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Voleva Min per verificare le visioni sui nobili che avevano iniziato le loro visite uno alla volta, chiedendo della sua salute — le ginocchia deboli dovevano aver dato adito a delle voci — sorridendo, chiedendo per quanto si sarebbe trattenuto a Cairhien, quali fossero i suoi piani e sorridendo ancora, sempre sorridendo. Il solo che non lo fece in maniera troppo palese fu Dobraine, sempre con la parte anteriore del cranio rasata come un soldato e le strisce sulla giubba consumate dal pettorale di metallo che non portava a palazzo: nel rivolgergli le stesse domande degli altri fu talmente tetro che Rand fu quasi contento di vederlo andare via.

Min riusciva a essere presente durante questi incontri, inseriti fra le sue tante attività con le Sapienti; Rand non aveva intenzione di chiedere. Il problema era tenerla nascosta.

«Potrei fare finta di essere la tua sgualdrina» rise Min. «Potrei avvinghiarmi a te e imboccarti con acini di uva — be’, uvetta; la frutta fresca non si vede da parecchio — e tu potresti chiamarmi le tue piccole labbra di miele. In questo caso nessuno si chiederebbe perché sto con te.»

«No» scattò Rand, e il volto di Min divenne solenne.

«Pensi davvero che i Reietti verrebbero a cercarmi solo per quello?»

«Potrebbero» rispose Rand altrettanto serio. Un Amico delle Tenebre come Padan Fain lo avrebbe fatto, se era ancora vivo. «Non correrò il rischio, Min. In ogni caso non voglio che questi sporcaccioni Cairhienesi pensino a te in quel modo, e nemmeno i Tarenesi.» Gli Aiel erano diversi; pensavano che il suo gioco fosse divertente, molto divertente.

Min cambiava umore facilmente. Passava dalla solennità alla gioia senza gradazioni intermedie, con i sorrisi che non svanivano quasi mai. Fino a quando iniziò l’udienza.

Un pannello dorato lavorato in modo tale da sembrare un merletto sistemato in un angolo della stanza risultò un fallimento. Gli occhi scuri di Maringil evitarono di guardare in quella direzione con tale caparbietà che Rand era sicuro avrebbe messo sottosopra tutto il palazzo del Sole per scoprire chi o cosa nascondesse. Il soggiorno si rivelò una soluzione migliore, con Min che spiava dalle porte socchiuse dell’anticamera, ma non torti avevano immagini o aure che lei potesse vedere durante le udienze con Rand, e ciò che vedeva da lì o andando semplicemente in giro per i corridoi era tragico. Maringil, l’uomo dai capelli bianchi sottile come una lama e freddo come il ghiaccio, sarebbe morto a seguito di una pugnalata. Colavaere, il volto più che bello calmo e raccolto adesso che sapeva che Aviendha non era con Rand, sarebbe stata impiccata. Meilan, con la barba a punta e la voce untuosa, sarebbe stato avvelenato. Il futuro riservava un pedaggio pesante per i sommi signori di Tear. Anche Aracome, Maraconn e Gueyam avrebbero incontrato una morte violenta, Min supponeva in battaglia. Non aveva mai visto tanto spesso la morte in un solo gruppo di persone.

Quando vide che il sangue copriva il volto piatto di Gueyam, il quinto giorno a Cairhien, si sentì talmente male al pensiero che Rand la fece sdraiare e chiese a Sulin di portare dei panni umidi per tamponarle la fronte. Stavolta toccò a lui sedere sul materasso e tenerle la mano. Min la strinse forte.

Non rinunciò comunque a prenderlo in giro. Per esempio, le due volte in cui era assolutamente sicuro che sarebbe stata presente mentre si esercitava nella scherma, provando le posizioni con quattro o cinque dei migliori spadaccini che fosse riuscito a trovare fra i soldati tarenesi e cairhienesi e Rhuarc o Gaul lo attaccavano cercando di prenderlo a calci in testa. Inevitabilmente Min gli passava un dito sul torso nudo e faceva qualche battuta sui contadini e pastori che non sudavano perché erano abituati a indossare la lana spessa come il manto delle loro pecore, o cose simili. A volte toccava la cicatrice parzialmente curata, quella che non sarebbe mai guarita, quel circolo di pelle rosa chiaro, ma lo faceva in maniera differente, con delicatezza. Su quella non faceva mai battute. Min gli pizzicava il fondoschiena — stupendo gli altri, quando si trovavano nei paraggi; Fanciulle e Sapienti si sbellicavano dalle risate ogni volta che Rand saltava; Sulin invece sembrava potesse scoppiare per le risate trattenute — gli si sedeva in grembo e lo baciava a ogni occasione; aveva anche minacciato di andare a lavargli la schiena, prima o poi. Quando Rand faceva finta di piangere e balbettare, lei rideva e diceva che non era ancora abbastanza.

