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«Immagino che il mio signore cercherà di non spargere sangue oggi. Le macchie di sangue sono molto difficili da rimuovere.»

Era un compromesso che avevano concordato. Mat avrebbe tollerato la faccia lugubre di Nerim e le sue osservazioni tristi, lasciandosi servire, facendosi pulire gli indumenti e portare oggetti che avrebbe potuto facilmente prendere da solo; in cambio Nerim aveva acconsentito, con riluttanza, a non vestirlo.

Dopo aver controllato i pugnali infilati su per le maniche, sotto la giubba e nei risvolti degli stivali, Mat lasciò la lancia in un angolo insieme a un arco senza corda e scese nell’atrio della locanda. La lancia sembrava richiamare idioti che volevano combattere come il miele attirava le mosche.

Il sudore imperlò la fronte di Mat non appena fu fuori, abbandonando l’ombra e la relativa freschezza della locanda. Il sole del mattino sembrava piuttosto quello del pomeriggio inoltrato in una giornata ordinaria di piena estate, ma la piazza di Mol Hara pullulava di gente. All’inizio Mat rimase a osservare il palazzo di Tarasin. Con Thom e Juilin che controllavano dall’interno e Vanin dall’esterno, com’erano riuscite ad andare via senza essere viste? Uscivano quasi ogni giorno. Dopo che era successo per tre volte, Mat aveva disposto degli uomini intorno a tutto quell’edificio di pietra bianca e intonaco sormontato da una cupola, che prendevano posizione prima dell’alba. Erano in numero sufficiente, con lui e Nalesean. Nessuno aveva visto traccia di essere umano, ma prima di mezzogiorno Thom era corso da lui per avvisare che in qualche modo le donne erano riuscite a uscire. Il vecchio menestrello sembrava aver raggiunto il limite: era quasi pronto a strapparsi i baffi. Mat sapeva cosa stava succedendo. Lo facevano solo per dispetto.

Nalesean e gli altri aspettavano torvi e sudati, e il Tarenese tamburellava sull’elsa della spada come se gli sarebbe piaciuto avere l’opportunità di usarla.

«Oggi ispezioneremo l’altra sponda del fiume» disse Mat. Alcune delle Braccia Rosse si scambiarono delle occhiate piene di disagio; avevano sentito le storie.

Vanin cambiò posizione scuotendo il capo. «Uno spreco di tempo» disse atono. «Lady Elayne non andrebbe mai in un posto come quello. La Aiel forse, o Birgitte, ma non lady Elayne.»

Mat chiuse gli occhi per un istante. Come aveva fatto Elayne a rovinare un uomo valoroso in così poco tempo? Lui aveva continuato a sperare che tenendolo lontano da lei abbastanza a lungo avrebbe fatto riprendere Vanin, ma adesso cominciava a perdere la speranza. Luce, come disprezzava le nobili. «Be’, se non le vediamo oggi possiamo dimenticarci il Rahad — spiccherebbero come allodole colorate in mezzo a uno stormo di corvi — ma intendo trovarle, anche se si stessero nascondendo sotto un letto nel Pozzo del Destino. Muovetevi in coppie, come sempre, e guardatevi le spalle a vicenda. Adesso andiamo a cercare qualcuno che possa traghettarci dall’altro lato del fiume. Che io sia folgorato, spero che non siano tutti fuori a vendere frutta al Popolo del Mare.»

Agli occhi di Elayne le strade apparivano come nel tel’aran’rhiod, edifici di mattoni di quattro o cinque piani, coperti a chiazze con l’intonaco sgretolato, attaccati uno all’altro e affacciati su vie anche più malconce. Solo a quell’ora del giorno, con il sole dorato alto, le ombre svanivano totalmente dai vicoletti. Le mosche erano ovunque. La sola differenza con il Mondo dei Sogni era il bucato steso ad asciugare alle finestre, la gente — ovviamente non molti si trovavano all’aperto in quel momento — e l’odore, un miasma forte e pungente di decomposizione che le faceva venire voglia di non respirare troppo profondamente.

Purtroppo ogni strada nel Rahad aveva quell’aspetto.

Dopo aver bloccato Birgitte appoggiandole una mano sul braccio, osservò una scabra costruzione di mattoni con miseri panni che pendevano da quasi tutte le finestre. Da qualche parte all’interno giungeva il vagito di un bambino. Aveva il giusto numero di piani, sei. Era sicura che fossero sei. Nynaeve insisteva su cinque.

«Non credo che dovremmo starcene qui impalate a fissare» mormorò Birgitte. «La gente guarda.»

