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Onde di Potere
Molti degli uomini seduti attorno al tavolo de La donna errante erano del posto. Indossavano lunghe vesti di seta colorata, spesso ornate di broccato, su delle camicie chiare con le maniche ampie. Alle dita avevano anelli con granati o perle, gli orecchini erano d’oro massiccio, non solo dorati, e sui pomelli delle else dei pugnali spiccavano pietre di luna e zaffiri. Alcuni invece avevano delle giubbe di seta sulle spalle, con una catena d’oro o d’argento che andava da un colletto all’altro, ricamate con motivi floreali o animali. I mantelli sembravano davvero strani — troppo piccoli da indossare, servivano solo come cappe — e quegli uomini portavano delle lunghe spade sottili e dei pugnali ricurvi e sembravano pronti a usare entrambe le armi a una sola parola fuori posto, un’occhiata sbagliata o magari solo perché ne avevano voglia.
Era un gruppo variegato, nel complesso. Due mercanti del Murandy con i baffi ricurvi e quelle ridicole barbette sulla punta del mento e un Domanese con i capelli che gli arrivavano sotto le spalle, baffi sottili e un bracciale d’oro, un girocollo dello stesso materiale e delle grandi perle alle orecchie. Un Atha’an Miere dalla carnagione scura che aveva addosso una giubba verde brillante, le mani tatuate e due pugnali infilati dietro una fusciacca rossa. Un uomo di Tarabon con un velo trasparente sopra dei baffi folti che gli scendevano quasi davanti alla bocca e diversi altri forestieri che avrebbero potuto essere originari di qualunque luogo. Ogni uomo aveva una catasta di monete davanti a sé, anche se la consistenza variava. Essendo così vicino al palazzo di Tarasin, La donna errante attirava clienti che potevano sprecare denaro.
Dopo aver agitato i cinque dadi nella custodia di cuoio, Mat li lanciò sul tavolo. Si fermarono mostrando due corone, due stelle e una coppa. Un lancio decente, niente di più. La sua fortuna arrivava a ondate e in quel momento sembrava esserci bassa marea, il che significava che solo la metà dei lanci era vincente. Sino ad allora ne aveva persi dieci di fila, una sequenza sfortunata in qualunque circostanza. I dadi passarono a un forestiero con gli occhi azzurri, un uomo dal volto duro che sembrava avere molto denaro da scommettere, malgrado la semplice giubba marrone. Vanin si inchinò per sussurrargli in un orecchio: «Sono uscite di nuovo. Thom dice di non sapere dove si stanno recando.» Mat rivolse un’occhiataccia all’uomo grasso che lo fece raddrizzare più rapidamente di quanto ci si aspettasse da un individuo di quella corporatura.
Bevendo metà del vino al melone dalla coppa d’argento, Mat guardò cupo il tavolo. Di nuovo! L’uomo lanciò i dadi, che si fermarono mostrando tre corone, una rosa e un bastone. Gli osservatori mormorarono per quella vincita.
«Sangue e ceneri!» mormorò Mat. «Alla prossima mossa la Figlia delle Nove Lune entrerà e reclamerà la mia mano.» Al tipo con gli occhi azzurri andò di traverso il vino che stava bevendo per celebrare il lancio. «Conosci quel nome?» chiese Mat.
«Mi stavo quasi strozzando col vino» rispose l’uomo con un accento lento e strascicato che Mat non riconobbe. «Che nome era?»
Lui fece un cenno rappacificatore. Aveva visto delle liti iniziare per molto meno. Raccogliendo l’oro e l’argento nella borsa, la infilò in tasca e si alzò. «Ho finito. Che la Luce benedica tutti i presenti.» Tutti quelli intorno al tavolo ripeterono la benedizione, anche i forestieri. La gente a Ebou Dar era molto educata.
Anche se non era nemmeno mezzogiorno la sala comune era abbastanza piena, e anche a un altro tavolo si stava svolgendo una partita a dadi. Due dei figli più giovani di comare Anan stavano aiutando a servire i pasti. La locandiera in persona sedeva in fondo alla sala vicino alla scala di pietra bianca priva di ringhiera e manteneva un occhio su tutto il locale insieme a una ragazza molto graziosa i cui occhi scuri erano gioiosi, come se avesse sentito qualcosa di divertente che nessun altro sapeva. Il volto era un ovale perfetto, incorniciato da capelli neri e lucidi, e la scollatura profonda del vestito grigio con la cintura rossa mostrava una veduta allettante. Il divertimento nei suoi occhi aumentò quando sorrise a Mat.
