alla larga da loro, Min. I loro Gaidin mi hanno detto che nessuna delle due ha un buon carattere.» Kiruna aveva quattro Custodi e Bera tre.
Min riuscì a sorridere. Avrebbe voluto schizzare fuori dalla locanda, ma avrebbe fatto insospettire tutti, anche Mahiro. «Mi sembra un ottimo consiglio. Cosa mi dici di quel suggerimento?»
L’uomo esitò ancora un istante, quindi posò il rompicapo sul tavolo. «Non ti dirò cos’è e cosa non è, ma una parola detta all’orecchio giusto... Forse dovresti aspettarti di vedere al’Thor contrariato. Forse dovresti anche considerare di chiedere se qualcun altro possa consegnare messaggi, magari uno di noi.» Si riferiva ai Custodi. «Forse le Sorelle hanno deciso di impartire ad al’Thor una piccola lezione di umiltà e questo, cavoletto, forse è una parola in più di quanto avrei dovuto dire. Ci penserai?»
Min non sapeva se la piccola lezione avesse a che fare con quanto era appena accaduto a palazzo o con qualcosa ancora da venire, ma tutti i pezzi combaciavano. E quell’aura. «Anche questo sembra un buon consiglio, Mahiro. Se Merana mi venisse a cercare per consegnare un messaggio nei prossimi giorni, le dirai che sto visitando la Città Interna?»
«Una visita lunga» rise l’uomo, prendendola in giro con delicatezza. «Sequestrerai un marito, se non fai attenzione.»
Lo stalliere dalle grandi orecchie la fissò quando Min insisté che tirasse Rosa selvatica fuori dalla stalla e la sellasse di nuovo. Uscì al passo, ma non appena svoltò l’angolo fuori dalla visuale de La corona di Rose, Min affondò i talloni e fece schizzare via la gente di passaggio mentre galoppava verso il palazzo, alla massima velocità che la giumenta potesse sopportare.
«Tredici» ripeté atono Rand: solo dirlo era abbastanza per spingere Lews Therin a cercare di assumere il controllo su saidin. Era una lotta muta con una bestia ringhiante. Quando Min aveva detto per la prima volta che c’erano tredici Aes Sedai a Caemlyn, Rand era riuscito a stento ad afferrare il Potere prima di Lews Therin. Aveva il volto madido di sudore e anche della macchie scure sulla giubba. Poteva concentrarsi su una sola cosa per volta. Mantenere saidin lontano da Lews Therin. Un muscolo della guancia guizzò per lo sforzo. La mano destra tremava.
Min smise di passeggiare sul tappeto del soggiorno di Rand e prese a saltellare sulle punte dei piedi. «Non si tratta solo di questo, Rand» aggiunse in preda al panico. «L’aura. Sangue, morte, l’Unico Potere, quelle due donne e tu, tutto nello stesso posto, allo stesso istante.» Le brillavano di nuovo gli occhi, ma stavolta le lacrime scendevano silenziose sulle guance. «A Kiruna e Bera non piaci affatto! Ricordi ciò che ho visto attorno a te? Donne che possono incanalare e che ti faranno del male. Sono le aure, il numero tredici, tutto. Rand, è troppo.»