Non era vero: era solo che la donna si preoccupava per lei. Gli uomini senza camicia indossavano spesso delle vesti stracciate e camminavano impettiti lungo la strada con la luce del sole che risplendeva sugli orecchini d’ottone e gli anelli con i vetri colorati al posto delle pietre, o furtivi come cani randagi che avrebbero potuto ringhiare o mordere. Le donne si comportavano allo stesso modo, e indossavano abiti lisi e gioielli d’ottone e vetro. Tutti avevano il pugnale ricurvo dietro la cintura e spesso anche un semplice coltello da lavoro.

Nessuno rivolgeva a lei e Birgitte una seconda occhiata, anche se il volto anziano di quest’ultima aveva spesso un’espressione di sfida e lei era più alta della media di Ebou Dar. Era ciò che vedevano grazie a dei flussi complessi d’Aria e Fuoco che Elayne aveva invertito e legato. Quando guardava Birgitte vedeva una donna con delle rughe sottili agli angoli degli occhi neri e capelli scuri con un tocco di grigio. Il camuffamento era più semplice se rimaneva prossimo all’aspetto reale della persona, quindi i capelli di Birgitte, che le scendevano dietro le spalle ed erano legati in quattro punti con del nastro verde, erano molto più lunghi dello stile di Ebou Dar, ma nemmeno Elayne aveva tagliato i suoi e nessuno sembrava prestarvi attenzione. Era un camuffamento perfetto: le sarebbe solo piaciuto non sudare troppo. Con l’aggiunta della tessitura ancor più complessa di Spirito che mascherava la capacità di una donna d’incanalare, Elayne era passata proprio accanto a Merilille mentre usciva dal palazzo. Ancora la manteneva; aveva visto Vandene e Adeleas da quel lato del fiume più di una volta.

Gli indumenti invece non rientravano nella tessitura: indossavano abiti consunti di lana con un ricamo sfilacciato sulle maniche e intorno alla scollatura profonda. Anche le camicie e le calze erano di lana e quelle di Elayne pizzicavano. Gli abiti li aveva procurati Tylin, in aggiunta a diversi consigli, come anche i coltelli nuziali nelle custodie bianche. Sembrava che le donne sposate subissero meno sfide di quelle nubili, e le vedove che avevano rifiutato un secondo matrimonio ancora meno. Anche l’età era d’aiuto: nessuno sfidava una nonna con i capelli grigi, ma lei avrebbe potuto.

«Penso che dovremmo entrare» disse Elayne, e Birgitte la oltrepassò con una mano sul pugnale dietro la cintura marrone e aprì la porta ruvida. All’interno vide un corridoio poco illuminato con una serie di porte abbastanza rozze e una scala ripida di mattoni sbeccati nel retro. Elayne non si sentì sollevata.

Custodie bianche o meno, entrare in un edificio senza autorizzazione in questione era un ottimo sistema per ritrovarsi coinvolta in un duello, come del resto fare domande o essere curiose. Tylin le aveva consigliate di non farlo. Il primo giorno avevano visitato solo le locande con le porte blu, pensando di spiegare che stavano valutando la possibilità di comperare oggetti da vecchi solai per restaurarli e venderli. Lei andava con Birgitte e Nynaeve con Aviendha, per coprire maggior terreno. Le sale comuni erano dei posti tetri e scuri, Birgitte aveva quasi sempre dovuto farla uscire di corsa, entrambe con i pugnali in mano, proprio prima che iniziassero i problemi seri. La seconda volta Elayne ebbe bisogno di incanalare brevemente, facendo cadere una coppia di donne che le inseguivano, e anche così Birgitte era certa che qualcuno le aveva tallonate per il resto del giorno. Nynaeve e Aviendha incontrarono lo stesso tipo di problemi, a parte l’essere seguite; Nynaeve aveva colpito una donna con uno sgabello. Così avevano deciso di abbandonare anche le domande innocenti, sperando di non oltrepassare una soglia per incontrare un pugnale.

Birgitte salì le scale in avanscoperta, benché spesso preferisse coprire loro le spalle. L’odore di cucina si mischiava al puzzo generale del Rahad in modo nauseante. Il bambino aveva smesso di piangere, ma da qualche parte nell’edificio una donna iniziò a gridare. Al terzo piano, un uomo dalle spalle larghe senza camicia o veste aprì la porta proprio mentre loro salivano. Birgitte lo guardò male e questi sollevò entrambe le mani con i palmi rivolti verso di loro, ritirandosi dal corridoio e chiudendosi la porta alle spalle. All’ultimo piano, dove doveva essere il solaio se quella era la casa giusta, una donna scarna con una camicia di lino ruvido sedeva su uno sgabello davanti alla soglia, godendo della poca brezza mentre affilava un pugnale. Si voltò verso di loro e smise di lavorare sulla lama. Non distolse lo sguardo mentre le due scendevano lentamente le scale e il rumore sommesso della pietra contro la lama non riprese di nuovo fino a quando loro non ebbero raggiunto il pian terreno. A quel punto, Elayne sospirò di sollievo.