«Con la tua fortuna, lord Cauthon,» disse comare Anan «mio marito dovrebbe chiederti dove inviare il suo peschereccio.» Per qualche motivo, il tono della donna era molto distaccato.
Mat accettò il titolo senza battere ciglio. A Ebou Dar pochi avrebbero sfidato un lord se non i lord; per lui era un semplice calcolo matematico. C’erano molti meno lord che gente comune, e questo significava meno possibilità che qualcuno tentasse di ficcargli un pugnale fra le costole. Anche così, aveva dovuto spaccare tre teste in meno di dieci giorni. «Temo che la mia fortuna non intervenga su eventi simili, signora.»
Olver sembrò materializzarsi al suo fianco. «Andiamo alle corse dei cavalli, Mat?» chiese impaziente.
Frielle, una delle figlie di comare Anan, si fece avanti per prendere il ragazzino per le spalle. «Chiedo scusa, lord Cauthon» disse ansiosa. «Mi è scappato. Luce, lo ha fatto veramente.» Si sarebbe sposata presto — aveva già attorno alla gola lo stretto girocollo d’argento del coltello nuziale — e si era offerta volontaria per tenere d’occhio Olver, ridendo dopo avergli detto che voleva sei figli. Mat sospettava che adesso stesse cominciando a desiderare delle figlie.
Fu Nalesean che scendeva dalle scale a ricevere l’occhiataccia di Mat, abbastanza dura da far fermare il Tarenese. Era stato lui a iscrivere Vento alle corse dei cavalli con Olver come fantino — qui era un ruolo riservato ai ragazzi — e Mat non ne aveva saputo nulla fino a cose fatte. Che Vento si fosse dimostrato abbastanza veloce da giustificare il nome non era servito a nulla. Due vittorie avevano fatto venire voglia a Olver di correre ancora. «Non è colpa tua, signora» ripose Mat a Frielle. «Infilalo in un barile se devi, con la mia benedizione.»
Olver gli lanciò uno sguardo d’accusa, ma un istante dopo si voltò per rivolgere a Frielle un sorriso insolente che aveva imparato da chissà chi. Sembrava un contrasto strano, con quelle orecchie a sventola e la bocca larga; non sarebbe mai stato un ragazzo attraente. «Me ne starò tranquillo se potrò guardarti negli occhi. Sono bellissimi.»
Frielle aveva preso molto dalla madre, non solo lo sguardo. Rise dolcemente e lo prese da sotto il mento, facendolo arrossire. La madre e la giovane sorrisero.
Mat cominciò a salire le scale scuotendo il capo. Avrebbe dovuto parlare con quel ragazzo. Non poteva sorridere in quel modo a tutte le donne che vedeva. E dire loro che avevano occhi bellissimi! Alla sua età! Mat non sapeva dove l’avesse imparato.
Quando giunse vicino a Nalesean, l’uomo disse: «Sono uscite di nuovo di nascosto.» Non era una domanda, e quando Mat annuì lui si tirò la barba appuntita e imprecò. «Faccio riunire gli uomini, Mat.»
Nerim stava facendo qualcosa nella stanza di Mat, pulendo il tavolo con un panno come se le cameriere non avessero già spolverato. Condivideva con Olver una piccola stanza proprio a fianco e non lasciava quasi mai La donna errante. A suo parere, Ebou Dar era dissoluta e incivile.
«Il mio signore ha deciso di uscire?» chiese lugubre Nerim, e Mat raccolse il cappello. «Con quella giubba? Temo che sulla spalla ci sia una macchia di vino di ieri sera. L’avrei rimossa prima, se il mio lord non avesse indossato lo stesso indumento stamattina; c’è anche uno strappo nella manica — di pugnale, credo — che avrei rammendato.»
Mat lasciò che gli portasse una giubba grigia con dei ricami color argento sui polsini e sul colletto e gli consegnò quella verde ricamata in oro.