Min si fermava se una Fanciulla infilava la testa nella stanza per annunciare qualcuno, specialmente Loial, che non si tratteneva mai a lungo e parlava sempre della libreria reale, o Perrin, che si tratteneva ancor meno e per qualche motivo sembrava sempre più stanco. Min scattava in particolar modo se Faile era con uno dei due. Le due volte che era successo, si era affrettata a trovare un libro fra quelli che Rand aveva in camera da letto e si era seduta facendo finta di consultarlo, aprendolo da qualche parte al centro come se stesse leggendo da diverso tempo. Rand non capiva le occhiate fredde che si scambiavano le due donne. Non era proprio ostilità o inimicizia, ma sospettava che se ognuna delle due avesse compilato una lista delle persone con le quali non voleva trascorrere del tempo, il nome dell’altra sarebbe stato in cima.

La parte divertente fu, la seconda volta, che il libro era una versione rilegata in pelle del primo volume di Daria Gahand, Saggio sulla ragione, che Rand aveva trovato pesante e voleva rimandare in biblioteca non appena avesse visto Loial. Min continuò a leggere per un breve periodo dopo che Faile se ne fu andata e, anche se continuava a commentare e lamentarsi, quella notte si portò il libro in camera sua.

Se fra Min e Faile regnava un freddo disinteresse, fra lei e Berelain non vi era alcuna ostilità. Quando Somara annunciò Berelain il secondo pomeriggio, Rand indossò la giubba, si diresse nell’anticamera e prese una delle sedie dorate dallo schienale alto prima di dire a Somara di farla entrare. Min fu lenta nel raggiungere la stanza. Berelain si infilò in camera, bella come sempre, con addosso un abito azzurro chiaro con la scollatura profonda com’era sua consuetudine — e gli occhi caddero su Min, con la giubba e le brache rosa chiaro. Per diversi minuti sembrò che Rand non esistesse. Berelain squadrò apertamente Min dall’alto in basso. Min dimenticò il soggiorno; si portò le mani sui fianchi e rimase in piedi con un ginocchio piegato, ricambiando altrettanto apertamente l’esame. Si scambiarono poi un sorriso e in quel momento Rand ebbe l’impressione che gli si rizzassero i capelli. Aveva davanti agli occhi l’immagine di due gatti che si erano appena accorti di essere stati chiusi nella stessa stanzetta. Decidendo che ormai non c’era motivo di nascondersi, Min camminò — ondeggiò descriveva meglio il suo modo di muoversi; riuscì a far sembrare mascolina la camminata di Berelain! — e si accomodò con le gambe accavallate. Sempre sorridendo. Luce, come sorridevano quelle donne.

Alla fine Berelain si rivolse a Rand, allargando la gonna nel fare la riverenza. Rand sentiva Lews Therin canticchiare: si stava godendo la vista di una donna bellissima, più che generosa nel mostrare le proprie grazie. Lui stesso apprezzava quanto vedeva, pur chiedendosi se non avesse dovuto distogliere lo sguardo fino a quando non si fosse tirata su, ma si era seduto sul palco per un motivo preciso. Rand cercò di rendere la voce ragionevole e ferma.

«Rhuarc si è lasciato sfuggire che stai trascurando i tuoi doveri, Berelain. Sembra che ti sia nascosta nelle tue stanze diversi giorni dopo che me ne sono andato. So che ha dovuto parlarti severamente per farti uscire.» Non erano state le parole esatte di Rhuarc, ma era stata l’impressione che ne aveva ricavato. Berelain arrossì, suggerendo a Rand che aveva indovinato. «Sai perché ti ho messa in carica al posto suo. Tu dovresti seguire i suoi consigli, non lasciare tutto nelle sue mani. Non ho bisogno che Cairhien decida di ribellarsi perché tutti credono di avere un Aiel che li governa.»